NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La coscienza della morte

di Italo Francesco Baldo

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La coscienza della morte

Introduzione

 Che cosa sia veramente la morte, noi in realtà non lo sappiamo, benché i sensi e la coscienza avrebbero dovuto insegnarcelo; tanto meno potremo quindi indovinare quale sarà l’esito delle attuali prospettive in merito all’eutanasia che si stanno diffondendo nei cosiddetti “paesi civili “europei. La recente proposta e approvazione della possibilità dell’eutanasia per persone minorenni in Belgio, la legislazione olandese, quella svizzera e la ventilata possibilità che si è affacciata nel mondo inglese di possibile soppressione all’atto della nascita, di soggetti che manifestino disabilità grave, induce a riflettere sul significato della morte stessa “Da la quale nullu homo vivente pò skappare”.

 Certo la fine della vita è considerabile solo dalla vita stessa, e ogni pensiero su di essa indica anche, contemporaneamente quale sia la concezione della vita che abbiano. La morte come passaggio ad una seconda vita, che è la prospettiva indicata da tantissime espressioni filosofiche e dalle religioni indica che la vita terrena considera se stessa una realtà importante, tanto che la morte altro non è che un passaggio da una vita ad un’altra. Questa è diversa e anche per il cristianesimo “premio” per coloro che hanno bene vissuto e “dannazione” per chi ha compiuto il male, secondo le arcane decisioni di Dio, ma sia nell’uno sia nell’altro caso, una vita non materiale, ma dell’anima immortale che dopo aver vissuto nel corpo, vive nell’eternità la condizione che ha deliberato nella terra di condurre. La coscienza è sede decisionale della vita futura e le decisioni che essa liberamente assume, le daranno lo stato futuro.

 È importante considerare ciò, perché aiuta a pensare al meglio la vita terrena; ma, al contrario, se noi consideriamo la morte come la semplice fine dell’esistenza, che è solo di un essere al pari di tanti altri esseri nel mondo, ossia la vita è solo uno svolgimento di reazioni biochimiche che ha nell’uomo un particolare sviluppo che chiamiamo “pensiero”, allora appare evidente come l’uomo finisca con il preferire di rimanere attaccato alle cose del mondo, assolutizzandole. La vera radice del riduzionismo è la considerazione che qualcosa in questo mondo possa essere elevato ad assoluto, come hanno proposto K. Marx e seguaci nonché epigoni, il liberalismo, il freudismo, ad esempio. Allora la terra per aver generato uomini legati solo alla materia, ci appare come un luogo molto infelice, dove nemmeno il respiro dell’arte, può almeno consolarlo e dove solo alcuni valori, termine utilizzato in senso economico, sono considerabili e questi si riducono essenzialmente alla possibilità della quantità di denaro posseduto per svolgere al meglio la vita terrena. Il tema del dolore e soprattutto della morte è esorcizzato e rinchiuso, per così, dire, nei luoghi adatti, ospedali, case di riposo e hospice. La morte spaventa, perché spaventa la vita e quello che di essa non rientra nei parametri di un’esistenza che non ponga problemi.

 Non siamo, infatti, preparati alla morte, non la consideriamo e per questo quando essa appare nella nostra vita, tendiamo a rifiutarla. Se poi consideriamo la prospettiva, che ha origine nella dimensione religiosa, che il suo destino non dipende dall’uomo, ma solo da Dio, allora nulla può avere un significato, se non strumentale, per il presente. In questo si rinuncia ad essere protagonisti della propria vita e con facilità ci s’incammina nella visione di una libertà come volere psicologico del momento, senza alcuna considerazione morale, ovvero se ciò che si compie sia un bene oppure un male.

 Se, invece, abbiamo considerato la vita un bene che può proseguire oltre, allora come può apparirci felice anche la vita terrena, perché si apre ad una più degna dell’uomo, che è la via del bene di cui siamo responsabili.

 Affermava il profeta Siracide (Sir 15,16-21): “ Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: ad ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato d’essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.” Visione religiosa, sì, ma capace di dare un senso alla vita, ai pensieri e alle azioni umane.

