NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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I costi della politica. Il prezzo della democrazia

di Italo Francesco Baldo

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I costi della politica. Il prezzo della democrazia

RENZI (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Una battuta, li per li anche divertente, quasi una battuta da comizio, di quelle che attirano gli applausi, pronunciata da Matteo Renzi durante una trasmissione di “ Che tempo che fa” mi porta a fare qualche considerazione in merito alla operazione “tagli della politica” che è in corso da anni più a parole che nei fatti. La battuta, vado a memoria, era pressappoco questa, e si riferiva alla parziale cancellazione delle provincie, “cinquemila politici (circa questo è il numero dei politici che operano nelle amministrazioni provinciali) che avranno la opportunità di sentire l’ebbrezza del lavoro”.

Matteo Renzi fa l’identico errore che altri, giornalisti e non, hanno fatto quando hanno parlato della casta dei politici mettendo assieme il presidente di un ente che rastrella centinaia di migliaia di euro di indennità e il sindaco di un comune di poche anime il quale è più facile che, oltre il tempo che dedica alla Istituzione, ci rimetta anche qualche euro di tasca propria.

Oltre la “casta” vi sono stati e vi sono ancora diecine di migliaia di pubblici amministratori che hanno dato molto al loro paese spesso nemmeno in cambio di un grazie. In realtà con una qualche indennità di una certa rilevanza, mai cifre enormi però, gli amministratori provinciali si riducono, nel numero, di molto perché a ricevere una specie di stipendio sono i presidenti e gli assessori. Tutti gli altri si devono accontentare di un gettone di presenza, lordo e tassabile. Ma ringrazio egualmente il sindaco di Firenze oltre che segretario del PD, perché mi ha dato il verso per esprimere un pensiero che da tempo mi frulla per il capo. Va subito precisato che il costo della politica, in Italia, è un autentico problema, e non di poco conto. Va certamente risolto con vigorosa rapidità e con coraggio.

Ma bisogna domandarci anche se i tagli delle rappresentanze politiche, e soprattutto politico-amministrative rappresentano un autentico vantaggio per lo Stato e non creano altri problemi. Diminuire il numero di deputati e senatori, cambiare il sistema bicamerale cancellando le sovrapposizioni dei poteri, è doveroso. Contemporaneamente, a questo livello, cancellare un bel po’ di situazioni derivate, vedi commissioni speciali e non, consulenze, auto blu e autisti, guardie del corpo, portaborse, privilegi vari ecc. è altrettanto un fatto positivo.

Parimenti anche uno snellimento degli apparati regionali è un fatto utile, necessario, auspicabile come sarebbe, a mio avviso, da rivedere il rapporto tra lo Stato e le cosi dette Regioni, o Provincie, a statuto speciale. Ritorniamo un momento alle realtà istituzionali provinciali e agganciamole a quelle comunali e, almeno fino a qualche tempo fa, a quelle circoscrizionali.

In circa un ventennio abbiamo visto contrarsi il numero dei rappresentanti eletti nei consigli comunali, sparire, salvo nelle grandi città, le circoscrizioni. Ora vediamo che ai consigli provinciali eletti direttamente dal popolo si sostituisce una specie di ente consultivo al quale parteciperanno solo sindaci e che non avranno alcun reale potere decisionale. Non so se sia vero che, come dice qualcuno, risparmieremo con questa operazione 160.000.000 di euro immediatamente e, come dicono altri, risparmieremo 1.000.000.000. di euro all’anno. Non ho nessun elemento per sostenere o confutare tali valutazioni. Ma una cosa è certa, ed è questa: a poco a poco, in nome della battaglia agli sprechi della politica, giusta battaglia a mio avviso combattuta non sempre con gli strumenti più idonei al raggiungimento effettivo dell’obiettivo, si riduce fortemente la rappresentanza popolare nella gestione del territorio ai vari livelli, e conseguentemente, si riduce pesantemente il livello di democrazia partecipata, cioè del dialogo tra potere e territorio.

ANIASI (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Un altro esempio lo ricaviamo dalla spinta verso l’accorpamento dei piccoli comuni indicazione anche questa non di oggi ma che risale almeno a più di tre decenni addietro (se non vado errato esiste una ipotesi di questo genere in un Libro Bianco, che risale agli anni “70/”80 del secolo scorso, firmato da Aldo Aniasi, titolato “Per la Repubblica delle Autonomie”) - dove è assai facile sostenere che si ottengono dei benefici, in relazione ai servizi erogabili, per i cittadini residenti, ma dove si rischia di perdere, oltre alla rappresentanza territoriale anche la identità di antiche comunità. Nello stesso momento si accresce, automaticamente, la centralizzazione del potere decisionale. Per fare un esempio modesto, oggi a gestire le Aziende pubbliche vi sono gli amministratori delegati. In pratica un amministratore unico.

Un tempo vi erano i consigli di amministrazione, dove sedevano anche le rappresentanze delle opposizioni che potevano esercitare il controllo. In nome di una potenziale, e non sempre reale, efficienza ed efficacia aziendale, questi consigli di amministrazione sono stati cancellati e ora nessuno ha titolo per esercitare un autentico controllo. Un bene? Un male? difficile a dirsi ma di sicuro un qualche rischio questo sistema lo fa correre alla proprietà, pubblica si intende.

Minore rappresentanza popolare, sul territorio, eguale a maggior concentramento di potere decisionale, altrove. Tornando al livello nazionale si nota che piano piano le varie decisioni assunte nel tempo, vedi la questione delle circoscrizioni, la cancellazione delle province e la loro trasformazione in enti di secondo livello, l’abbattimento delle rappresentanze parlamentari e regionali, non hanno visto minimamente un arretramento delle funzioni di governo, non si è visto realizzarsi l’obiettivo “meno Stato più Società”. Anzi.

