NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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IL VIAGGIATORE. Mille chilometri per dire un verso, che riapre la porta del Tempo

Così insegna la storia di Fabio Masetti, che prende moglie “e fogli” e fa mille chilometri per vincere una gara poetica a Vicenza, evocando nonni partigiani, tele del '600 e nostrani parroci rivoluzionari

di Stefano Ferrio

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IL VIAGGIATORE. Mille chilometri per dire un verso

In un procelloso mercoledì di marzo Fabio Masetti, arrembante poeta full-time, ha preso moglie “e fogli” (non figli), ha viaggiato per cinquecento chilometri fino a Vicenza, ha sfidato pioggia e vento per leggere i suoi tre componimenti al secondo Slam Poetry organizzato da Dire Poesia sotto la Basilica Palladiana (dove io sono arrivato ultimo di brutto, e nemmeno “buon ultimo”), ha fortunatamente trovato fans locali pronti ad accoglierlo con il loro tifo, ha vinto la gara condotta da un magnifico Carlo Presotto battendo in finale la vicentina Delia Fraccaro, ha devoluto a chissà chi i due biglietti del teatro Astra messi in palio come premio, e si è infine rifatto al contrario i 500 chilometri che l'hanno felicemente riportato nella capitale. E non in un luogo qualsiasi di Roma, restando a quanto Fabio Masetti rivela nell'incipit del primo componimento letto a Vicenza, “Vivo in via Tasso, al 155, negli uffici dove fu Kappler l’assassino, nello stesso letto, io, ironia della sorte, da trent’anni romano, io col mito resistente col nonno partigiano in Liguria, Bella ciao come ninna nanna, ora ci dormo e ogni sera chiudo gli occhi e torno al ’43...”. Stesso civico in cui, durante la seconda guerra mondiale, la Gestapo, comandata dal tenente colonnello Herbert Kappler, interrogava e torturava ebrei e partigiani, in un clima di quotidiano terrore culminato nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto il 23 marzo 1944.

Ci si può fermare qui per svoltare altrove, anche se risulta intrigante avventurarsi liricamente sulle tracce del nonno citato dal poeta, imbattendosi allora in Masetti Walter, nato a Sala Bolognese il 13 marzo 1910, comunista sin dalla più giovane età, confinato dal fascio, amnistiato, arruolato con la forza nell'esercito invasore italiano, ma successivamente di nuovo contro il regime, stavolta come partigiano che combatte in Alto Adige, dove viene catturato per essere spedito prima al campo di concentramento di Mauthausen, e poi a quello di Gusen, luogo della sua morte, avvenuta il 20 febbraio 1945.

Uniti da un temperamento così focoso, nonno guerriero e nipote aedo non si sono mai conosciuti di persona, ma piace pensare che facciano parte entrambi di un'emiliana schiatta la cui genealogia risale anche a un lontano omonimo del secondo. Si tratta di un Fabio Masetti che quattro secoli fa il duca di Modena nominava suo ambasciatore a Roma, dove il suo nome finisce in riservati annali come testimone di intricate e intriganti vicende artistiche. È infatti lo stesso Masetti messo al corrente del segreto domicilio di Palestrina concesso dai principi Colonna al ricercato Caravaggio, che nella tenuta di Pallano dipinge la celebre Cena di Emmaus conservata nella pinacoteca di Brera. Ed è nel contempo il sofisticato cultore del gossip più eccitante e riservato a cui, nel 1620, a proposito di due tele arditamente attribuite a “un Pomarancio” (uno dei tre artisti dell'epoca così soprannominati), si rivolge un padre Girolamo Buondinari per nulla qualunque, se poi viene descritto tout court come “gesuita inframmettente, confessore e dominatore di Virginia de' Medici, duchessa di Modena” (citazione tratta dalle “Lettere artistiche” raccolte a fine '800 dal marchese Giuseppe Campori).

Ci fossimo fermati “lassù”, come solo ipotizzato all'inizio di questo scritto, invece di mettersi sulle tracce di resistenti e cortigiani, avremmo potuto virare per altri lidi, magari più vicini nello spazio e nel tempo. Né meno poetici. Come quella chiesa della diocesi di Vicenza dove ogni domenica vi accoglie, anche in scarpe da ginnastica se è in vena, il giovine parroco per il quale ogni percorso di avvicinamento tra l'altare e i fedeli è avvenuto da mo', da ben prima che questo Papa Francesco, già più benedetto di altri in appena tre giorni di pontificato, annunciasse la campana del cambiamento a miliardi di cristiani. È la stessa chiesa – unico indizio disponibile – dove non “siga”, e nemmeno si strazia, ma finalmente “canta” un coro di uomini, donne e fanciulli guidato, come Dio comanda, da una direttrice volitiva e bionda.

Nessuna indicazione di più. È quanto basta per chi intende scoprire, e non si accontenta di curiosare. È solo l'invito a origliare il vento, a catturare le voci, a trovare da soli non necessariamente questa strada, che davvero conduce a quel prete e a quel coro (le volte in cui ci vado, siete liberi di pedinarmi), ma comunque “una strada”. Una delle tante che oggi, ieri, un anno fa, mille anni or sono, prima ancora che imboccate, sono state tracciate affinché ognuno di noi le percorra, le esplori, le racconti, le reinventi e, se possibile, le custodisca. Sapendo di trovare “quanto serve” ovunque un poeti canti, un pittore dipinga, un resistente combatta, un sacerdote illumini e un testimone riveli qualcosa del mondo.

A Vicenza? A Roma? Nella Modena del '600? Nel Vaticano di domani? Precisarlo risulta secondario, quando l'importante è, come scrive Fabio Masetti, il poeta: “Dov’è la vita non so, ma so, d’improvviso, che non c’è libertà senza contatto”.

 

nr. 10 anno XVIII del 16 marzo 2013

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