 Per questo il problema della preparazione alla morte era un tema caro alla riflessione filosofica e religiosa. Perduto, considerando la vita solo un’espressione della materia che resta? Resta la morte come soluzione degli altri problemi che possono affannare, ma dobbiamo chiederci se questa sia un bene per la vita non solo propria, ma anche del genere umano. Ciò prima di tutto con quel natural lume dell’intelletto, di cui pare siamo dotati e che può essere sia la gloria dell’uomo stesso sia la sua disperazione mondana di fronte ai quesiti e alle situazioni che una visione solo orizzontale della vita non ha mai saputo risolvere e che oggi afferma di poter trovare la sua soluzione con una dolce morte, ultima scelta perché si ha paura di vivere o non si trova in sé o con l’aiuto d’altri, la carità cristiana o la laica solidarietà, il significato del vivere stesso.

 Proprio per comprendere il senso della morte e averne coscienza la grande tradizione parlava di un’ars moriendi, tra i tanti che ne scrissero, proponiamo quella di Erasmo da Rotterdam, la cui sagacia ancor oggi può mostrare agli uomini quale sia la loro pazzia…più follia della stessa follia.

 

L’ars moriendi

La coscienza della morte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nel 1563, due anni prima di morire, Erasmo da Rotterdam stende il de preparatione ad mortem (in Opera omnia, V/1, p.325).su invito di Tommaso conte di Wiltshire e d’Ormonde, padre di Anna Bolena. Il grande umanista riprende in questo scritto un tema caro all’Umanesimo al quale aveva già accennato nella De morte declamatio del 1517, e lo sviluppa in relazione al problema di come l’uomo debba accostarsi alla morte non solo dal punto di vista della riflessione cristiana, particolarmente riferita alla S. Scrittura, ma anche da quello che vede l’uomo avvicinarsi alla morte preparandosi ad essere in relazione agli altri uomini, soprattutto a coloro che condividono la fede in Cristo.

 La morte, infatti, secondo Erasmo da Rotterdam, non può essere considerata solo da un punto di vista squisitamente speculativo, ma essa va rapportata alla persona nella sua dimensione globale, che ha il suo motivo ispiratore nella dimensione del Cristo, la cui morte è specchio dell’umana morte, ma anche, nel contempo, indice che essa non è il destino totale dell’uomo-

 Non si tratta quindi di trovare il modo migliore di gestire la morte, meglio gli ultimi istanti della vita, quanto di dare un senso profondo alla vita stessa nella quale si tiene presente che non può essere elusa.

 Il testo erasmiano, che è uno dei tanti sul tema, che va nel medioevo quasi un genere letterario (cfr. tra i tanti Anonimo del XV secolo, Ars Moriendi: l’arte di morire, Torino, Ananke, 1997) si compone di due parti. La prima, Il cristiano di fronte alla morte, traccia un quadro riassuntivo della visione umana e religiosa che della morte deve avere il cristiano. La seconda, Il modo di prepararsi alla morte, considerando con il filosofo greco Aristotele che essa è la cosa più terribile (Etica nicomachea, III, 6,6). In questa parte il pensatore scende nella dinamica stessa che l’uomo deve affrontare nella sua vita, quando gli si presenta il problema della fine dei suoi giorni.

 La prima parte ribadisce, senza addentrarsi in puntualissime speculazioni, che l’uomo nella sola dimensione terrena può solo paventare la morte se non si abbandona fiducioso nelle mani di Dio e non comprende che “ la morte è la porta d’ingresso all’eterna vita” (La preparazione alla morte, tr. introduzione e note di A. Autero, Roma, Ed. Paoline, 1984, p.37). Erasmo nel sostenere l’aspirazione ad un altro mondo si rifà, come gli è consuetudine, agli antichi, in particolare a Platone e al suo dialogo Fedone, ma egli ribadisce anche come sempre, che, se gli antichi avvertirono e compresero una “parte di eterna verità” che “ si trova anche in alcune discipline umane”, essi non penetrarono la vera sapienza. Infatti “le matematiche astratte o le idee platoniche” non giovano per la vera beatitudine” e non ci soccorrono !”a ben morire” (Ivi, p.39)

