NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La partita lunga trent’anni

Pubblicato da Feltrinelli il romanzo del vicentino Stefano Ferrio sulla sfida tra due squadre di giovani, gli idealisti e fighetti. Un libro scritto non con la logica del tifoso ma dell’appassionato del calcio giocato

di Pietro Omerini Zanella
pedro-zanna@hotmail.it

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La partita lunga trent’anni

UnLa partita lunga trent’anni (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) pallone, l'unico disponibile, lanciato lontano nei minuti finali di una partita giocata negli anni settanta da due fazioni di giovani culturalmente e politicamente avverse. Un pallone che nel suo finire altrove interrompe il gioco, fermo sul risultato di parità, per più di trent’anni. Da una parte “l'Inghilterra veneta”, una squadra sgangherata di giovani idealisti amanti del pallone in tenuta bianca (la stessa dei campioni del mondo del '66); dall'altra i “fighetti” del bar Fantasia, in verde oro stile Brasile, e incapaci di perdere. Questo lo spunto iniziale del nuovo libro di Stefano Ferrio [a des.], giornalista, professore e romanziere vicentino.

Ne “La partita” (Feltrinelli, 2011), calcio e vita si mescolano, dando luogo ad un romanzo raffinato che racconta, dal punto di vista del pallone, storie e avventure di una generazione sopravvissuta a sé stessa.

Ne abbiamo parlato con l'autore.

Con il terzo romanzo, il salto di categoria e l'approdo ad una grande casa editrice come Feltrinelli, come è andata?
«Molto bene. Fin da giovane ho sempre avuto un immagine della Feltrinelli come di una casa editrice libera, che io abbinavo a pubblicazioni coraggiose come il Dottor Zivago e al Gattopardo; devo dire che quest'immagine è stata del tutto confermata dopo il mio impatto con la casa editrice.
Un rapporto professionale migliore non poteva esserci, non mi è mai stato chiesto di fare cambiamenti e anche quando sono intervenuto per definire meglio qualche sfumatura del libro l'ho sempre fatto di mia spontanea volontà, non è poco».

In un certo senso, ci vuole un bel coraggio a dire queste cose, in caso di insuccesso, non potrà più dare la colpa al sistema delle case editrici, come fanno in molti...
«Non scherziamo è un rischio calcolato quando si scrive, ma davvero ho avuto grande libertà e non poteva esserci un rapporto migliore con la casa editrice».

PassiamLa partita lunga trent’anni (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)o alla “partita”. Personaggi e ambientazione, sembrano quasi un elegante contorno, mentre il protagonista è il calcio giocato. Argomento nazional popolare...
«Volevo dare di proposito una trama semplice per raccontare questo sport che da giovane ho praticato, come tutti e con scarsi risultati, partendo dalla sua essenza: dai campetti di periferia.
Non ho voluto nemmeno ispirarmi al Nick Hornby di “Febbre a 90”, che scrive da un punto di vista di tifoso. A me interessava proprio il calcio giocato, che peraltro in letteratura resta per molti aspetti ancora un tabù, ma è quello che da le emozioni più grandi».

Nel racconto si parla ancora di uno sport democratico, ma è davvero così?
«Personalmente non seguo molto la serie A, perché, non solo da noi ma a livello mondiale il giocattolo si è guastato. Da 30 anni, vincono sempre i più ricchi, c'è molto business e servono sempre giocatori capaci di fare il numero, mentre per me il calcio è ancora un discorso corale. In questo senso anche il gioco è cambiato perché ora vanno per la maggiore le cannonate da fuori, o i giochi di prestigio e i numeri circensi, che spesso sono anche una questione di fortuna. A un certo punto nel libro uno dei personaggi descrive i due gol che, a detta di molti, sono i più belli della storia: Italia Germania 4 a 3 e la partita, finita uno a zero, tra Brasile e Inghilterra ai mondiali del 1970. In entrambi i casi, due azioni corali in cui ha partecipato tutta la squadra. Qualcosa sempre più difficile da trovare a livello internazionale... Sui campetti in erba dei non professionisti per fortuna non è ancora così».

