NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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IL VIAGGIATORE. L’infinito in una canzone a Monte Berico

Dove basta chiudere e riaprire gli occhi per vedere amanti, fantasmi, antenati, discendenti, e perfino l’ombra di un Angelo

di Stefano Ferrio

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IL VIAGGIATORE. L’infinito in una canzone a Monte

Sopravvivremo dunque alla Fine del Mondo, prevista per il 21 dicembre prossimo?

Il 22 dicembre ci sveglieremo, come può succedere di sabato, davanti a Davide Mengacci che su Retequattro magnifica le virtù dei “piconi al formaggio” di Ascoli Piceno, oppure al cospetto di un feroce dio Baal in versione Maya intento a portarsi alla bocca milioni di dannati come noi? (e siamo sicuri di sapere cosa è peggio?).

In attesa di verificarlo, e accadrà ben presto, abbiamo ancora la possibilità di capire cosa rischiamo di perdere per sempre non solo il 21, ma anche il 20, il 19, il 18, il 17, il 30 o il 7 di questo, come di qualsiasi altro mese della nostra vita.

Per rammentarlo basta far ripartire per l’ennesima volta il file del “videoclip” di Vicenza. Se qualcuno ha dimenticato come si fa, ecco le istruzioni.

 

Recarsi a Monte Berico allo spuntare del sole. E se il sole non c’è, la foschia o la nebbia vanno bene lo stesso, perché sono “nostre” come la Rotonda e il Vicenza Calcio.

Dotati di musica e auricolari, chiudere gli occhi davanti al paesaggio dei Lessini innevati che incoronano un paesaggio brulicante di splendori palladiani, orrori industriali, alveari periferici, auto in colonna, grappoli di insegne, oasi di Natura e “spuaci” di smog.

Riavere così cognizione del fatto che questa è esattamente la fotografia della “nostra Anima”.

E a questo punto far partire la musica riaprendo lentamente gli occhi.

Essere liberi di spaziare da Mendelssohn a Eleanor Rigby, passando per i passerotti di Claudio Baglioni, pur sapendo quanto è difficilmente superabile “Solsbury Hill” di Peter Gabriel, perché sa di colli come questi, sempre un po’ umidi di pioggia, ricordi, lacrime dolci mischiate alle amare.

“Climbing up on Solsbury Hill

I could see the city light”

Quando gli occhi sono del tutto aperti, guardare giù, sfiorare la Basilica e sorvolare le Prealpi fino ad accorgersi che stanno inumidendosi di commozione.

A quel punto li si richiude, sapendo di avere già visto, anzi, “rivisto”, tutto.

Sì, ci sono i due che, proprio in questo momento, fanno all’amore all’ultimo di un condominio dell’Albera e chissenefrega se fra loro non si sono mai sposati.

C’è un figlio di Dio di nome Filippo, non importa quanti anni ha e quale titolo di studio, se in un vicoletto della Stanga si avvicina alla comprensione del Creato osservando i pieni e i vuoti di una caditoia.

All’imbocco di piazza dei Signori c’è Rashid, metà berbero metà di Malo, così pieno di tormenti per il suo imminente esame di analisi matematica, da non vedere, un po’ sepolta da poncho e borsa della spesa, la Teresa che sposerà fra sei anni esatti.

Sui tetti di San Lazzaro, immagata dal suono di una campana, da un ricordo di scuola, da occhi intravisti un secolo o forse un minuto fa, c’è l’anima vagabonda di chi, da questa città, non se vuole ancora andare.

Nel silenzio del duomo ci sono labbra che si chiudono al momento di confessare quanta paura fa la vita lì fuori.

“... To keep in silence I resigned

my friends would think I was a nut…”.

Al parco di via Ruspoli, zona stadio, ci sono i tre anni di Silvia che venderebbe sua madre per una caramella mou, i 17 di Michele, che si posiziona il pallone tra le foglie morte per tirare il rigore di una finale di Champions’ League, e i 97 di Amedeo, che sonnecchia sulla panchina sicuro di averne ancora 25, mentre ordina un cabaret di meringhe alla pasticceria Meneghina.  

Giunti in questo preciso punto della canzone e della storia dell’Universo si può finalmente comprendere che ci sono proprio tutti, di Vicenza e no, e che dipende solo dalla nostra capacità di “vedere” il fatto di riconoscere o meno nostra nonna piegata da due borse della spesa della Standa, nostro trisavolo di ritorno dalla guerra, operai in marcia, contadini al mercato, muratori sospesi sul nulla di viale Torino, e perfino nostro nipote che deve ancora nascere, ma già ci sorride dagli scalini di palazzo Chiericati, dove ha appena visto un Angelo.

"…Hey - I said - You can keep my things

They've come to take me home."

Qui finisce la canzone. Perché non finisca anche Vicenza, e con lei il mondo intero, basta solo tenere gli occhi chiusi un istante di più.

E nel silenzio riaprirli.

 

nr. 44 anno XVII del 15 dicembre 2012

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