 L’uomo non può giungere all’eterno se l’eternità non gli è stata promessa, perciò solo sulla base della promessa dell’eterna felicità che Dio donò all’uomo, a costui è possibile proporre una “meditazione della morte” che “ è una vera meditazione di vita” (ivi, p.39). Questa consiste nel “ contemplare e lodare il Creatore, il Redentore” (ivi, p.40), il solo che può liberare dal male che si estrinseca nel peccato, la cui causa è satana, foriero di morte nell’anima. È una prospettiva di fede quella che traccia Erasmo per l’uomo, inducendolo a considerare la sua realtà nell’interezza, compresa anche la morte che “non si può sfuggire, né evitare né, comunque, eludere con qualche artificio.” (ivi, p.49).

 È la cristologia di Erasmo che sta a fondamento del suo discorso: Cristo ha fatto sì che la morte non sia “danno, ma un guadagno di salvezza” (ivi, p.51), non un passaggio agli inferi, come ritenevano gli antichi, una sorta di luogo quasi neutrale, ma “porta del cielo”, che indica all’uomo sulla terra l’orrore dell’inferno: solo se l’uomo si abbandona a Cristo e ringrazia il Padre buono “ non sarà trovato impreparato alla morte” (ivi, p.51 e p.55).

 Erasmo non si perita solo di parlare genericamente di morte, ma la contraddistingue; vi sono infatti quattro specie di morte, quella naturale, quella spirituale, quella trasformatrice e infine quella eterna. La morte naturale è la sola separazione dell’anima dal corpo; quella spirituale “ è la separazione da Dio dell’anima: come infatti l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima spirituale. Questa separazione, per insita necessità, è causa della morte spirituale. La morte eterna, la seconda” di cui parla l’Apocalisse è la coesistenza della morte naturale e spirituale da cui deriva la morte della Geenna. Infine la morte trasformatrice ci porta l’immagine del nuovo Adamo, che è Cristo. È la morte meno luttuosa perché Cristo soccorrendoci ci salva e ci dona una “felicissima morte” (cfr. ivi, pp.55-56).

La coscienza della morte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

 Antico rosario

 

 Delineata così la visione generale del cristiano di fronte alla morte, Erasmo invita a considerare come ci si debba preparare alla morte stessa. Egli fornisce consigli utili, ad esempio: fare testamento quando non c’è pericolo imminente di morte fa morire tranquilli, ma è il pregare e il vivere nel timore di Dio che più aiuta, proprio perché è necessario pensare prima all’anima che al corpo (ivi, p.81). Vi sono inoltre raccomandazioni a chi assiste un morente, su come il malato possa trarre giovamento dagli esempi tratti dalla S. Scrittura e dalla vita dei Santi. Ma soprattutto l’esempio di Cristo promuove una visione meno terribile della morte. Egli, pur confessando ai suoi discepoli “ la sua estrema tristezza fino a morire, di nuovo si ritirò a pregare” (cfr. S. Tommaso, Summa theologiae, q. 39, a 2), cioè rimase solo; solo per dialogare con Dio, implorando “vivamente e con grande fede l’aiuto di colui che solo dà vita ai morti”.

Con quest’ultima annotazione Erasmo tocca il punto essenziale per l’uomo che incontra la morte: la solitudine del morente.

 

La solitudine del morente

 L’ultimo paragrafo del testo erasmiano affronta dunque il tema più rilevante, la solitudine: Infatti la morte è un evento che sin affronta da soli, come ne è esempio proprio la morte di Cristo.

 Sul tema della morte di Cristo e della sua solitudine nel momento della morte, Erasmo aveva pubblica una riflessione nel 1503 (Disputatiuncula de tedio ac pavore, tristitia Jesu, instante supplicio crucis… (Opera omnia, V, pp. 1265-1294), nella quale tematizzava la paura umana di Cristo di fronte alla morte; una morte che evidenziava proprio la natura umana di Cristo ed il Suo amore per l’uomo,fino a condividerne la condizione estrema. Infatti Cristo non è una semplice immagine dell’uomo, è l’uomo stesso, anche nell’istante finale- E come Lui si affida al Padre, così ogni uomo che sta per incontrare la morte deve potersi rivolgere a Dio “ e parlare faccia a faccia col Padre celeste” (La preparazione…, p.100) ”. L’esempio di Cristo suggerisce ad ogni uomo che nell’atto estremo egli deve estrinsecarsi nella preghiera del cuore. Così l’anima supera la contesa possibile tra angelo e diavolo e si avvia verso colui che “dà la vita ai morti” (cfr. San Tommaso d’Aquino, Adoro te devote, citato da Erasmo).

