NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante ovvero la voce della coscienza

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante ovvero la voce della coscienza

II parte

Introduzione

Prima di tutto avverte il Filosofo, Aristotele, è sempre necessario definire i termini che si utilizzano al fine di non “fare confusione” poiché a suoni eguali non corrispondono sempre significati uguali, come abbiamo avuto modo di evidenziare quando si è presa in esame la gran vicenda della pace e dei troppi significati che ad essa sono stati attribuiti nel corso della storia. Per il termine coscienza è più facile indicare l’ambito di riferimento d’uso, psicologico, psichiatrico, sociale, un po’ più complesso è invece l’ambito della riflessione filosofica.

 

La coscienza nel mondo antico

Afferma Platone, il primo cui possiamo riferirci per considerare il tema della coscienza. Nel dialogo Teeteto 189e, riflettendo sul problema della verità e dell’opinione quale indagine dell’anima, afferma: ” è un ragionamento che l’anima fa con se stessa” e nell’altro dialogo il Sofista, 263 che la mente deve sempre riflettere su se stessa. È la riproposizione della prospettiva di Socrate. Quel “ consoci te stesso” che è la prima è più importante affermazione dell’indagine filosofica. Interroga te stesso, la tua anima, la tua mente ossia tutto te stesso e allora la ricerca della verità non sarà solo un badare all’apparenza e a ciò che avviene nel mondo, ma quello che è fondamentale. Fa certo eco a ciò quanto a proposito della pace, scriveva Euripide (486 a.C.– 406 a.C. circa), ne Le supplici, dove appare con chiarezza che è nella coscienza di se stessi che forte può essere la decisione del bene:

“Infatti, quando la guerra arriva al voto del popolo

nessuno ancora pensa alla propria morte

ma prevede la rovina per quest’altro.

Ma se la morte fosse davanti agli occhi in occasione del voto.

L’Ellade che infuria di guerra non sarebbe mai stata rovinata.

Per la verità tutti noi uomini, fra due dichiarazioni

consociamo più forte la migliore, sia ciò che è buono sia ciò che è malvagio,

e sappiamo quanto la pace sia migliore della guerra per gli uomini

la prima è amicissima alle Muse,

e nemica delle Pene, si diletta per la buona prole,

gioisce per la ricchezza. Noi malvagi (stolti) trascurando queste cose

scegliamo la guerra ed asserviamo

il più debole uomo tra gli uomini, e la più debole città tra le città.” (tr.it. E. Gugole)

 

Con chiarezza la responsabilità della pace è attribuita all’uomo; infatti, solo e soltanto se l’uomo interroga se stesso, la sua autentica natura, sceglie la pace, ma “stolti”, i pazzi più pazzi della stessa pazzia ricorderà Erasmo da Rotterdam, scegliamo la guerra e danneggiamo soprattutto i più deboli.

Così è tracciata la prima grande riflessione sulla coscienza cui si affianca quella non meno importante di Aristotele che considera la coscienza da due punti di vista, quello della consapevolezza delle percezioni sensibili che noi oggi chiamiamo anche appercezione, per distinguerla dalla semplice percezione che è l’atto degli organi sensoriali in relazione al mondo esterno. Questi “registrano” per così dire i fenomeni sensibili, ma spesso questi non giungono alla coscienza e quindi il ricevente non può elaborarli dal punto di vista intellettuale. L’altro aspetto della coscienza è elaborato dallo Stagirita nella Metafisica (XII, ().9, 1074-b 37-38) ed è la coscienza che di se stesso ha il Motore Immobile, ossia l’Intelletto, Dio, che ha una vita nella quale “pensa se stesso, se è vero che esso è il bene supremo, e il suo pensiero è pensiero – di – pensiero”. La più alta coscienza quindi è proprio di Dio che ”conosce se stesso e riflettendo su se stesso sa del bene e può muovere al bene. Questo stato di coscienza è anche di beatitudine (Ivi, XII, ().9, 1072b 254.

