NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Ancora due donne bassanesi alla ribalta della poesia nazionale

Silvano Dal Cero e Maria Antonia Canton si sono imposte all’attenzione dell’opinione pubblica con “Ti respiro, vita” e “Occhi di bambina”, opere che traducono nella lirica i sentimenti e gli accadimenti dell’esistenza

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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Ancora due donne bassanesi alla ribalta della poes

Due poetesse-scrittrici bassanesi che, nel pieno della maturità umana e poetica, si sono poste alla ribalta della poesia imponendosi all’attenzione dell’opinione pubblica con la loro opera prima: Silvana Dal Cero con il suo libro “Ti respiro, vita” e Maria Antonia Canton con “Occhi di dal cero libro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)bambina” (Editrice Artistica Bassano). Silvana Dal Cero [a des.] è un’insegnante in pensione che, in seguito a un accadimento doloroso nella sua vita, ha sentito la necessità di tradurre i suoi sentimenti più profondi in parole poetiche e l’autrice, nella postfazione, si augura di lasciare volare i cuori dei lettori come aquiloni leggeri verso “altri mondi remoti, solitari, silenziosi, lontani di strana, deliziosa vita”. «Non io ho cercato la poesia – dichiara Silvana – ma la poesia è venuta a me, con urgenza. Dovevo fissare sulla carta immagini, pensieri, emozioni mentre scaturivano dal mio cuore». La Dal Cero nelle sue liriche ama abbinare versi brevi e sincopati con versi più lunghi e di più ampio respiro. La sua lirica è come un organismo vivo che alterna respiri brevi con altri più dilatati e intensi, come un cuore che pulsa con diastoli (espansioni) e sistoli (contrazioni), a seconda del ritmo interno e musicale della sua voce. Come nella lirica “Falce di luna” che, con echi e richiami dannunziani, alterna versi quinari a binari, ottonari a endecasillabi in un ritmo musicale pieno di fascino e di mistero: “Falce di luna / brilli / minimamente lucida / nell’ampio cielo. // Ma la tua parte ombrosa / ben si accompagna alla notte entrante. // Al domani / lascia / dal cero (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)speranza di luce vieppiù crescente”. Così nella lirica “Occhi chiari”: “Occhi chiari / lavati come guance perdute. // Occhi chiari / a guardare il futuro. // Il passato / si è sciolto con l’acqua del pianto”. Un quaternario alternato a un decasillabo, poi a un settenario e infine di nuovo a un decasillabo. La Dal Cero ama la parola semplice, accorata, adamantina, non rinuncia mai alla intelligibilità per un fiorire di versi limpidi e sereni come la sua anima aperta e cordiale verso il mondo e gli altri. Lei ama le forme ariose e chiare, la lirica che, come scrive il critico Mazzocato – si innerva nelle profondità (spesso misteriose e insondabili) della ricerca dell’umanità. Come “Comunione”: “Aprire spazi di libertà / tra cortine fumose / svelare all’anima segreti / per catturare / dall’energia vitale / spirito essenziale. / Dormire il sonno della comunione”. Una poesia la sua quindi che sa di cielo e di primavera, di incanti della natura e di trepide emozioni come “Ei fu”: “Rammento parole e sorrisi / non più di questa terra. / Parole senza suono / tornano / da spazi infiniti”. Oppure si distende in una descrizione-contemplazione delle forme cangianti della natura come in “Autunno”: “Giallo / tra i rami di un ottobre lucente. / Nebbie ancor non vi sono / su questi cieli.// In qualche tralcio, / come velo, / s’è impigliata questa mia vita. / Rotto / il filo che la tesseva all’umana storia. // Ancora cerco / inizio e fine. / Ancora spero / di riannodare i capi e andare / tra cieli che sanno di autunno e di marzo”. Tutta la sua poesia è una ricerca di spazi, di libertà e di luce dove ritrovare la propria anima che si è impigliata sui rami di una stagione che sta per morire ma che già annuncia un vita più limpida e più piena.