LETTA (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nonostante i passati impegni, tanto per fare un esempio, assunti al tempo del Governo Monti, dall’allora Ministro degli Interni signora Cancellieri, non una sola prefettura è stata cancellata e nessun ufficio prefettizio centrale è stato chiuso. Mi sembra, al contrario, che anche il Governo Letta, un governo che dovrebbe essere all’insegna della sobrietà, abbia aumentato, pare a circa 200 unità, il numero dei prefetti. Una ipotesi corretta per riequilibrare il rapporto Stato - Territorio, sarebbe quella di insediare un rappresentante del Governo in ogni area metropolitana e uno in ogni regione. Più che sufficienti per svolgere il ruolo di sensori del territorio.

Credo che a fianco di alcuni utili tagli di poltrone “politiche” sarebbe stato giusto anche considerare un robusto taglio delle indennità di carica. A tutti i livelli. Anche, in passato, a quello delle defunte circoscrizioni. Prima della nascita delle circoscrizioni in Italia, e qui a Vicenza il fenomeno si rivelò in modo straordinario, nacquero ovunque i comitati di quartiere spontanei e vissuti gratuitamente dalla amplissima partecipazione popolare. Tagli alle indennità quindi ma sempre tenendo conto che l’esempio dovrebbe partire dall’alto. Atteggiamento questo che non mi sembra essere spesso perseguito. Quando il Governo Monti ha preteso che le realtà istituzionali del territorio depositassero i loro fondi economici in una stazione unica nazionale non ha solo limitato la capacità di manovra economica degli enti locali, e indebolito la loro capacità finanziaria, ma ha affermato ancora una volta il concetto di centralità dello Stato.

Questa deriva istituzionale rappresentativa trova certamente molte ragionevoli motivazioni a sostegno ma comporta un prezzo che, a mio parere, andava almeno valutato in anticipo, e del quale andava tenuto conto: quello della ferita apportata alla democrazia sostanziale. Noi osserviamo che dopo la emanazione della legge elettorale che consente l’elezione diretta del sindaco, e questi ha il diritto pieno di nominarsi una giunta, per legge, tutta staccata dal Consiglio Comunale, sia la opposizione come pure la maggioranza non hanno che scarsissime possibilità di intervento concreto sulla Istituzione. Sono, in pratica, privati di quasi ogni possibilità di scelta e di gestione.

Matteo Renzi, e non solo lui, sostengono la positività della tesi del “sindaco d’Italia”.

costituzione-italiana (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Sia come modello elettorale sia come soggetto capace di affrontare concretamente i problemi. Tutto questo può essere vero ma presenta un lato non del tutto accettabile. Va anche detto che questa teoria che conduce alla negazione quasi totale del rapporto partito (o movimento) ed eletto, nettamente a favore dell’eletto, non è invenzione di questi ultimi tempi. Il partito diviene uno strumento da utilizzare quando l’eletto ritiene di avere necessità di fare pressione sulle istituzioni o, in altre circostanze, quale alibi. In concreto il partito si dovrebbe trasformare, ed è quello che già avviene per alcuni, in comitati elettorali perenni. Teorie di questo genere erano circolate in Italia già attorno agli anni fine “80-inizio “90 del secolo scorso e avevano, ad esempio, trovato terreno fertile anche in Veneto. Il risultato, nei particolari, è stato quello di “autorizzare”, dando loro l’alibi dell’essere soggetti delegati dal popolo, amministratori di vario livello a ritenersi liberi da ogni vincolo (leggi controllo) da parte degli organismi di partito, e a volte anche liberi dai vincoli di legge, dando luogo, a volte, a situazioni poco nobili. Il “sindaco d’Italia” inteso come appare dalle parole di Matteo Renzi, può rappresentare una figura importante per aiutare il Paese ad uscire dalle secche in cui ci troviamo, ma – al di la della sua persona – visto in senso generale, è una strada aperta alla nascita di sistemi assolutamente centralistici sfioranti anche forme difficilmente conciliabili con la democrazia sostanziale. Va anche annotato che il controllo democratico della attività politico-amministrativa da parte dei cittadini, comporterebbe indiscutibilmente una conoscenza della realtà, delle specificità, insomma una informazione ampia e approfondita accompagnata da spirito critico e disponibilità a impegnare il proprio tempo. Ora non sembra che vi sia molto di questo in campo. Piuttosto si ha l’impressione che la delega consegnata alle urne sia la scelta preferita perché, alla fin fine, è la meno impegnativa, nella speranza che poi arrivi il personaggio in grado di risolvere ogni problema. Quindi il nodo di tutto è ancora una volta un fatto di cultura della partecipazione.

A margine di tutto ciò rimane, in parallelo con la presenza intoccabile dei prefetti, di una “alta” burocrazia altrettanto intoccabile, anche negli stipendi, nelle prebende di vario genere, nei molteplici incarichi, nei privilegi che contrastano fortemente con la situazione attuale del Paese, ai massimi livelli, con un potere che non è secondo nemmeno al potere politico e che spesso lo condiziona.

Da questo pur rapido ritratto della situazione relativa alla vita democratica del Paese si nota, a mio avviso, un ritorno pesante al centralismo che è l’esatto contrario dello stato liberale al quale in molti dicono di riferirsi ma ancora non si comprende bene che cosa significhi, oggi, in Italia.

 

nr. 01 anno XIX dell'11 gennaio 2014

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