La capacità dell’anima razionale, posseduta solo dall’uomo, è sua sostanza, ed è quella, oltre al muovere la vita dell’uomo, di saper discernere (cfr. de anima, II, I, 412a 10), consapevole che ciò “che muove” come causa efficiente ed è anche causa finale, è il bene. L’anima sostanza o forma del corpo dirà San Tommaso d’Aquino, è la causa delle attività spirituali. Così l’atto umano non è compiuto solo ”fisicamente”, ma ha la sua causa proprio nell’anima, nella coscienza possiamo dire. Gli atti sono dunque intenzionali e non si può sostenere che l’azione sia compiuta in modo inconsapevole, se non vi siano degli aspetti problematici. Ben nota è la ricerca intorno alle malattie mentali che inficiano la capacità della coscienza. Ricordiamo tra tutti proprio gli studi di I. Kant Sulle malattie della testa; a tale proposito, cfr. O. Meo, La malattia mentale nel pensiero di Kant, Genova, Tilgher, 1982.

La riflessione etica di Aristotele che richiede sempre la deliberazione, cioè il discernimento razionale e non la scelta che avviene sempre tra equivalenti, introdurrà il dibattito successivo ed essa sarà il riferimento principale della ricerca che investe sempre di più l’individuo piuttosto che la polis (città). L’anima, la coscienza sono in primo piano dato che ad essere coinvolto è l’individuo che diventa la sede decisionale della sua vita. Lo spostamento di problema, avvenuto con le grandi opere di etica dello Stagirita, Etica Eudemia, Etica Nicomachea, Grande Etica, dove più che la convivenza sociale organizzata nella dimensione politica, vi è l’interesse al rapporto tra felicità e virtù, ovvero la via soggettiva che assume sempre più grande valore rispetto all’alterità.

 

Più precisa si farà ancora la riflessione nelle filosofie postaristoteliche ed in particolare nelle scuole che pongono la loro attenzione sulla relazione tra interiorità dell’uomo che ricerca uno stato di benessere e il mondo esteriore con le due obbliganti azioni. L’uomo per Epicuro è un ricercatore della felicità (cfr. Lettera a Meneceo o sulla felicità ) che è assenza di qualsiasi passione che possa disturbare la condizione dell’anima che rimane serena solo in se stessa. Afferma il filosofo nella citata Lettera: “Dobbiamo poi pensare che alcuni dei nostri desideri sono naturali, altri vani. E di quelli naturali alcuni sono necessari, altri non lo sono. E di quelli naturali e necessari, alcuni sono necessari per essere felici, altri per la buona salute del corpo, altri per la vita stessa. Una sicura conoscenza dei desideri naturali necessari guida le scelte della nostra vita al fine della buona salute del corpo e della tranquillità dell'animo, perché queste cose sono necessarie per vivere una vita felice. Infatti noi compiamo tutte le nostre azioni per soffrire e avere l'animo turbato. Ottenuto questo, ogni tempesta interiore si placherà, perché il nostro animo non desidera nulla che gli manchi, né ha altro da cercare perché sia completo il bene dell'anima e del corpo. Abbiamo infatti bisogno del piacere quando soffriamo perché esso non c'è. Quando non soffriamo, non abbiamo neppure bisogno del piacere… che per noi è invece non avere dolore nel corpo né turbamento nell'anima.”

Evitare quindi il marasma dell’anima che la consuma e non le fornisce quella perfetta pace che nasce dalla liberazione delle passioni. Questo compito è necessario per raggiungere la piena coscienza di ciò costituisce la vera via della felicità. Così l’atarassia è il termine che designa questa liberazione per l’anima, ma anche il corpo deve liberarsi e raggiungere la condizione di assenza di dolore fisico che è l’aponia. Né il corpo né l’anima siano turbati, questa è la via della serenità epicurea che si allontana dal mondo, perché provoca turbamento è il de contemptu mundi che sarà ripreso anche da alcuni spetti del monachesimo cristiano, ma dove l’abbandono del mondo è per la migliore contemplazione di Dio.

