NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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IL VIAGGIATORE. La bellezza del cambiamento, dal Ramadan di Bouba all’eleganza del conte Giannino

Lontani dagli astrusi palazzi del Potere, noi cittadini di un mondo che soffre viviamo ogni giorno esperienze impagabili

di Stefano Ferrio

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IL VIAGGIATORE. La bellezza del cambiamento, dal R

Quando ero ragazzo pensavo che dal Duemila in avanti avrei condiviso esperienze meravigliose, e quasi indicibili, assieme al resto dell’Umanità. Viaggi interplanetari andata e ritorno nel sistema solare, ad esempio. Incontri ravvicinati del terzo e quarto tipo con civiltà extraterrestri. “Teletrasporti” grazie a cui materializzarmi a piacimento in un qualche punto del mondo. Prodigi di una medicina di massa in base a cui, se non proprio diventare immortale, poco ci sarebbe mancato.

Lo sognavo con la tipica ingenuità di un adolescente galvanizzato da qualche film di fantascienza, e propenso a fare le ore piccole con altri sognatori della sua età. Ma c’è da precisare che erano suggestioni condivise, magari in modo più ponderato, anche dal cosiddetto “mondo degli adulti”, come si può intuire sfogliando giornali degli anni Sessanta dove abbondavano le previsioni di fare un salto su Marte a cavallo del nuovo millennio.

Erano davvero sogni, innocenti fantasie destinate a essere smentite da questo presente, da un 2012 molto poco “spaziale”, per nulla esaltato da una qualche prospettiva di immortalità, e caso mai alle prese con la spietata durezza di una crisi economica che, per la prima volta nel dopoguerra, indica alle nuove generazioni dell’Occidente un domani per molti versi recessivo rispetto alle presunte sicurezze economiche e occupazionali conquistate da quelli vissuti prima. Se oggi intervistiamo un campione di cento italiani su come si immagina il 2030, o non se lo immagina proprio per niente (e la mancanza di futuro, ovvero di speranza, è un’autentica piaga dell’umanità), oppure inizia a fare innominabili scongiuri.

Ciò nonostante, in questo tetro e opprimente 2012, anche nella nostra Vicenza si possono fare esperienze, queste sì, davvero inimmaginabili nell’Italia di una trentina di anni fa. Nel mio immenso piccolo l’altra sera ho passato ore a farmi spiegare il Ramadan, annuale periodo di digiuno che oggi inizia in tutto il mondo per milioni di islamici, da un certo Bouba. È un senegalese che sogna di vivere il tempo di una possibile pensione nel suo Paese, a patto di trovare il modo di sbarcare il lunario qui in Italia per i due o tre anni necessari a fargli versare i contributi ancora mancanti dopo una vita da saldatore in giro per le fabbriche dell’ex miracolo del Nordest. Nel frattempo abbozza prove di un qualche romanzo che gli si agita dentro, perde il conto dei nipoti avuti dai trentuno fratelli che il padre gli ha dato con i suoi quattro matrimoni, e fa occasionalmente il portiere in squadre di calcio che gli lasciano fumare una cicca fra un tiro in porta e l’altro da parte degli avversari.

Già basta la descrizione di Bouba per capire che incontrare uno come lui fa parte di una normalità a cui nemmeno si pensava uscendo dal cinema Berico dove avevano appena proiettato una qualche Guerra dei mondi. Se poi aggiungiamo la certezza di avere a che fare con il nipote di un qualche re cacciatore simile ai personaggi dei bei libri di una volta, quelli donatici da un Kipling o da un Salgari, l’ipotesi di vivere esperienze tipiche di un “quotidiano straordinario” fino all’altro ieri inimmaginabile diventa certezza. Osservazione applicabile non solo a Bouba, ma anche ai due fratelli cinesi che al bar Tucano di viale Ferrarin ogni giorno “gestiscono” una nostrana orda di rumorosi avventori con una squisita gentilezza estranea a certi operatori del sociale, alla travolgente squadra del Burkina Vi sempre più rappresentativa di un calcio nostrano in altre sedi svuotato di passione popolare (vedi i nove tifosi presenti al raduno del Vicenza), alle multicolori classi elementari del Villaggio del Sole o di Alte Ceccato, alle ragazze dell’Est che lauree in ingegneria o architettura non tolgono dalla strada, ai fragorosi canti dedicati a Dio da cori di africani ammassati in ex capannoni industriali.

Non passa giorno senza che ci sia dato vivere l’emozionante esperienza di una Babele risorta dalle sue ceneri, ci si augura per un tentativo migliore del precedente, mettendo in fila incontri destinati a trasformarsi in intrecci di nomi, destini, memorie. Qualcosa di tremendamente lontano dall’ovatta che ammanta tutti i palazzi di una Politica, soprattutto in Italia, sempre più assorbita da linguaggi, mitologie e miraggi estranei al pan e quotidiano dei comuni mortali. Rispetto al nostro disastrato Paese non va così meglio in un resto del mondo dove a Washington il solo Barack Obama, pur tra infinite difficoltà creategli dall’establishment circostante, dimostra di intuire la portata e le prospettive di cambiamenti così possenti e condizionanti.

Uno, Obama, che avrebbe cenato volentieri con un vicentino come il conte Giannino Marzotto, appena uscito di scena con un’Eleganza mai tramontata dal suo cammino proprio perché conseguente a un’incurabile curiosità per il mondo e i suoi abitanti di ogni reddito e colore. Amabili tratti per cui ricordarlo quando trionfava alle Mille Miglia di una felice e insonne Italia degli anni ‘50, quando, cosa degli ultimi tempi, destinava fortune a un’associazione nata per aiutare i suoi giovani connazionali, e perfino al momento di un funerale che ha voluto trasformare in una lunga festa fatta solo di brindisi alla sua memoria. E a quella gioia di vivere con cui si confonde.

 

nr. 28 anno XVII del 21 luglio 2012

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