NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Dalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von Hofmannsthal

Il teatro palladiano, per il 64° ciclo degli spettacoli classici, presenta al posto dei grandi greci un surrogato, la composizione che il drammaturgo austriaco scrisse fra l’agosto e il settembre del 1903 e che dedicò alla Duse

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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Dalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von H

È stato detto giustamente che il programma del 64° ciclo degli spettacoli classici del teatro Olimpico di quest’anno si presenta senza classici, se per classici si intendono i tre tragici del teatro greco Eschilo, Sofocle e Euripide. In compenso la scena palladiana vede un surrogato e cioè la Elektra di Hugo von Hofmannsthal che il drammaturgo austriaco scrisse fra l’agosto e il settembre del 1903 e che dedicò a Eleonora Duse, testo che la grande attrice non recitò mai e che è stato ritrovato negli anni Settanta da Antonio Taglioni in un archivio. Il fascino del testo di Hugo von Hoffmansthal rimanda direttamente al mito arcano e senza tempo della casa degli Atridi, dove si consuma il delitto del grande Re, Agamennone, che – tornato vincitore glorioso dalla lunga guerra di Troia – trova ad attenderlo tappeti rossi e la scure mortale affilata dalla sposa adultera Clitennestra, vendicatrice del sacrificio della figlia Ifigenia e rovesciatrice dell’Ordine. In misura diversa i tre grandi tragici greci sviluppano il mito dando di volta in volta rilievo dDalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von H (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)iverso ai diversi personaggi della vicenda. Appena tratteggiata in Eschilo, seppure già padrona del suo compito di custode della memoria, è in Sofocle che Elettra assurge ad una potenza tragica stupefacente, nella sua ostinata vocazione alla rinuncia totale alla vita e alla dedizione assoluta all’organizzazione della vendetta e del matricidio, opera però per lei impossibile nell’azione e per la quale è necessaria il ritorno del fratello allontanato, Oreste. Euripide sviluppa la funzione del personaggio, arricchendolo di dettagli psicologici e investendolo di una ferocia silenziosa e indomabile, che sarà ripresa in misura e modalità diverse dagli autori moderni, ma che in Hoffmansthal trova la sua forma più compiuta e compatta. Arricchita di una secca “K” nel nome, questa Elektra ha una pietra nel cuore ed è a sua volta una pietra nel cuore. Votata senza scampo alla sua missione, è “cagna” custode del sepolcro e della memoria del padre, e, nel gusto espressionista e simbolista degli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, diventa creatura livida e spietata pur nella sua sconvolgente e vulnerabile solitudine, così come sua sorella Crisotemide rifulge dello splendore negato dell’altra possibilità di vita che lei stessa avrebbe potuto scegliere, e Clitennestra è ridotta a stupefacente e malato simulacro della grande eroina tragica eschilea. Il ritorno di Oreste, eroe-non-eroe incapace del gesto di giustizia senza il sostegno potente della sorella, gracile e fortissima al tempo stesso, per Elektra diventa una liberazione così assoluta che, una volta compiuta la tanto attesa vendetta, come se fosse conscia dell’impossibilità di un futuro all’altezza del suo passato, si consuma e si annienta in una danza selvaggia che la consegna al mito come un idolo spezzato. Lo spettacolo dell’Olimpico prodotto dal teatro Stabile del Veneto, diretto da Alessandro Gassman, vedrà come interprete, Elisabetta Pozzi (foto), con la regia di Carmelo Rifici, che ha già dato il suo volto al personaggio di Medea verrà rappresentato dal 22 al 25 settembre.

