NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Al lanificio conte di Schio in scena "suicide parade" rassegna ideata da Vitaliano Trevisan per la regia di Pit Formento nell'ambito di Operaestate festival

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Suicide parade

locandina (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Martedì al Lanificio Conte di Schio si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della rassegna “Suicide Parade” curata dallo scrittore, attore e drammaturgo Vitaliano Trevisan, incentrata sul tema del suicido, in cui gli scrittori e performers ospiti racconteranno le vite di artisti che si sono appunto suicidati o che hanno condotto esistenze estreme. La rassegna, in collaborazione con Opera Estate Festival Veneto, avrà luogo dal 24 al 29 luglio alle ore 21 al Lanificio Conte di Schio. La rassegna è preceduta dalla tre giorni “Suicidi in Giardino”, in corso in questi giorni (dal 19 al 21 luglio) al Busnelli Giardino Magico di Dueville. Tutti gli appuntamento sono gratuiti e aperti al pubblico. Per informazioni www.assurdoteatro.it. Abbiamo approfondito l’argomento con il regista Pit Formento, assessore alla cultura del comune di Schio, l’assessore alla cultura di Dueville Michele Cisco e Vitaliano Trevisan.

L’influenza di fattori culturali nell’elaborazione del lutto: questa rassegna è stata organizzata anche con un ottica relativa ad eventuali studi sul modo in cui viene recepito questo problema nelle varie culture? Per esempio al Sud sembra che ci siano meno suicidi e c’è un rapporto molto più diretto e rituale con la morte e la spiritualità.

pit formento (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Pit Formento: «In questo caso il rapporto con la morte è individuale e personalissimo: io non devo elaborare più nulla, nel momento in cui decido di sottrarmi all’esistenza. L’elaborazione del lutto di un suicida, per chi sopravvive, è impossibile perché mi risulta che i sensi di colpa, per chi rimane, sono vertiginosi e insormontabili; però, nello stesso tempo, con una grossa riflessione in merito credo che sia possibile, per chi resta e non fa questo tipo di scelta, individuare quella quota di indicibilità. Tolstoj, alla fine della sua esistenza, ha fatto delle cose da matto che somigliavano a un tentativo disperato di sottrarsi alla vita. Lui aveva detto che non si può vivere se non quando si è ebbri di vita, quando passa la sbronza ti accorgi che è tutto uno schifosissimo imbroglio. Uno può chiedersi se non sia il caso di non preoccuparsi eccessivamente di chi resta, ma di attuare la sopravvivenza o l’interruzione della sopravvivenza secondo dei criteri che sono personalissimi e sui quali non si può sindacare».

Il suicidio però è visto anche una perdita, come un fallimento della società, perché si potrebbe pensare che non si è capita la persona che si toglie la vita.

Vitaliano Trevisan: «È sempre accompagnato dall’essere umano in fondo, per cui poi le modalità con cui viene trattato dipendono dalla contingenza storica. Adesso mi viene in mente Ingerborg Bachman, scrittrice austriaca che trattava i suicidi come omicidi sociali».

michele cisco (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Michele Cisco: «Io credo che in questo festival l’accento sia sulla la capacità, la decisione che ognuno di noi ha, volendo, di porre fine alla propria esistenza. Io credo che la nostra società sia molto focalizzata sulla scelta personale, sulla capacità di realizzare imprese, opere, di arricchirsi e di costruire, il Veneto che lavora, la persona che si dà molto da fare: in questo caso poniamo l’accento su una sconfitta, se vogliamo, ma è comunque una scelta. Nel Veneto poi, in cui la cultura cattolica è molto presente è un rapporto molto controverso perché e c’è comunque un giudizio che anche noi stessi diamo. No evidenziamo questo tipo di gesto molto radicale, che parte dall’individuo, sapendo già che la società farà fatica ad accettare e magari vivrà in maniera negativa proprio per via di retaggi culturali. Un gesto del genere ci pone delle domande in più, perché possiamo chiederci se e quanto conosciamo veramente i nostri familiari e conoscenti: questa rassegna può far scattare questo tipo di interrogativi e di approfondimenti perché è un gesto talmente radicale che mette in crisi tutto l’essere: l’essere famiglia, comunità e società e può essere una buona occasione di riflessione anche su quelli che possono essere i nostri rapporti; parliamo di una scelta radicale, ma anche di chi la vive, le altre persone».

Si parla sia di suicido assistito, sebbene il caso dell’eutanasia sia una condizione limite, ma anche di prevenzione al suicidio, due facce della stessa medaglia: come vedete questo rapporto?

P.F: «Da noi è inattuabile perché c’è una legge ispirata dalla nostra religione e dal fatto che il Vaticano abbia un’ingerenza scandalosa sulla libertà di scelta delle persone, devi andare in paesi che a mio avviso si sono emancipati».

