NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istituto “La Vigna”

Il Prof. Mario Bagnara, presidente della Biblioteca Internazionale, nella prefazione esprime la sua particolare soddisfazione per l’apporto fornito allo studio della vitivinicoltura dall’autore Valeriano Canati

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istit

Chi avrebbe mai pensato che il prosecco, il famoso vino di Valdobbiadene, era coltivato nella seconda metà del Settecento nelle colline di Monteberico? Il prosecco di Monteberico viene ricordato ancora nel Vicentino nell’elenco delle uve bianche esposte a Vicenza nel 1868, nel trattato di Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istit (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)enologia del Dr. Giulio a Schio del 1906, riferito alla zona “di monte” dei Colli Berici. Dopo questo periodo il prosecco scompare da Vicenza e lo si trova nella zona di Conegliano e Valdobbiadene sotto il nome di “prosecche”. Le “prosecche” vengono studiate, descritte da numerosi autori e tutti concordano nel considerarle una popolazione piuttosto eterogenea nella quale sono presenti diversi biotipi: prosecco bianco, prosecco tondo, prosecco lungo o minuto, prosecco del pecol rosso, proseccon, prosecco gentil ecc. Verso la fine dell’800 venne selezionato, diffuso e valorizzato nei pressi di Conegliano dal conte Balbi Valzer un “prosecco tondo a grappolo spargolo”, di sapore tendente all’aromatico, che oggi è il più coltivato nella zona classica. Ricerche recenti hanno individuato nella zona di Breganze alcune coltivazioni di vitigno denominato “Tocai nostrano” che alle analisi ampelografiche e molecolari è risultato essere il “prosecco lungo”, forse discendente di quel prosecco del Ghellino tanto decantato nel “Roccolo” ditirambo”, composto nel 1754 dall’abate Aureliano Acanti, accademico olimpico, che il presidente della Biblioteca internazionale “La Vigna” prof. Mario Bagnara ha definito il poema del paesaggio vicentino del diciottesimo secolo. Il “Roccolo” è stato per la terza volta (dopo le copie anastatiche del 1971 e del 2003) riprodotto nel libro "La modernità del pensiero vitivinicolo di Aureliano Acanti nel Roccolo ditirambo”, realizzato grazie al contributo di Fondazione Monte di Pietà di Vicenza, con la collaborazione di Paolo Pasetto per l'impostazione grafica e di IGVI per la stampa. L’abate Acanti definisce il prosecco di Monteberico “perfetto” e ”melaromatico”, un vino così “puro e sano” che il poeta non lo cambierebbe nemmeno con l’ambrosia degli dei dell’Olimpo greco. Ma innanzitutto cosa significa la parola “roccolo”? La spiegazione la dà lo stesso Acanti che lo definisce «un boschetto piantato ad arte di circa quaranta pertiche di circonferenza», e, secondo il prof. Calò, «un’uccelleria, nella quale si esercitava, però, anche lo svago della caccia, invitando amici che venivano in zona per ammirare le mille bellezze del paesaggio vicentino».


Un’uccelleria per la caccia

Il “Roccolo” dell’Acanti esalta le bellezze della terra veneta, “cui Natura comunicò molto abbondevolmente dei doni suoi”, dove sorgono “trenta e più sorte di vini, ottimi tutti generalmente e ciascheduno colle particolari sue qualità”.
Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istit (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Scrive il presidente de “La Vigna”, Mario Bagnara [a sin.], nella prefazione del libro: “Salutiamo con particolare soddisfazione questa nuova edizione anastatica del poemetto enologico Il Roccolo Ditirambo del vicentino Valeriano Canati, più noto con l’anagramma di Aureliano Acanti, letterato e accademico olimpico, nato a Vicenza nel 1706 e ivi morto nel 1787 nella casa dei Padri Teatini nel cui ordine, già sacerdote, era entrato nel 1735.

Composto in onore del conte Gelio Ghellini in occasione del matrimonio della figlia Elena con il conte Simandio Chiericati e pubblicato per la prima e unica volta a Venezia nel 1754 a cura della Stamperia Pezzana, è sempre stato apprezzato non solo dai letterati per la sua valenza poetica, ma anche dagli enologi per l’importante apporto fornito allo studio della vitivinicoltura che nel secolo successivo avrebbe avuto notevole sviluppo a livello italiano ed europeo.


