NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante: I libertini: la libertà diventa “libertina”

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante: I libertini: la libertà divent

(Continuazione)

 

Parte XV


Introduzione

Il libertinismo più che un’organica concezione filosofica esprime un atteggiamento che si articola variamente nei suoi esponenti. Vi sono sacerdoti, filosofi, scienziati, uomini di lettere ma anche uomini comuni. “Il liberarsi da” qualcosa che è ritenuto negativo per la propria individuale realtà, la propria coscienza, costituisce il legame e fa nascere il “libero pensatore”. Egli non intende avere legami di nessun genere e soprattutto agire secondo la propria singolare prospettiva. Non si tratta d’immoralismo, come in certi esponenti, ma d’assenza di morale ovvero non esiste alcuna possibilità di determinare leggi morali come obbliganti perché necessarie. In questa direzione opererà il filosofo David Hume (1711-1776) che è il più noto sviluppo e prepara al nichilismo contemporaneo. Non si può determinare l’esistenza di nessun Essere in quanto tale (Dio) – scetticismo- e pertanto non vi può esservi alcun “dover essere”. Più che l’assetto metafisico, la determinazione dell’essenzialità al mondo di un essere fondante, ciò che interesse ai libertini, soprattutto nel Settecento, è l’eliminazione d’ogni riferimento ad una normativa di tipo morale. Infatti, sostiene Hume nella sua Ricerca sui principi della morale (tr.it. di M. Dal Pra, Introduzione di E. Lecaldano, Roma-Bari, Laterza, 2009 e M. Bettiol, Metafisica debole e razionalismo politico, Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, 2002, pp.60-61) la morale non è considerata come il rispetto di leggi d’origine religiosa o civile ma in relazione all’utilità che le azioni, anche dal punto di vista socio-politico, possono produrre. Si delibera circa l’utilità di un’azione non a priori, ma nella sua esecuzione. La regola, unica, è quella del “buonsenso”che ogni individuo può seguire, ma questa sembra temperare una possibile visione libertina e apre solamente a quell’utilitarismo di cui G. Bentham (1748.1832) sarà fautore con la ben nota espressione: ” la maggiore felicità del maggior numero d’individui”. Con la sua aritmetica del piacere sosteneva che ogni individuo calcola, secondo il filosofo in modo oggettivo, i piaceri che un’azione può fornirgli secondo i seguenti requisiti: intensità, durata, certezza, prossimità, fecondità (tendenza a produrre altri piaceri), purezza (ossia non mescolanza col dolore), estensione (il numero d’individui che vengono a godere di quel piacere). Dato il prevalere di questi, un’azione può essere compiuta. Il problema della relazione con gli altri individui è regolato anch’esso dal possibile esito di piacere, che non deve però portare squilibrio nelle relazioni stesse. Un piacere generale della società che i politici debbono calcolare nello stendere le determinazioni che possono regolare le relazioni tra i membri del popolo. È uno sviluppo del liberalismo, ma che affonda le proprie radici nel libertinismo e rappresenta una sorta di temperamento proprio dell’atteggiamento libertino.

Questo non può essere reso secondo parametri generali, ma va individuato nei singoli esponenti che lo vivono e lo espongono in opere di letteratura, di poesia, in trattati e in pamphlet. Alcuni sono molto famosi, come il Cyrano de Bergerac, il marchese De Sade o il poeta conte John Wilmot, altri meno noti e spesso le loro opere “erotiche”, che viaggiavano clandestine, sono considerate spesso solo “pornografia”, se non, come sosteneva L. Limentani (1884-1940) di “porcografia” (per tale distinzione cfr. la versione del filosofo del Satyricon di Petronio Arbitro, Genova Formaggini, 1912.). Basti leggere le novelle licenziose di Bonaventure Des Périers (1510-1544), i testi di Pierre de Ronsard (1524-1585), di Mathurin Régnier (1573-1616) e il primo romanzo “libertino l’École des filles ou la Philosophie des dames (due dialoghi di Michel Millot ?) che anticipa De Sade (1740-1814) e La philosophie dans le boudoir di quest’ultimo. La letteratura libertina percorre le vie della satira anticlericale e del licenzioso; avrà il suo culmine nel Settecento, ricordiamo solo I gioielli indiscreti di Denis Diderot (17132-1784), il romanzo epistolare Le relazioni pericolose, 1782, di Ambroise-François Choderlos de Laclos (1741-1803) e 1' Anti-Justine, di Restif de la Bretonne (1734-1806). Scritti che sono alla base di un genere, la letteratura pornografica che avrà grande sviluppo nella Francia post-rivoluzionaria e in tutto l’ottocento, traendo grande vantaggio dall’invenzione della fotografia e del cinema.