 In tal senso la solitudine di Cristo nulla ha a che vedere con la solitudine quale i filosofi gentili avevano proposto; essa era rappresentata dal sapiente che basta a se stesso anche nella morte. Inoltre la solitudine di Cristo non ha una forma psicopatologica o sociologica, ma è la dimensione di una ricerca superiore di comunicazione che si eleva dal piano orizzontale della contingenza a quello verticale della trascendenza. Con ciò l’uomo Cristo,l’uomo per antonomasia nel Cristianesimo, è coscienza della morte proprio perché è devoto alla volontà del Padre. La solitudine di Cristo non è dunque dell’individuo, ma è la considerazione di sé come relazionato al Padre nel profondo del suo cuore.

 L’orizzonte che Erasmo apre non considera la morte solo nel piano dell’individualità, dove essa diviene paura totalmente inconsapevole,a ma riesce ad elevarsi al di sopra del momento individuale e prepara, educa, secondo i dettami del Maestro della vita, la vita stessa ad un significato e ad un valore che non si esaurisce nella morte corporale. È questo certamente un compito difficile, ma è bene affermare che, pur nella solitudine della morte, l’uomo non è solo se egli ha vissuto pienamente il senso della sua fede nella comunità. Infatti, “ se uno in vita è diligentemente abituato a riflettere su queste cose, maggiore sarà in lui il sollievo in punto di morte.” (Ivi, p.71).

 A fronte di questa indicazione di vita, risalta una prospettiva che delinea invece per l’uomo un’esistenza solitaria, in una società che teme la stessa solidarietà perché vincolante, figuriamoci la carità! Così l’uomo si troverà nel puro spavento dinnanzi alla morte, un’autentica e drammatica solitudine. Ben altra via ci ha indicato Erasmo e dalla grande lezione dell’umanista dovremo trarre precise indicazioni, particolarmente sul tema dell’eutanasia.

Sul tema cfr. N. Elias, La solitudine del morente, Introduzione A. Cavalli, Bologna, Il Mulino, 1985 e S. Pezzoli, Dalla solitudine del morente alla morte in diretta in “Cambio” Rivista sulle trasformazioni sociali", Anno I, Numero 1/Giugno 2011 che riprende le tesi di Elias

 

Sull’eutanasia: ricerca di soluzioni

 Nella situazione attuale sembra che solo l’eutanasia o il testamento biologico possano proporre una soluzione all’idea che l’uomo è destinato a morire. In questa agisce anche la considerazione che la scienza medica non possa prolungare se non con ulteriori sofferenze la vita della persona e di coloro che gli sono vicini per motivi familiari o anche professionali. Meglio dunque porre termine ad una condizione di sofferenza, seppur temprata dagli antidolorifici, in modo cosciente e volontaria, garantito da leggi opportune che sempre più tendono a ratificare quanto la volontà del singolo richiede e non porsi la finalità della giustizia che è adesione al bene, quando è tale.

Ciò denuncia una nuova concezione della vita, essa è un bene disponibile individualmente, libero da qualsiasi coercizione, così che solo nel singolo risiede la deliberazione di come morire, stabilendo momento e modalità della propria morte.

Questa direzione nasce dall’immagine della vita che un certo mondo contemporaneo ha tentato di precisare: l’uomo è il singolo e non c’è nessuna relazione né interpersonale, né trascendente che possa valere di più di quello che io decido per me. Si elimina con ciò ogni dimensione di speranza legata ad un credo: la morte è la fine, per cui solo ciò che rappresenta una gratificazione costante nella vita va vissuto.