L’avere coscienza della negatività del mondo in tutti i suoi aspetti per la propria anima conduce anche ad una sorta di indifferenza che già il discepolo di Socrate, Antistene aveva teorizzato; non è questa però la via epicurea che è coscienza del mondo e coscienza di poter raggiungere una serenità, una traquillitas animi considero che i mali sono prodotti spesso dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente. La via della saggezza è appunto quella che evita tutto ciò. La ricetta è contenuta nel Quadrifarmaco che serve a curare i mali dell’uomo: 1) Paura degli dei e della vita dopo la morte. Cura: gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi. 2) Paura della morte. Cura: quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più. 3) Mancanza del piacere. Cura: esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare. 4)Dolore fisico. Cura: Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. Così, afferma Epicureo: ”Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici” e “uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice.”

La coscienza ha quindi la funzione di saper evitare tutto ciò che produce turbamento fosse anche l’inseguire il piacere naturale e necessario, come il bere e il mangiare. Figuriamoci quando l’uomo insegue i piaceri naturali non necessari, il mangiare raffinato, la ricerca del cibo fine a se stesso, oppure quelli non naturali e non necessari, come la vanagloria politica. Tutta la vita deve essere tranquilla e capace di dare vera soddisfazione all’animo.

 

Questa funzione della coscienza, pur diversa nell’articolazione, è quella che inseguono anche gli Stoici- L’uomo deve appropriarsi di tutto il suo essere, conservarlo ed evitare ciò che potrebbe essergli contrario. Operare per conciliare a se stesso tutto, attuando ciò che lo porta ad essere se stesso. La coscienza è in qualche modo l’arbitro di tutto ciò; evitare il vizio perché distrugge l’essere e inseguire la virtù che è, in realtà, il benessere individuale. Ciò che riguarda il corpo compresa la relazione con altri individui nel contesto sociale sia che nuoccia o non nuoccia, deve essere considerato “moralmente indifferente”. Certo gli uomini hanno in comune una sorta d’istinto di conservazione ed è ciò che gli spinge, almeno nel contesto delle relazioni, ad individuare dei valori o disvalori. I primi sono preferiti i secondi no, ma i valori servono alla vita sociale non alla propria individualità, alla virtù che ogni essere insegue. Ne deriva che nell’ambito sociale si debbono adempiere gli officia, gli obblighi, ma questi non debbono influire nella ricerca della propria e soggettiva virtù. Gli officia sono doveri, ma questi non derivano dalla propria coscienza, solo dalla relazione, hanno valenza morale, ma non sono lo scopo della morale ossia del modo di vivere dello stoico. Certo l’umanità è considerata nel suo aspetto più vasto, non ristretta nella dimensione della polis, ma è un richiamo che diviene generico, perché non coinvolge la coscienza, anzi la relazione può essere causa di “passioni” e queste vanno accuratamente evitare. La stessa misericordia fa parte dei difetti e vizi dell’anima e dei doveri che sono richiesti. L’uomo misericordioso è uno stolto, un leggere che si fa coinvolgere. Il vero sapiente non si commuove per nessuna condizione umana né in simpatia né in antipatia. Nella legge egli vede il rispetto necessario esterno alla sua vita e la colpa commessa non può essere condonata. Nemmeno la preghiera d’aiuto deve coinvolgere. Il distacco e la sola dimensione razionale governano la relazione umana. Così si potrà dare aiuto, oggi diremo solidarietà economica politica e sociale, ma non saremo coinvolti nella vera realtà di sofferenza, agiremo sempre con distacco sia nella vita politica sia di relazione privata come il matrimonio o incontrerà altri cittadini. Un totale estraniamento, che porta lo stoico a non essere nemmeno entusiasta della vita, che vale quello che vale, come attesta la noncuranza verso il suicidio che viene, si ricordi Seneca, attuato per evitare dolori e passioni e senza cura nemmeno per la schiava-amante che piange per la decisione del padrone.

Molto si è scritto sull’etica stoica, diffusa nell’ambiente imperiale romano, che richiedeva l’adempimento inderogabile dei doveri verso lo Stato/imperatore, si pensi al culto alla sua persona, ma non investiva mai la sfera privata, se non interferirà con la vita pubblica.