ELETTRA DALLA BOCCA DI FUOCO

«La redazione di Elektra è la originale – spiegò Hofmannsthal [a des.] a Ernst Hladny, uno dei primi studiosi della tragedia – Io lessi l'Elettra di Sofocle in giardino e nel bosco, nell’autunno 1901. Mi venne in mente il verso della Ifigenia di Dalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von H (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Goethe, dove dice di Elettra “con la sua bocca di fuoco”, e passeggiando fantasticai sulla figura di Elettra, non senza provare un certo gusto a contrapporla alla “maledettamente umana” atmosfera della Ifigenia. Anche mi colpì l’affinità e il contrasto con Amleto. Il desiderio di scrivere il lavoro mi venne improvvisamente per le sollecitazioni del direttore di teatro Reinhart a cui avevo detto che doveva rappresentare opere antiche e che aveva scusato la propria malavoglia per il sapore di “gesso” delle traduzioni e delle rielaborazioni esistenti». L’opera ebbe il 30 ottobre 1903 la sua prima rappresentazione a Berlino al “Piccolo Teatro” di Max Reinhardt; in pochi giorni ventidue teatri si assicurarono il lavoro, e si esaurirono tre edizioni del libro. Il successo fu grande che durò a lungo e si rinnovò quando alcuni anni dopo il compositore Richard Strauss, colpito da quel testo che veniva incontro ai suoi gusti e alla sua stessa tecnica espressiva, se ne servì di libretto per la sua opera omonima (1909).

UNA GRECIA CUPA E SELVAGGIA

La Grecia di Hofmannsthal non è quella armoniosa e serena, canonizzata dal classicismo tedesco di Lessing e Winckelmann e dalla poesia di Goethe, ma una Grecia più cupa e più selvaggia, pessimistica e dionisiaca, dai riti orgiastici, dalle credenze superstiziose in demoni e fantasmi, Dalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von H (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)una Grecia ebbra e notturna che si ispirava alla “Atalanta in Calydon” di Swinburne e alla Salomé di Oscar Wilde. L’Elettra di Hofmannsthal ha in comune con quella di Sofocle il tema della vendetta. Mentre l’Orestea di Eschilo pone in primo piano la figura di Oreste che non ha dubbi sulla necessità di vendicare il padre Agamennone e lo fa per ordine di Apollo, nella tragedia di Sofocle l’interesse si sposta sul ritratto psicologico di Elettra che rimane continuamente sulla scena ed è selvaggiamente determinata, davanti a un fratello incerto e perplesso, a porre in essere l’assassinio della madre. Quando le viene annunciata la falsa morte del fratello essa si convince ancora di più ad attuare da sola il piano del duplice omicidio. Prima a cadere sarà Clitennestra, con una significativa inversione rispetto al dramma eschileo, dalla quale risultano ridotti il ruolo della donna e insieme la gravità del matricidio; poi morrà Egisto, il tiranno che annullava la libertà di Elettra, della casata degli Atridi, del popolo tutto. Ed è sul grido con cui Elettra saluta la liberazione che la tragedia si chiude. Hofmannsthal accentua ancora di più di Sofocle l’assoluta determinazione di Elettra a uccidere la madre e il suo amante (fra l’autore greco e quello austriaco si pongono come determinanti gli studi sull’isterismo di Breuer e Freud). Elettra in tutta la scena vive nell’attesa dell’atto di sangue destinato a verificarsi col ritorno a Micene di Oreste, il fratello cui è affidato il compito della vendetta. Sorretta da un unico sentimento, il desiderio di giustizia, il suo passo è solitario, la sua lingua frequenta una sola memoria: il massacro domestico.

ELETTRA VOTATA ALLA VENDETTA

Duro guscio di dolore, fanciulla di memoria tenace e di radicale volontà di vendetta, Elettra ricorda per non dimenticare, ricorda l’orrendo delitto perché non cada nell’oblio, ricorda come atto di resistenza, di opposizione alla logica Dalla “Elettra” di Sofocle alla “Elektra” di Von H (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)politica e sociale che invece vuole dimenticare per giustificare e avvallare il nuovo regime instaurato col sangue, dagli assassini del padre. Elettra campeggia nel teatro del Novecento come pietra dello scandalo della ragione: la sua figura testimonia che attraverso la negazione, il revisionismo e l’oblio non è in alcun modo possibile diventare ciò che si è. L’Elektra di Hofmannsthal paga con la vita la sua missione. Una piccola perla, un’opera ad alta concentrazione poetica. Simon Weil, a proposito della sua vicenda, scrive: «Pare fatta apposta per commuovere tutti coloro che, nel corso della loro vita, hanno dovuto conoscere cosa significa essere sventurato. Si tratta è vero di una storia molto antica. Ma la miseria, l’umiliazione, l’ingiustizia, il senso di solitudine, d’essere preda della sventura, abbandonati da Dio e dagli uomini, non sono situazioni antiche, sono realtà di tutti i tempi…».

 

nr. 28 anno XVI del 23 luglio 2011

 

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