NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La quadreria di Goldin

La rassegna che da Verona tra poche settimane arriva a Vicenza è, a dispetto degli addetti ai lavori, un qualcosa di imperdibile perché rappresenta la fine non solo di un periodo storico, ma della stessa arte di ritrarre il paesaggio

di Giuseppe Brugnoli

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Goldin

Hanno ragione gli esperti d'arte e anche i presunti tali, a prendersela con Marco Goldin: la sua scoperta del marketing applicato alle grandi mostre ha distrutto o almeno vanificato le sacre pareti di un tempio millenario, in cui fino a ieri potevano entrare soltanto sacerdoti celebranti e muniti di tutto i crismi. A stento era sopportato il fenomeno della Gioconda al Louvre, davanti al quale torme di popolani intruppati da guide patentate facevano finta per un poco di avere la sindrome di Sthendal, finché non erano distolti dai più appetibili quadroni sull'epopea napoleonica, ma subire comitive di villici privati dei lavori campestri e ammassati in un pullman per visitare una mostra d'arte, in attesa del pranzo già preparato nell'agriturismo fuori porta, era e rimane una cosa dura da digerire, anche per stomaci adusati ad inghiottire sparate senza capo né coda improvvisate da critici d'arte senza background.

Così, è con un brivido di raccapriccio che si leggono le trionfali statistiche sull'affluenza di spettatori, e anche paganti, alle mostre di Goldin, sia che si tengano in una storica sede comunale trasformata per l'occasione in sala da esposizioni, sia che trovino ospitalità in un qualsiasi palazzo velocemente adattato alla bisogna, tanto per rendere noto che i musei e le pinacoteche ufficiali proprio no, non sono adatte ad ospitare queste rassegne monstre che creano nei benpensanti, i quali rifiutano ferocemente di confondersi anche soltanto per una volta con un pubblico indistinto e quindi informe, che magari anche puzza di sudore nell'immancabile ressa, qualche sospetto di mostruoso.

È ovvio: gli intellettuali, che sono tutti di sinistra altrimenti non sarebbero tali (gli intellettuali di destra infatti non sono “nativi”, ma sono di sinistra e comperati per l'occasione con sonanti dobloni) guardano non si dice con diffidenza, ma assolutamente con un totale rifiuto e raccapriccio, alle imprese di un certo Goldin che da Treviso si è messo in giro per il mondo a recuperare, in musei grandi e piccoli assetati di risorse, opere insigni e meno illustri da esporre a pagamento, ca' va sans dire, in luoghi più o meno deputati in giro per l'Italia settentrionale, e non certo nel centrosud dove, si sa da sempre, ogni operazione culturale deve essere offerta gratuitamente.

Goldin (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Ma Marco Goldin, mentre annuncia di aver ormai conquistato anche Vicenza, per la quale programma una mostra da millenario per il Natale del prossimo anno, si appresta a trasferirvi la rassegna “Verso Monet” che si aprirà nella Basilica Palladiana ai primi di febbraio e che sta consumando i suoi ultimi trionfi alla Gran Guardia di Verona, dove in questi giorni ha raggiunto e superato i cento mila spettatori paganti.

Ebbene, chi scrive queste righe l'ha vista l'antivigilia di Natale, approfittando vigliaccamente del fatto che in quei giorni anche gli organizzatori delle comitive popolari provenienti da tutta l'Insubria erano impegnati nelle luminarie e nei cenoni nei luoghi di soggiorno, e quindi si poteva sperare che non fosse battuto il record di oltre mille visitatori al giorno ammassati nelle poche sale di esposizione al terzo piano del palazzo rinascimentale di Verona.

Il calcolo si è dimostrato esatto: dopo aver percorso sotto una pioggerellina fastidiosa una piazza Brà in cui insistevano gli ultimi banchetti superstiti dell'invasione di San Lucia, che esibivano inutilmente ai pochi frettolosi passanti indumenti intimi tra cui mutande verdi alla Cota e mandorlato di noccioline americane, anche la mostra “Verso Monet” era quasi miracolosamente pressoché deserta. Pochi giovanotti occhialuti e barbuti scivolavano silenziosamente da un quadro all'altro, poche fanciulle evanescenti e lungocapellute sedevano compostamente sui divani centrali della sale, e quasi veniva la tentazione di chieder loro scusa nel passare davanti, come se interrompessimo per un attimo una visione estatica e paradisiaca.

Ma i quadri! Dobbiamo dirlo, a nostro perenne disdoro. Forse, dando ragione ancora una volta ai nostri amici intellettuali, quella rassegna “Verso Monet” non era una vera mostra, e la spiega dell'esposizione, tratta dal catalogo, e scritta con caratteri in grigio scuro sullo sfondo grigio chiaro delle pareti, secondo una moda che oggi si usa dai giornali illustrati ai notiziari televisivi, era assolutamente illeggibile, ma era soltanto una raccolta di quadri, e quindi, detto con un certo visibile disprezzo, una semplice. Ma insomma, quei quadri lì non avremmo mai pensato di vederli, durante la nostra pallida esistenza provinciale, neppure uno alla volta, e non tutti insieme, in una vera e propria rassegna di capolavori dei grandi dell'impressionismo, raccolti dai più famosi musei e pinacoteche di tutto il mondo, dove hanno finito il loro viaggio spesso dopo tappe successive a suon di miliardi tra collezioni private e caveau di banche d'affari.

Ci sono tutti, dagli immortali precursori veneti come il Guardi, il Canaletto e il Bellotto, con perfino una camera oscura reflex in legno che essi usavano per proiettare l'immagine delle vedute sulla tela, fino all'ultimo della fila, quel Monet che fu detto “il più impressionista degli impressionisti” e le cui immagini della cattedrale che svaniscono nella nebbia sembrano e forse sono la consapevole rappresentazione della fine non soltanto di un periodo storico ma della stessa arte come fu intesa e praticata per qualche millennio. Così che davvero questa sfilata irripetibile di Cezanne, Gaugin, Van Gogh, Renoir e compagnia è apparsa a noi, abbagliati dalla sontuosità di tanto sfarzo, davvero come il finale rutilante di un'ultima esplosione, un'estrema fiammata in cui si è bruciata e infine spenta la grande arte che era nata decine di migliaia di anni fa alla luce di una torcia fumosa nelle grotte ispaniche di Altamira e pirenaiche di Lascaux. Verrebbe da dire che, quasi a completare un grande misterioso cerchio, l'arte con l'A maiuscola è venuta a morire negli stessi luoghi in cui era nata, e se forse non è morta l'arte del tutto, in quanto rimangono alcuni isolati cultori dispersi qua e là, è finita l'arte di ritrarre i paesaggi, e con essa la stessa tecnica della pittura. Così che anche la rassegna che Goldin da Verona porta a concludersi a Vicenza, e non sarà una mostra, e neppure una collezione, ma soltanto una quadreria raccogliticcia, ha in sé qualcosa di definitivo, e per questo di imperdibile, come magari non capiscono molti degli addetti ai lavori ancora non districati da antichi recinti, ma che invece avvertono immediatamente, quasi per un sesto senso animale, molti indotti e illetterati. Anche perché dopo di questi dipinti, almeno per la gran parte di coloro che non sono addetti ai lavori, rimangono soltanto espressioni che non si richiamano più alle emozioni, sentimenti primitivi e spesso selvatici, ma ai concetti razionali che vengono definiti appunto come prodotti del solo intelletto.

 

nr. 01 anno XIX dell'11 gennaio 2014

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