Solo la propria coscienza/anima era seguita e questa individuava, attraverso la ragione, ciò che procurava benessere all’essere umano e rifiutava ciò che poteva causargli negatività. Imperturbabilità, la tranquillitas animi dava la vera virtù al sapiente perché, di fatto, lo “isolava” dalle preoccupazioni del mondo. Seneca con le sue opere De tranquillitate animi, De vita beata e nel De brevitate vitae esalta proprio quest’ideale. Si occupa dello Stato, fu consigliere di Nerone, ma questo “dovere” non doveva disturbare la vera vita, quella che si svolgeva nel suo animo.

Così si esprime all’inizio del De brevitate vitae: ” La vita è lunga abbastanza e c’è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non è spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, sono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se sono affidate ad un buon custode, s’incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.” Infatti. “tutta la vita dobbiamo imparare a vivere e, cosa della quale forse ti meraviglierai, tutta la vita dobbiamo imparare a morire. Tanti uomini illustri, dopo aver abbandonato ogni ostacolo e aver rinunziato a ricchezze, cariche e piaceri, solo a questo anelarono fino all'ultima ora, di saper vivere; ” (L.VII). L’ideale è dunque quello della non preoccupazione, tanto che:” Soli tra tutti sono sfaccendati coloro che si dedicano alla saggezza, essi soli vivono; e infatti non solo custodiscono bene la propria vita: aggiungono ogni età alla propria; qualsiasi cosa degli anni prima di essi è stata fatta, per essi è cosa acquisita.” ( L. XIV).

La coscienza, “mai s’inganna” (L.X) e se la interroghi comprendi bene che “è meglio conoscere il calcolo della propria vita che (quello) del grano statale.” (L.XVIII). Così nessuna fluttuazione dell’animo in vista di cose terrene, ciò fa il gregge che lasciata a se stesso non sa dove andare e segue undivagando ogni illusione di vantaggio materiale, d’opinione, di moda sono incoscienti costoro come le bestie. La vita beata è l’ideale e così viene indicata da Seneca nel suo testo:” Farò tutto secondo coscienza senza basarmi sull'opinione degli altri e, anche se sarò solo io a sapere quello che faccio, mi comporterò come se tutti mi potessero vedere. Mangerò e berrò soltanto per soddisfare i miei bisogni naturali e non per riempirmi e svuotarmi lo stomaco. Sarò affabile con gli amici e mite e indulgente con i nemici. Cercherò di prevenire ogni richiesta dignitosa e di anticipare ogni preghiera. Considererò il mondo la mia patria e gli dei la mia guida, loro che sempre sono presenti e giudicano ogni mio gesto e ogni mia parola. E quando la natura verrà a riprendersi la mia anima o sarà la ragione a decidere di lasciarla libera, me ne andrò potendo dire di aver sempre amato la rettitudine morale e i nobili intenti senza aver mai limitato la libertà di nessuno e tanto meno la mia" (cap.XXI).

 

Non mancano certo altri scrittori e pensatori del mondo romano che indicano quale debba essere la via individuale della coscienza, tra questi Epiteto (?50 d.C. - intorno al 120 d.C.) con il suo celebre Manuale (Encheiridion), redatto dal discepolo Arriano, perché lui non scrisse direttamente nulla come Socrate. Accanto a lui Marco Aurelio, l’imperatore filosofo (121 d.C. –180 d.C.). ambedue riflettono nella prospettiva stoica e le loro opere costituiscono una sorta di vademecum dell’etica stoica che riprendono nelle linee essenziali.

Il grillo parlante ovvero la voce della coscienza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Epitteto nel suo Manuale, tradotto anche da G. Leopardi, fornisce linee guida per la vita anche spicciola, ritiene che l’uomo debba ricercare la felicità e questa è possibile se egli tiene presente la regola fondamentale, detta aurea, della vita: ” Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri. “ (Manuale 1). Un ruolo decisivo lo esercita la ragione che dovrà identificare che cosa procura la felicità e che cosa no. Bisogna saper quindi discernere e sempre partendo da ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è. La ragione con la propria facoltà logica (proairesi) fornisce significato alle cose, che sono scelte come migliori attraverso la diaresi. La prospettiva è sempre quella della tranquillitas animi che è raggiungibile in tutto le cose anche quelle più quotidiane come il lavarsi

 

Il grillo parlante ovvero la voce della coscienza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

Marco Aurelio

 