Non sono certo testi al pari del Decameron di G. Boccaccio e dei Racconti di Canterbury raccolti da Geoffrey Chaucer e nemmeno novelle di ricreazione come quelle di Franco Sacchetti o l’Heptaméron di Margherita d'Angoulême, regina di Navarra.

 

L’avventura del libertinismo certo ebbe fine con il secolo dei lumi, sostituita da ben altra visione della coscienza e della libertà, soprattutto in ambito francese, ma possiamo certo sostenere che l’atteggiamento sopravvisse ed è facilmente individuabile nella visione contemporanea della libertà com’esecuzione di quanto la volontà singolare richiede.

 

Gli esponenti

Numerosi gli esponenti, difficile anche recensirli tutti, si tratta in genere di persone di precisa formazione culturale, che prendono le distanze dal mondo loro contemporaneo criticando aspramente sia l’aspetto religioso sia quello morale e di conseguenza anche quello politico. Alcuni aderiranno alla riforma, i francesi in particolare al calvinismo, altri rimarranno sui generis “cattolici”, altri ancora inizieranno quella prospettiva antireligiosa che culmina posizione deiste e atee. Se una posizione comune possiamo rintracciare è quella di una visione della libertà che deve essere la realizzazione di quanto la volontà individuale indica senza che questa possa trovare “freni” e se questi son proprio necessari, essi si limitano alla dimensione esterna, relazionale e sociale, ma non possono investire quella privata.. dove domina l’arbitrio del proprio volere. Non a caso l’esponente più noto è proprio il marchese de Sade, che nel suo testo più famoso inaugura la dimensione del privato come assoluta possibilità di operare per il proprio piacere, anche quando questo sfocia nella perversione che da lui prende il nome: il sadismo.

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 S. Savinien de Bergerac

 

Tra i primi libertini si annovera Savinien Cyrano de Bergerac (1619 –1655), considerato un pensatore ma fu anche poeta e drammaturgo. Deve la sua celebrità soprattutto alla commedia d’Edmond Rostand (1868-1918), pubblicata nel 1897, molte volte rappresentata in teatro e al cinema. Visse durante l’apogeo del potere del cardinale Mazzarino che fu da lui contestato con le Mazzarinades, componimenti di vari autori contro il primo ministro, ma poi lo difese. Lasciò la carriera militare, era un valente spadaccino, giovanissimo perché colpito dal mal francese (sifilide) e si dedicò agli studi in particolare di astronomia e fisica, subendo l’influenza di Gassendi. Estroso e sfrontato quanto mai, mettendo sempre in burla l’atteggiamento umano che si esibisce in ciò che non è o in modo ai quali non crede veramente. Si dedicò alla drammaturgia e l’opera sua più famosa Il pedante gabbato del 1654 (reperibile nel web) dove un vecchio, il mondo del passato, tenta di impedire l’amore di due giovani. Quest’opera fu utilizzata da Molière per le Furberie di Scapino, Il don Giovanni e L’avaro e Il tartufo stesso risente dell’impostazione libertina, Un'altra commedia La morte di Agrippina che irrideva al sacro, suscitò scandalo e incontrò l’insuccesso. Scrisse altre opere che diedero origine a quella letteratura fantastica con L'autre monde ou Les ètats et empires de la lune, pubblicato postumo nel 1657 (ed. italiana a cura e Introduzione di G. Brusa Zeppellini, Bergamo, Lucchetti, \1990!), il suo capolavoro.

Il libertinismo di Cyrano di Bergerac è da intendersi anche come una sorta di “ribellismo” giovanile” di fronte alle costrizioni della società, della religione e della stessa politica e nel frattempo una denuncia della tradizione. L’uomo, si echeggia l’insegnamento di Gassendi, è determinato dal caso in una natura che non lo considera, di fatto indifferente alla sua vita, ecco perché l’uomo deve assumere un atteggiamento senza remore, senza riferimenti, nulla è sacro: “Poteva accadere, per esempio, che vostro padre nascesse figlio vostro, come voi siete nato suo” (Viaggio comico negli Stati e Imperi della Luna, in ID, Il Pedante gabbato, tr. it. V. Fracchia, Genova, Formaggini, 1913,p. 167). Egli vive nell’immanenza e ogni riflessione è frutto del tempo e la vita va pressa con ilarità, scoprendo anche il grottesco.