M. C.: «Quando abbiamo pensato, in sedi separate, di proporre questa rassegna penso che abbiamo avutolo stesso pensiero: quando si affronta un tema, si danno degli stimoli e anche quella è prevenzione perché negare un problema o una realtà diventa di fatto un assecondarli. Ci sono molte chiavi di lettura: i suicidi ci sono, parlarne in chiave leggera o drammatica è un modo per fronteggiare il problema e stimolare una discussione che dovrebbe dotare ognuno di spirito critico e strumenti per affrontare una realtà che speriamo che non ci riguardi, ma che comunque ci sfiora. Quando mi è stata proposta questa tre giorni, l’ho considerata significativa, perché all’interno di una rassegna dove abbiamo spettacoli per bambini, cineforum, letture: ho pensato che si poteva mettere anche qualcosa di provocante, non scontato di attuale e vedere cosa ne esce; poi la collaborazione con Schio parte da un tema che viene sviluppato con genesi diverse, ma andiamo sulla stessa linea».

V.T.: «Secondo me ci sono molte ipocrisie cattoliche essenzialmente, non si va al di là del cattolicesimo, non qui. Poi la Chiesa resta sullo sfondo, ma c’è e determina molto, anche il caso di Eluana Englaro: è stata una cosa vergognosa il modo in cui è stato trattato politicamente».

cesare pavese (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)È un tipo di realtà trasversale oppure è qualcosa che riguarda persone benestanti che si ritrovano in situazioni che destabilizzano? Che idea vi siete fatti?

Mayakovsky (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)P.F.: «Conosco una famiglia dove il padre si era impiccato e 3 dei figli lo stesso, ed erano montanari. Secondo me il suicidio non è un “problema”. Lo sforzo di farsene una ragione, noi, in questo momento, lo facciamo con un atteggiamento abbastanza elitario, nel senso che noi parleremo di Sylvia Plath, Anne Sexton, Pavese, Majakovskij, l’elenco dei suicidi di artisti è sterminato: io credo che tratteremo loro in modo particolare quasi come fornice di un patentino di legittimità su delle scelte estreme. Ciò non toglie che il mistero di una scelta così definitiva vada osservato col silenzio, io posso parlare della tua vita per spiegarmi un gesto pur sapendo che non arriverò mai a spiegarlo. Gli esseri umani che sopravvivono non solo devono elaborare un lutto pazzesco, ma devono anche cercare di capire l’incomprensibile e di dire l’indicibile».

Ci sono dei fenomeni sociali culturali o periodi storici che possono portare a una sorta di emulazione, pur essendo una scelta personale?

P.F.: «Nella crisi del ‘29 non c’erano precedenti in quel senso, e quelli che si buttavano dai grattacieli erano disorientati in maniera così radicale, mentre Mani Pulite o la crisi attuale portano a una disperazione diversa. io ho un grande rispetto della figura umana suicida, il giudizio è rigorosamente sospeso dal mio punto di vista».

V.T.: «Per alcuni il cambiamento: nella crisi del ‘29 che si buttavano dai grattacieli, era gente che si era rovinata. Ma la povertà non è uno stimolo al suicidio: è come l’anoressia, non colpisce i paesi come l’Africa, dove si soffre la fame non ci sono le anoressiche. Sono anche fattori ambientali e territoriali, come le zone di confine, forse perché c’è una questione di identità non chiara che probabilmente agisce sullo spirito. Il pericolo dell’emulazione c’è sempre stato e a volte l’istinto di conservazione si travalica. L’essere umano è misterioso».

Chi è agnostico vive questi eventi in maniera diversa da chi invece ha fede o comunque una forma di spiritualità ?

P.F.: «No, non credo, io sono rigidamente agnostico e istericamente anticlericale, ma il tema dell’anno per me è il Grande Spirito. La spiritualità è qualcosa che travalica i dettami e la reazione emotiva di chi resta, per un agnostico è anche peggio perché per un credente c’è la speranza di un perdono o che ci ritroveremo in un mondo migliore, ma queste non sono cose per me».

Vitaliano, che cosa ti aspetti dal pubblico?

V.T.: «Non mi aspetto mai niente dal pubblico, ognuno trae le sue conclusioni, alla fine sono spettacoli e incontri come altri, non è che debbano sconvolgere la vita. È un argomento interessante, trattandolo con le “armi” dello stile e delle tecnica artistica non è più difficile di altri».

Quindi, secondo te, per trattare questo argomento l’arte è la via migliore?

V.T.: «Sicuramente».

 

nr. 28 anno XVII del 21 luglio 2012

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