La figura dell’imperatore Marco Aurelio che ancora giganteggia in Piazza del Campidoglio a Roma (purtroppo una necessaria copia), ha indicato nei secoli come il politico possa anche essere un capace filosofo, ma è cosa rara, com’è ben risaputo, visto che soprattutto nella politica più che i cercatori della verità e del bene, dominano i sofisti che pongono l’utile personale e dei propri soci cooperatori a vantaggio. Vasta fu la sua azione politica, fu lui che iniziò a contenere la progressiva invasione di popoli esterni all’Impero, ma il suo ideale di vita fu stoico e lo perseguì anche se a fatica, data la debolezza del suo corpo. Scrisse una sorta di soliloquio, tradotto in italiano con il titolo Ricordi. In esso consigli per riflettere sulla propria vita e le proprie azioni. L’invito continuo è ad avere una “coscienza tranquilla anche nell’ultima ora (VI, 30) e perché viviamo insieme con altri uomini è almeno necessario sopportarli (VIII, 59). L’azione che ogni uomo conduce deve essere sempre riflettuta perché non bisogna “Punto primo: agire casualmente né senza uno scopo.Punto secondo: non riferirsi ad altro se non al fine della comunità.” (XII, 20). A tale scopo l’uomo deve avere sempre con sé gli strumenti atti a vivere bene: ” Come i medici hanno sempre sottomano gli strumenti e i ferri per intervenire d'urgenza così tu tieni sempre pronti i principî per conoscere l'umano e il divino e per agire in ogni cosa anche nella più piccola come chi ha ben presente il reciproco legame tra l'uno e l'altro. Perché ignorando la correlazione con le cose divine non potrai compiere bene nulla d’umano e viceversa.” (III, 13).

Un impegno preciso che soprattutto un politico dovrebbe sempre avere in mente. Ma la prospettiva deve essere la propria coscienza tranquilla anche nell’ultima ora” (VI, 30), l’evento più importante che ci vede coscienti. Bisogna prepararsi e così: ”Una persona d’animo elevato dovrebbe uscire dalla vita senza conoscere il sapore della menzogna di qualsiasi forma d’ipocrisia, mollezza e vanità.” (IX, 2)

Certo la morte attanaglia Marco Aurelio, la più terribile delle realtà umane come diceva Aristotele, pone l’uomo di fronte alla propria vita. Certo, invita l’imperatore se stesso e chi lo legge: ”Non disprezzare la morte ma accettala di buon grado in quanto anche questa è una delle cose volute dalla natura. Come il compimento della giovinezza e della vecchiaia, lo sviluppo, e il pieno rigoglio, la dentizione, lo spuntare della barba, l'incanutire e l'ingravidare, la gravidanza, il parto e tutte le altre attività naturali che giungono con le stagioni della vita così è anche il dissolvimento stesso.” (IX, 3). Questo atteggiamento non è risolutivo, manca una dimensione più vasta, un fine supremo, L’immortalità dell’anima in un regno dei fini la cui esistenza sia “garantita” da Dio come affermava il razionalista I.Kant. Per lo stoico tutto ciò non esiste e quindi continuamente è nell’angoscia, che tempera con la sua ragione e l’accettazione dell’inevitabile fine, ma mai veramente l’animo si consola.

 

Una prospettiva che ha grande successo e in parte resta uno degli ideali che ancora sono additati: sii quello che sei, senza disturbare nessuno, agisci per te stesso e senza preoccupazione per gli altri, ai quali darai solo ciò che è “prescritto”, ma per il resto goditi solo te stesso.

Nata nel mondo greco, la visione stoica della coscienza e dell’ideale di vita, trovò terreno fertile a Roma, divenendo quasi il riferimento del ceto dominante, proprio quando iniziava a diffondersi un nuovo messaggio, che partiva dalla coscienza di ciascuno e lo invitava a prospettive nelle quali la centralità di Dio e dell’uomo è un tutt’uno e implica una dimensione nuova. È il cristianesimo che si affaccia ai tempi e coinvolgerà tutto il mondo antico, ponendo in primo piano quella dimensione di riflessione che chiamiamo: coscienza libera.



nr. 34 anno XVIII del 5 ottobre 2013

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