Il riso deve sempre accompagnare la vita, un piacere che diviene fondamentale assume alla fantasia.. L’uomo sulla luna, vaga eco dell’Astolfo sulla luna di L. Ariosto, non va a recuperare “un senno”, ma “ad emigrar nella Luna, era che egli non aveva potuto trovare un solo paese dove almeno l'immaginazione fosse libera” (ivi, p.146) e per godere della “ libertà comune a tutti gli uomini, di immaginarsi ciò che gli pare e piace (ivi, p.159):

“Che! – mi replicò scoppiando dal ridere – voi ritenete la vostra anima immortale, a differenza di quelle delle bestie? Sinceramente, mio grande amico, il vostro orgoglio è ben insolente! E da dove, vi prego, argomentate questa immortalità a danno di quella delle bestie? Sarebbe forse perché noi siamo dotati di ragione e quelle no? In primo luogo io ve lo nego, e vi proverò, quando vorrete, che esse ragionano come noi. (Da Estats et empires de la Lune; citato in G. Ditadi, I filosofi e gli animali, Este, Isonomia editrice, 1994, vol. 2, p. 566).

Così l’uomo, liberato dagli eccessi della ragione può vivere, e “ Se gli accade di scandalizzarvi o di far vacillare la vostra fede con qualcuno dei suoi ragionamenti, non tralasciate di venirmelo a riferire e io vi toglierò d'impaccio. Pensate a vivere liberamente.” (Viaggio comico negli Stati e Imperi della Luna, op. cit. p..187) Sulla sua figura cfr. M. Onfray, L’età dei libertini, tr.it. G. De Paola, Roma, Fazi Ed., 2009, p161-189)

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John Wilmot

 

Il primo esempio di “vero” e radicale libertino può essere considerato il poeta e drammaturgo inglese John Wilmot /(1647 –1680), Conte di Rochester, amico di Carlo II Stuart, che mise alla berlina espresse costantemente una visione libertina della vita, che non ebbe freni, per cinque anni, si narra, fu continuamente ubriaco. Non ebbe alcun freno e lo espresse in modo chiaro sia negli atteggiamenti che negli scritti. Pur si sposare una ricca ereditiera non esitò a violentarla. Trascorse sotto le ali della moglie la vita domestica, ma spesso se ne allontanava per scorribande d’ogni genere soprattutto a sfondo sessuale. Fece parte di un’allegra brigata, la Merry Gang, composta di “amici” accomunati dalla passione del teatro e…. Vi fece parte anche il duca di Buckingham (1628- 1687), che ebbe dedicati versi erotici dal giovane Rochester. La sua esistenza fu un continuo protagonismo d’eccessi, anche quando, ridotto in miseria, si trasformò nel Dottor Bendo, esperto guaritore di problemi legati alla sessualità, come l’infertilità, ma spesso abusando delle “pazienti”, cosa che le cronache di allora e d’oggi registrano proprio per certi “esperti” o procacciatori d’illusioni. Non cessò mai le sue “attività” anche quando fu reintegrato nel seggio che occupava alla Camera dei lords. Concluse la sua vita giovane, ammalato nel fisico, sifilide ecc., e nello spirito, depressione, ma alla fine cedette alle proposte del buon vescovo Gilbert Burnet (1643-1715) e si convertì al cristianesimo, tanto che alcuni lo considerarono un “buon esempio”.

Fu “seguace” del filosofo Thomas Hobbes ma soprattutto sodale di libertini, i francesi Théophile de Viau (1690-1626), autore di poemi licenziosi Le Parnasse satyrique, e del suo “allievo” Claude Le Petit (1638-1662), che compose di versi licenziosi contro la Madre di Dio, ma fu assolto; subì invece la condanna al rogo per aver dileggiato la famiglia reale francese ed in particolare Anna d’Austria moglie di Luigi XIII. Tra le opere ricordiamo la recente edizione dei Sonnets luxurieux & La chronique scandaleuse, ill. di Pietro Sarto, Postfazione di P. Béghain, Villeurbanne (France), URDLA, 2002 e Le Bordel des Muses in Les œuvres libertines, con una notizia biografica sull’Autore di F.Lachèvre, Genève, Slatkine Reprints, 1968.

John Wilmot è l’antesignano di quell’atteggiamento “libertino” che non è propriamente una visione filosofica, quando un modo di vivere, un’affermazione che la libertà è “compiere quello che voglio” senza alcun vincolo. Non si tratta nemmeno di un’affermazione della libertà di coscienza, ma la realizzazione di quello che “passa per la mente” con l’unico scopo di trovare e darsi piacere semmai, senza nemmeno attenzione vera verso se stessi almeno. È il riferimento di molti altri “libertini” di ieri e d’oggi, accomunati proprio da una visione della libertà come volere psicologico ed immediato, che non riconosce nemmeno la possibilità di qualche limite, magari imposto non certo dall’etica, non dalla religione e nemmeno dalla legge dello Stato. Anzi, si chiede che lo Stato accolga le istanze e autorizzi, mediante opportuna legislazione, il volere singolare.