 La soluzione in quest’ottica non può che essere l’arbitrio come unica giustificazione delle mie scelte e l’eutanasia diviene l’estrema difesa dell’individuo di fronte alla propria morte. Non si tratta di libertà, dacché questa se è tale è una deliberazione al bene, ovvero una decisione riflettuta e non una scelta che mette sullo stesso piano morte e vita quasi fossero due realtà eguali, tanto che optare per l’una o per l’altra, sia lo stesso.

Se la morte atterrisce, allora perché non farla rientrare nella sfera delle mie decisioni? Se morire è brutto allora è meglio fare di tutto per non incontrare la morte, ed è così che tutta la vita paventa la morte e si sforza in ogni istante di esorcizzarla. Così si confessa di vivere preda della paura di morire. Non vi è soluzione nella sola ottica dell’eutanasia, ma se si vuole ricercare una prospettiva, questa va individuata nella dimensione di tutta la vita e delle ragioni di vita che si compiono in tutto l’arco della vita stessa. Con il carico delle proprie deliberazioni si giunge alla morte: questa è la pacata e serena indicazione di Erasmo.

 

Conclusione

 Erasmo, con la sua visione che poneva l’uomo al centro della dimensione mondana, ci suggerisce che è solo la vita ad indicarci la prospettiva di una buona morte; una morte che verrà, ineludibile ma non assoluta, se viviamo nella dimensione di relazione con l’Altro. Un altro duplice: da un lato l’uomo come relazione comunitaria, famiglia, società Chiesa, e dall’altro Cristo, in una dinamica che fornisce senso alla vita stessa:” perciò mentre sei vivo e vegeto datti da fare per essere nel numero dei giusti.” (Ivi, p.58).

 Non si tratta di dimenticare la realtà del giorno, della vita con il suo carico, a volte, di sofferenze, bensì di dare significato ad una vita, alla quale si presenta la morte con il suo carico di sbigottimento e follia (Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Roma, Curcio 1967, p.231) Ma gli uomini, che nella pace di Cristo costruiscono in anticipo una fede attenta e viva non solo per sé e gli altri, potranno aspirare ad una bella morte, e potranno pronunciare le stesse parole che Erasmo nel suo secondo dies natalis: ”Jesu misericordia; Domine libera me; domine miserere mei".

 Certo come afferma N. Elias (1897-1990) nel suo testo del 1938 (ed. attuale Il processo di civilizzazione, Bologna, Il mulino, 1988.) l’epoca i nella quale vive Erasmo presenta un forte cambiamento nel rapporto della società con la morte, un cambiamento che tende ad escludere la morte stessa, come p ripugnante, negativa, da chiudersi nella solitudine del morente e della sua ristretta cerchia. Il morente non dà nulla, anzi chiede e per questo va sottratto alla dinamica sociale, familiare. Ciò si traduce oggi nella morte quasi asettica in ospedale o nell’hospice o nella casa di riposo, spesso case dei morenti.

 La prospettiva che indica Erasmo è quella cristiana, essa è proposta alla libertà dell’uomo e alla sua coscienza perché non si rinchiude nella solitudine e della singolarità, ma è sempre aperta alla dimensione dell’incontro con l’altro. L’eutanasia come soluzione appare, anche a quanto riportano le cronache, un fatto terribile e consumato nella solitudine, come prescrive la legge svizzera e non si presenta come un momento sereno, ma chiuso e vissuto nella paura di esistere, in altre parole di uno stato di depressione che non ha saputo durante la vita individuare e discernere quello che è importante e non è solo il proprio ego.

La coscienza della morte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La via erasmiana non è quella del memento mori (ricordati che devi morire, ma un disce mori impara che devi morire, perché se con consapevolezza riflettiamo su noi stessi sul nostro destino e sappiamo accettarlo, allora la morte è può perdere il suo essere terribile ed assumere almeno la connotazione di un evento che non pone semplicemente fine alla vita. Se questo è possibile nell’orizzonte umano, ossia comprendere il valore d stesso della morte, per coloro che si pongono nella dimensione della trascendenza la morte diviene un secondo giorno di nascita.

 

nr. 08 anno XIX del 1 marzo 2014

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