Maria Antonia Canton

La psicologa Maria Antonia Canton [a sin.] ha presentato il suo libro “Occhi di bambina” nella suggestiva Villa Cappello di Cartigliano, incontrando uno straordinario successo di pubblico che è accorso numeroso ad ascoltare i suoi versi melodiosi e incantati che rincorrono le armonie suggestive e silenti del fiume Brenta dove ha trascorso la sua infanzia e dove “le pietre segnano il passo / mentre nel profondo blu / gemme preziose brillano”. canton (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il tema dell’acqua che scorre suggerisce il motivo dell’andare lungo gli argini del fiume della vita fra i sassi, le madrepore e le conchiglie, un sospingersi nei meandri del tempo accompagnati solo dalla forza e dell’amore: “Come passo smarrito / vago lungo il fiume / come acqua senza argini // urlano i lamenti del mio vuoto / chiamando a sé nuove sorgenti // vieni // fresca e limpida acqua / timidamente a bagnare le mie labbra / a calmare il turgore del mio fuoco // scorri sulla pelle / accarezza la conchiglia / e la perla che riposa in essa // riscaldami / con la luce ambrata dell’amore”. Fra le immagini della sua lirica balza in primo piano la dimensione della luce, “luce della speranza”, luce che fa crescere “il seme della vita”, luce “argentata opaca e penetrante”, “luce cadente che riscalda le lacrime”, “luce aria vita”, luce del tempo e dello spazio, luce della stanza e del fiume. La luce che Maria Atonia ama non è quella montaliana del meriggio infuocato ed arso, ma quella pallida e opalescente della luna calante in uno stingersi di riverberi e miraggi che inebriano la vista e il cuore: “Come pantera solitaria / vago nei meandri di labirintiche foreste / vestita a lutto / per l’amore perduto // velo si fa il cielo stellato / a proteggermi dal cuore ghiacciato / e ogni luce cadente / riscalda le lacrime del mio fragile vaso // incerto è il dove del mio passo felpato / ora seguo solo la falce di luna / ricordo di buie passioni / miraggio di sete infinita”.

 In questa visione sostanzialmente ottimistica e gioiosa manca la dimensione, tanto cara a molte poetesse del Novecento, del quotidiano “male di vivere”: tutto in lei procede in un “profumo di ambra e di loto”, e lo scorrere del tempo è “illuminato da un raggio cristallino”, da una potenza che si nasconde “nella conchiglia di perle madrepore”, da una “magia del momento” che conosce “carezze e sangue”, che scorrono silenziosi. Luce che si tinge di malinconia e di nostalgia nella dimensione di un alabastro investito dai raggi del sole: “Sparse parole dileguate dal vento / soffia canton libro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)forte per portarle lontano // nel silenzio denso e opaco / nel ticchettio del vetro / nel colore del fuoco / nel fruscio / delle fronde // la nostalgia diventa / pensiero / e vola / al dolce ricordo di te // solo in quel momento / le parole sparse / diventano aquilone / leggero / nel cielo / e colora…/ ciò che il destino ha reso grigio”. La poesia della Canton ricorda quella di Sara Teasdale, che splende nel demone della luce: la presenza ineliminabile dell’elemento luminoso che è il corrispettivo poetico del suo atteggiamento nei confronti della vita. In qualsiasi spettacolo naturale la Teasdale cerca e individua la luce: la si coglie nelle immagini dei raggi lunari “un fiore d’oro sottile è la luna / azzurro e fermo il cielo” e nella Canton “ora seguo solo la falce di luna / ricordo di buie passioni / miraggio di sete infinita”, oppure in un’altra lirica “luna piena / che illumini la notte / e apri la strada all’alba del sole”; oppure nelle immagini del fiume e del mare: “con passo smarrito / vago lungo il fiume / come acqua senza argini…”. Una visione serena della vita ma che non ignora la sofferenza e il dolore anche se sempre stemperati dalla presenza consolatrice e accorata di una natura che, vista nella sua assolutezza, accompagna il cammino spesso fragile e incerto della vita: “Apro la porta sul giardino / per cercare qualcosa di amico / la betulla così leggera / è una melodia di vento // anche lei conosce / il dolore della perdita // così spezzata / sotto i colpi violenti della tempesta”.

 

nr. 27 anno XVI del 16 luglio 2011

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