NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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L’unica ricchezza è dentro la cassetta

Successo per “L’avaro in blues” commedia portata in scena dalla compagnia la Piccionaia-Tradimenti , una rivisitazione dell’opera di Moliere adattata in un periodo di post default

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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L’unica ricchezza è dentro la cassetta

Prosegue la stagione della prosa al Teatro Astra con “L’avaro in blues”, commedia di teatro popolare portata in scena dalla compagnia La Piccionaia - Tradimenti, costola della compagnia d’origine La piccionaia - I Carrara. La commedia classica di Molière è stata proposta nei suoi tratti più essenziali ed è stata diretta dalla regista Ketti Grunchi, che abbiamo incontrato per farci spiegare il concept che ha permesso la realizzazione di questo lavoro.

 

L’unica ricchezza è dentro la cassetta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Hai preso un testo classico e l’hai intercalato con la musica blues. Come mai proprio questo tipo di musica per un testo di questo tipo?

«Dopo l’esperienza di “Sogno di una notte di mezza estate” e di “Ciranò” volevamo affrontare un altro classico che potesse esser più identificato con una commedia. Leggendo tra le righe della drammaturgia, abbiamo visto che parlava di ambienti freddi, sbrecciati, di qualcosa che può essere molto avvicinato all’oggi e alla situazione precaria odierna, dove parliamo di denaro invisibile che non sappiamo dov’è, eccetera. Questo ci sembrava molto vicino all’animo blues. Ci piaceva interpretare nella drammaturgia il blues: nelle sospensioni, nelle pause e nelle frasi che ritornano. Sono cose volutamente sottili, ma che alla visione non sono così evidenti e per noi hanno rappresentato il blues, oltre al fatto che è un testo che parla di passioni, sofferenza, amore, odio».

La ricchezza di Arpagone è solo raccontata, ma non mostrata, persino la cassetta è povera, piccola e bruttina. Sembra che la ricchezza non esista, sia solo immaginata. Come mai non hai voluto mettere alcun riferimento scenico alla sua ricchezza?

«Noi abbiamo pensato solo ad un presente, ma anche a un futuro imminente, un post-default o post-atomico; per questo ci siamo ispirati al film “Delicatessen”, dove si parla di questa carestia che incombe in questa ambientazione del dopoguerra anni ’50. I soldi sono ciò che rimane dopo l’atomico e la disgrazia, l’unica ricchezza è dentro la cassetta. L’unico riferimento che abbiamo fatto a fasti passati, sono quel letto di ferro in alto, un po’nobile, e la toilette, che sono oggetti veri, di antiquariato. C’è una maschera a gas, piccoli particolari che abbiamo voluto solamente suggerire. I soldi non più quelli che c’erano in banca, ma quelli che hai sotto il materasso, che rimangono perché li hai lì. Ci siamo chiesti: in caso di un default internet esisterebbe ancora? quali sono i soldi? Abbiamo tolto tutti i riferimenti ai franchi e la volontà drammaturgica è che noi diciamo o quantità o pezzi d’oro, che sono le uniche cose che rimangono, perché se brucia tutto, la carta non c’è, come non ci sarebbe più energia».

Ti sei ispirata ai classici latini e a Plauto in particolare. Come hai rielaborato il testo?

«“L’avaro” di Molière si rifà all’“Aulularia”, per cui doverosamente l’abbiamo studiata e abbiamo preso quello che ha preso Molière. Ci sono stati più di ispirazione “Delicatessen” e “Brutti, sporchi e cattivi” di Scola, tutta la musica blues e i film blues. Io ho cercato di capire cosa Molière volesse raccontare, più che ciò che volesse dire, perché pensare alla sua epoca, al di là di una critica della borghesia nascente, non so cosa volesse dire l’avarizia allora, l’avere, i soldi. Dopodiché siamo in una terra, il Veneto, dove l’avarizia è proverbiale ed è molto avvicinabile alla conservazione dei propri beni, anche a livello contadino, è molto in bilico tra il difetto e il pregio: i vecchi di una volta risparmiavano tutto e davano in moglie, o marito, i figli per convenienza. Era una cosa legata al buon senso e alla conservazione della famiglia. Le incursioni che sono entrate lo hanno trasformato, man mano c’è stato un work in progress: l’ispirazione di “Delicatessen” è arrivata a 3/4 del lavoro. Sono partita dalla sua versione originale; poi il nostro è un teatro popolare, che deve arrivare a tutti, quindi a livello drammaturgico è stato fatto proprio questo: cercare l’essenzialità del racconto e della storia».

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