NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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IL VIAGGIATORE. Andrea Palladio, giostraio

L’apertura del nuovo e fantastico museo dedicatogli dal Cisa fa immaginare che, vivesse oggi, non progetterebbe ville, ma parchi dei divertimenti, magari in Campo Marzo

di Stefano Ferrio

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IL VIAGGIATORE. Andrea Palladio, giostraio

Sono in tanti a supporre che, vivesse ai nostri giorni, e non nel Rinascimento, Andrea Palladio snobberebbe la professione di architetto. Per darsi, in effetti, all’arte del giostraio.

Sì, e trasformare i pochi ettari di Campo Marzo in un Parco di attrazioni in grado di ridicolizzare le faraoniche meraviglie disseminate per i cinquantadue chilometri quadrati di Disneyland. Cose che solo il Palladio delle marmoree porte lasciate sulla soglia di altri mondi, e degli scorci di palazzi tirati giù da qualche Olimpo, sarebbe oggi in grado di fare.

L’imminente apertura del Palladio Museum, fissata per il 4 ottobre, a palazzo Barbaran Da Porto, sotto l’egida del Cisa, rinfocola quest’ipotesi. Prima ancora di vederlo di persona, memori delle sparse anticipazioni ricevute in questi anni da nocchieri del Centro internazionale di studi d’architettura come Howard Burns e Guido Beltramini, la sensazione è molto chiara. E ci parla di un fastoso, iperbolico Divertimento, suscitato da una strepitosa, inedita commistione di passato e futuro, reale e virtuale, naturalistico e artificioso. Dove i bachi da seta, lasciati a pascolare come cinquecento anni fa sul gelso del cortile, concorrono alla Verità della rappresentazione allo stesso modo delle fantasmatiche guide che la regia del progettista Alessandro Scandurra ha disseminato lungo le pareti delle sei sale interne, con il compito di introdurre i visitatori a interattive simulazioni delle opere palladiane. Quasi come dentro il Castello delle streghe della Festa dei Oto, dove l’interazione favorita dal vagoncino sfrecciante fra penzolanti larve e sdentate fattucchiere era con “qualcosa” di una Sonia o una Jessica conosciute un’ora prima agli autoscontri.

Prima ancora di vederlo di persona, il Palladio Museum rende totalmente giustizia al Genius Loci di questa città, dove l’olio delle “fritoe” unge i bordi delle consunte tavole del “De Architectura” di Vitruvio. Fino a confermarci che, dotato da Dio e dagli dei insieme, dell’indole curiosa e famelicamente votata al Nuovo suggeritaci dalle sue opere, Andrea Di Pietro, in arte Palladio, oggi schiverebbe ad arte le gare a base d’asta per pubblici appalti, tuttora destinati a immortali ex socialisti dal lucido facile, così come le fregole di gentildonne a cui adattare una certa idea di villa, mutuata da un vecchio e introvabile numero di Domus, sfogliato sotto il casco della Gianna.

A chi poi piace figurarselo indifferente quanto basta alla notorietà, si para davanti una scelta illimitata di chance. “Architetto” di ineffabili speculazioni a Wall Street, più che regista post-felliniano per superstiti cineclub del giovedì, astrofisico illuminato dalla luce dei quasar sull’esistenza di universi paralleli, più che brillante imitatore di Steve Jobs di fronte alla tastiera di un computer. Finché ci si arrende davanti alla parola “giostraio”.

A patto di mettersi d’accordo sul significato che essa assume nel ventunesimo secolo. Per capirlo non occorre andare nella Parigi di Eurodisney, ma ad Altavilla Vicentina. Nei laboratori da cui la premiata e nostrana ditta Zamperla esporta in novanta Paesi stranieri macchine su cui sperimentare per pochi euro assenza di gravità, accelerazioni da test cosmonautici, simulazioni di gran premi motociclistici, roboanti galoppate in sella al Nulla.

Se gli Zamperla destinano al mercato italiano appena il 5% della propria produzione, è proprio perché manca un Andrea Palladio nato da queste parti, e perciò in grado di fornire loro progetti studiati apposta per il nostro Paese. A cominciare ovviamente da Campo Marzo, dove la Festa dei Oto si trascina sempre più stancamente un settembre dopo l’altro, e dove lo Spirito del Tempo si allontana ogni anno che passa da ottovolanti, “bruchimela” e montagne russe di una tradizione ormai spenta.

Diverso sarebbe lo spettacolo se affidato a un Andrea Palladio a cui gli Zamperla lasciassero carta bianca per il progetto di un parco dei divertimenti ecologico, silenzioso e onirico, visto che ci troviamo in pieno centro città. Una Marzoland ovviamente collegata in modo permanente e interattivo con il Palladio Museum di palazzo Barbaran. Così da fare di Vicenza, una volta di più, meta unica al mondo. Dove nel giro di poche ore pregare la Madonna di Monte, ammirare il teatro Olimpico, mangiare “poenta e bacalà” (ammesso che la si trovi…), e avventurarsi nelle sale della giostra chiamata La Rotonda per contemplare un sole moltiplicato all’infinito dagli anelli di Saturno…

Certo, un Andrea Palladio dei nostri giorni farebbe impallidire questa innocente fantasticheria. Basta andarlo a cercare, forse a Vicenza, forse un po’ più lontano. Forse con il Cisa, forse con gli Zamperla. A condizione che, una volta trovato, ci si comportasse come quei nostri avi illuminati. Così da dargli, assieme al computer, una bella risma di carta bianca.

 

nr. 33 anno XVII del 29 settembre 2012

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