Un inno ai vini vicentini

Con i suoi 1700 versi è un inno agli oltre trenta vini prodotti nel vicentino dei quali vengono esaltati i sapori, descritte le suggestive zone di produzione, prevalentemente collinari, e ricordati gli appassionati Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istit (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)proprietari delle tenute ove, oltre a coltivare i vari vitigni, nei punti più panoramici si sono costruiti le loro splendide residenze.
Benemerito fautore di questo “vasto giardino” è Bacco che nel suo lungo peregrinare, dopo aver fatto rifiorire Firenze e la Toscana, come aveva cantato Francesco Redi nel suo Bacco in Toscana, trova definitivo e gratificante riposo nel territorio vicentino, appagato dall’amore della ninfa Calidonia (da cui il toponimo Caldogno) e dalla bellezza del paesaggio. Dall’unione del dio Bacco e della ninfa Calidonia sarebbe nato il fiume Bacchiglione.
Dopo le anastatiche succitate, questa edizione è arricchita dall’originale contributo scientifico di Antonio Calò [a des.] e Angelo Costacurta [a sin.] della prestigiosa Accademia Italiana “La Vite e il Vino” che dal 2003 è ospitata presso la Biblioteca “La Vigna”, fondata trent’anni fa da Demetrio Zaccaria. Di particolare interesse è il commento critico che dell'opera dell’Acanti fanno i due esperti, producendo così uno dei primi studi storico-scientifici della viticoltura vicentina. Partendo infatti da alcuni passi salienti del testo, con il supporto anche di Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istit (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)schede molto precise e dettagliate, essi accompagnano il lettore nell'analisi puntuale delle varietà dei vitigni citati, formulando ipotesi, ben motivate, sulla loro provenienza, storia e diffusione.
Ai due studiosi il nostro grazie più cordiale, perché la sinergia editoriale tra la Fondazione Monte di Pietà e la Biblioteca Internazionale “La Vigna”, dopo le edizioni anastatiche de “La Cacciagione dei volatili” di Giovanni Pontini del 1758, “Il Trinciante” di Vincenzo Cervio del 1622 e l’incunabulo “Opus ruralium commodorum” di Pietro De Crescenzi del 1486, con questa pubblicazione che farà la gioia degli appassionati bibliofili, ha potuto far conoscere al grande pubblico uno dei testi più preziosi e rari della Biblioteca internazionale “La Vigna”.


Una storia dei vitigni vicentini

Alla presentazione del libro il prof. Antonio Calò e il prof. Angelo Costacurta hanno fatto la storia della coltivazione della vite nel Vicentino a Terza edizione del “Roccolo” pubblicata dall’Istitpartire dalle invasioni barbariche che hanno spopolato le campagne e hanno distrutto le coltivazioni vitivinicole del territorio [cartina a destra; clic per ingrandire]. Grazie ai monaci benedettini la coltivazione della vite cominciò a riprendersi, quando nel 983 il Vescovo di Vicenza Rodolfo fece loro restituire quando possedevano prima della invasione degli Ungari che avevano distrutto il monastero dei Benedettini dei SS. Felice e Fortunato. Così i benedettini si impegnarono nella bonifica dei terreni e nell’impianto dei vigneti. Certamente salvarono le varietà presenti e, fra queste, la “Garganega”. Documenti del 923, relativi a proprietà di monasteri, indicano vigneti presenti a Cogollo e a Lonedo di Lugo Vicentino. Ma dopo l’anno mille, con la lenta decadenza dell’organizzazione benedettina, si assiste a un progressivo passaggio di proprietà dai benedettini alle famiglie nobili feudali vicentine e al clero secolare. Con l’avvento della Repubblica Veneta questo processo si accelerò e la bonifica agraria fu incrementata da parte delle nobili famiglie vicentine: nelle pianure fu sistemata una capillare rete idraulica, mentre in collina si continuò il disboscamento. Nella seconda metà del 1600 Vicenza si dota di un “Estimo” e così si può costatare che la coltivazione della vite si estendeva più in pianura che in collina e ciò per evidente facilità di conduzione e lavorazione.

 

nr. 24 anno XVI del 25 giugno 2011

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