NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Sognare una Città-Giardino del Mondo

di Stefano Ferrio

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Sognare una Città-Giardino del Mondo

«Mi scusi, Ferrio, ma questa benedetta base ce l’ha un architetto? Qualcuno incaricato di firmare un progetto destinato a cambiare la fisionomia della città del Palladio?». Durante gli anni di fuoco del “No Dal Molin”, con la sua caratteristica cantilena tenorile, mi rivolgeva queste domande Furio Colombo, attuale deputato del Pd, noto soprattutto come giornalista e scrittore con vocazione “americanista”, da esperto cioè di cose americane.

Mentre ancora mi illudevo, assieme a migliaia di concittadini, sull’esito di una battaglia civile e democratica in grado di fermare il progetto della nuova installazione militare, confesso che non davo granché peso ai quesiti postimi con garbo e Sognare una Città-Giardino del Mondo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)intelligenza dall’ex direttore dell’Unità, nonché ex corrispondente de La Stampa negli Stati Uniti. Ritenevo che la radicalità del no fosse tale da non implicare “inciuci” di alcun genere con la controparte, compreso quello inerente una qualche trattativa sulle caratteristiche estetiche e urbanistiche del Dal Molin.

Oggi, di fronte all’inoppugnabile sconfitta del No, non sconfesso certo le mie posizioni di allora, che comprendono un profondo amore per gli Stati Uniti, e per la cultura democratica di un Paese in grado di esprimere al loro vertice non solo pessimi cowboy come George Bush, ma anche uomini dal grande cuore e dai grandi ideali come Barack Obama. Devo nello stesso tempo ammettere che, soprattutto negli ultimi tempi, le domande di Furio Colombo tornano spesso a frullarmi nella testa. Per lo meno ogni volta che, passando in auto lungo le tangenziali a nord di Vicenza, ho modo di “ammirare” le grevi, imponenti e giallastre colate di cemento da cui ha preso vita la nuova base americana. Un vomitevole orrore, non c’è che dire.

Che continui a chiamarsi Dal Molin, o che muti invece il proprio nome in Del Din, come deciso si troveranno facilmente d’accordo su un punto: che è proprio brutta, che definirla un pugno nell’occhio è un eufemismo, e che con i suoi volumi incombenti sfregia irrimediabilmente un intero angolo di paesaggio veneto. Si poteva ottenere una base “firmata”, come provocatoriamente richiesto da Colombo? Probabilmente no, perché, in un progetto del genere, categorie come la funzionalità e la logistica prevalgono a priori sull’estetica. Si poteva costruire qualcosa di meglio, magari di più armonico con il paesaggio circostante grazie a un diverso disegno architettonico, a una migliore distribuzione delle masse, e a un qualche minimo, ma utile, ingentilimento delle forme? Stiamo pur certi che si poteva fare. E che, anzi, si doveva fare, a patto di rinvenire in tutta la caotica vicenda del Dal Molin un ruolo di mediazione istituzionale non compresso sulla figura insufficiente del commissario-factotum Paolo Costa, ma gestito in modo ben diverso dal governo, con i necessari coinvolgimenti di Comune e Regione.

Invece, nulla di tutto ciò, ma piuttosto un senso di costante latitanza, da parte di qualsiasi governo insediatosi a Roma, assolutamente fondamentale nel caratterizzare in negativo l’intera vicenda del Dal Molin. Con il risultato che, in quel clima di frontismo non mediato, il sì alla fine vincente si è trasformato in una sorta di illimitato beneplacito a tirare su muri, occupare falde acquifere e riempire di cemento Sognare una Città-Giardino del Mondo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)campi una volta utili ad accogliere le piene del Bacchiglione. E con l’accentuarsi di una sorta di nemesi per la nostra “Città del Palladio”, condannata dal 2000 in poi a diventare domino di un’architettura stile gratta-e-vinci, dove i progetti di opere importanti, costruite per durare nei secoli, sembrano frutto di lotterie piuttosto che di precisi disegni, illuminati da volontà politiche e principi estetici. Vale per il mattonificio noto come nuovo teatro comunale, esattamente come per quella specie di incubo a occhi aperti che è il tribunale eretto in borgo Berga. Con un contorno di periferie da “caccia al geometra” che le ha progettate più che da concorso di architettura.

In attesa di tempi migliori per gli edifici, e per amministrazioni in grado di progettarli secondo un Piano, Vicenza ha di che consolarsi con un verde pubblico sempre più ricco, articolato e degno, sulla carta, delle migliori città europee. La recente inaugurazione dell’immenso e bellissimo Parco della Pace, ottenuto come compensazione della base Dal Molin-Del Din, ha aggiunto una nuova oasi naturale a un territorio urbano che già può sfoggiare gioielli come i parchi Retrone, Querini, Guiccioli, Maddalene, Campo Marzo, a cui aggiungere il settecentesco fasto dei giardini Salvi.

Chissà se, fra qualche anno, un Furio Colombo di passaggio da queste parti, e ammirato da così tanto verde, chiederà se c’è stato un architetto-paesaggista incaricato di trasformare questo patrimonio in un Progetto. In un’idea di Vicenza città giardino per uomini e donne di tutti i luoghi e di tutte le età. Già, chissà.

 

nr. 16 anno XVII del 28 aprile 2012

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