A certi livelli, l'importante resta ancora un buon portiere e uno che la mette dentro là davanti?
«Se parliamo di partite tra amici, credo proprio di sì. Anche nel libro, con una squadra che si ritrova a giocare dopo più di trent'anni dall'ultima partita fatta assieme, il personaggio che salva la baracca è il portiere. Anche perché è il ruolo più longevo, dove serve più un occhio allenato che un fisico prestante. Inoltre, non voglio svelare troppo il finale, ma alla fine si rivelerà decisiva una ragazzina messa a fare la punta».

La scelta di mettere in campo una donna, in effetti, è una delle più sorprendenti del libro, il calcio non è solo una questione maschile?
«Fino all’82 è stato così, eravamo ancora tutti schiavi della sindrome di Rita Pavone (...perché, perché, la domenica mi lasci sempre sola, per vedere la partita...). Poi, con magico mondiale, anche le donne si sono appassionate. Sono comparse preparate commentatrici donne in televisione e l'argomento, entro certi limiti, ha sconfinato la questione sessuale».

La sua squadra, quella del libro, però, non veste i colori nazionali ma prende come massimo esempio, l'Inghilterra del ’66. Perché?
«È una questione legata alla mia infanzia: quelli del ‘66 sono i primi mondiali che seguii con emozione. L'Inghilterra, che poi vinse, non incontrò mai in quella decade la nostra nazionale; e poi rimasi affascinato da quelle magliette semplicemente bianche con il numero in rosso. Altri tempi...».

La partita lunga trent’anni (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Un po' di nostalgia pervade l'intero racconto. La storia ed il legame tra i personaggi risale agli anni settanta, un periodo che ultimamente viene spesso riletto in modo negativo. Giovani molto più politicizzati, terrorismo, il problema delle droghe, Stiamo meglio ora?
«Ero giovane allora e per questo rimango legato a quel periodo. Non certo alla droga o al terrorismo, anche se devo dire che per alcuni aspetti c'era più sincerità. Prendiamo la figura del tossico. Oggi la droga è stata rimossa, non la si vede più in giro. In quegli anni, spesso toccava raccogliere per la strada qualche amico disintegrato dall'eroina, ed era orribile, ma quelli erano davvero angeli maledetti, che si portavano appresso la loro disperazione. Erano degli specchi in cui guardarsi dentro. Oggi sono cambiati i modi di consumo, i drogati non si vedono più, ma ce ne sono, ovviamente, anche tra chi di giorno condanna quel periodo di eccessi. Per quanto riguarda la politica, meglio tralasciare, ma una cosa, pero la vorrei dire...»

Prego.
«Io odio ascoltare quegli intellettuali di sinistra che oggi commentano il calcio snocciolando qualche nozione, magari sul grande Torino, e a quei tempi invece snobbavano il calcio, che allora distraeva le masse, si diceva. La sinistra si è accorta tardi del mondo del pallone».

Nel libro, però, le squadre che si contrappongono per una partita che dura trentatré anni sono ben collocabili, anche politicamente. Da una parte quelli di sinistra, che nel tempo, pur con le loro contraddizioni, restano gli stessi, dall'altra i “fighetti” di destra, che giungono molto rimaneggiati - non vogliamo svelare il finale - alla resa dei conti...
«Per questo romanzo non mi sono ispirato a personaggi reali, ma ho fatto un puzzle di diversi conoscenti e amici che ho incontrato nel tempo. Scrivendo il libro ho capito che le due partite, quella incompleta negli anni settanta e lo scontro finale, non potevano essere giocate dagli stessi protagonisti. Così ho dovuto fare degli aggiustamenti. Tra i rossi di allora, ci sono anche un sindaco leghista, un professore, un primario, mentre nell'altra squadra ci sono figure nuove più in linea con i tempi. Tra quelli che allora si dedicavano alla politica, sia a destra che a sinistra e a prescindere da dove siano poi finiti o cosa abbiano fatto, c'era e c'è un forte senso d'identità e di consapevolezza. Nella squadra dei fighetti moderna, questo è venuto a mancare, sono più smargiassi, più attenti al risultato e all'apparenza».

Un'ultima domanda, più personale: lei è giornalista, professore universitario e lavora per nell'ufficio del Sindaco, eppure trova il tempo di scrivere. Come si definisce?
«Finalmente, al terzo romanzo, solo scrittore».

 

nr. 19 anno XVI del 21 maggio 2011

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