Non si tratta né di libertà e nemmeno di liberazione, come era nei programmi iniziali di questa prospettiva; è un modo di vivere che non intende conoscere limiti. Si affaccia, così quella nuova visione della libertà che esce dalla dimensione politica e diventa un affare del singolo, ma non come decisione della propria coscienza, ma del volere quello che si vuole.

Certo vi sono pensatori di livello come il calvinista Pierre Bayle (1647-1706) o Fontenelle Fontenelle Bernard Le Bovier (1657-1757) che con la commedia La comète del 1680 anticipò la critica all’astrologia, condotta poi da Bayle, fu seguace di Spinosa e cercò di conciliare la libertà con la prescienza di Dio, cfr. Traité de la liberté, Amsterdam 1743, oggi in Felicità e libertà, a cura di P. Amodio, con un’Appendice di G. Lissa Napoli, Partagées, 2006. Teorico del bonheur, l’aristocratica quiete geniale del vivere. Infatti, per lui la libertà è un’illusione e la responsabilità un’impostura (cfr. ivi, p 16), sono per le brut poupulace, il popolo rozzo ricorda di lui Amodio.

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P. Bayle

 

P. Bayle, dopo varie esperienze anche religiose, fu cattolico per un certo periodo, s’impegnò con una prospettiva libertina e scettica contro i pregiudizi che impregnavano, secondo lui, la cultura, in particolare quella teologica e la società. Nella sua opera: pensées diverses Ecrites à un Docteur de Sorbonne à l'occasion de la Comète qui parus au mois de Xbre 1680 (Rotterdam, Reinier Leers, 1683), egli sostenne la possibilità che potesse esistere una società di atei, una vita comune retta da una morale e una giustizia naturale, senza legami con la religione. Oggi la chiameremo un’etica laica dell’ateo virtuoso, i cui presupposto è il solo riferimento alla ragione e alla sua capacità di determinare il mondo. Per questo scopo egli approntò il Dictionnaire historique et critique (Rotterdam, Reinier Leers, 1697); l’edizione del 1820, l’undicesima, consta di ben 16 volumi e fu definita dal re di Prussia Federico II: “le Bréviaire du bon sens, et que c’est la lecture la plus utile que les personnes de tout rang et de tout état puissent faire”. L’analisi, in ordine alfabetico di personaggi e idee del passato, talora condotta con ironia e sarcasmo, fornisce a Bayle l’occasione per mostrare un vero atteggiamento scettico di fronte al passato e a tutto quello che sembra vincolare l’uomo. Non vi debbono essere religiosi, filosofie e perfino scienze che assumano una prospettiva assoluta; l’uomo conta per quello che è nella sua libertà ed è necessaria sempre una tolleranza; tolleranza che però è di fatto negata a coloro che non pensano “come me”in libertà. Un saggio d’alcune voci del Dictionnaire in italiano è stato pubblicato da Laterza, Roma, Bari, 1976 a cura di G. Cantelli.

 

Conclusione

Le riflessioni dei libertini, nella loro varietà, anticipano l’illuminismo, quel movimento che erige a suo motto, dirà I. Kant, il “sapere aude”, e diffondono una visione della libertà intesa come l’attuazione di quanto la volontà del singolo intende svolgere. Il libertinismo finisce in un atteggiamento di vita e tale è considerato ancor oggi; ha personaggi noti che sono detti “libertini” ma costoro son ben lontani dalle riflessioni dei padri fondatori, sono quasi tutti figli di John Wilmot e del suo modo di vivere.

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De Sade

 

Il più noto è senza dubbio il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), aperto ad ogni avventura anche quella di violentare le donne, tristemente famosa la violenza alla mendicante Rose Keller. Dapprima con il romanzo Justine ou les Malheurs de la vertu del 1791 e nel 1795 con La Philosophie dans le boudoir ou Les instituteurs immoraux ben evidenzia la sua visione libertina, che è condita da “ginnastiche sessuali d’ogni tipo” e dall’irriverenza, anche con bestemmie nei confronti di Dio e della religione. Il fine dei personaggi è riassunto nell’espressione: “ Non c'è nulla che non abbia mai fatto... Non posso andar a dormire se nella giornata non ho compiuto scelleratezze” che procurano piacere anche con il dolore degli altri.(il sadismo).

 

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G. Casanova

 

Molti sono i libertini sessuali e senza velleità filosofiche come Giacomo Casanova (1725-1798) o quella serie di personaggi che diffondono visioni di libertà di questo o di quello, spesso ciarlatani in cerca di denaro, che hanno in Giuseppe Balsamo, il conte Cagliostro (1743-795) il loro riferimento.

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Rave Party 2014

 

L’ambito in cui si “giocano” questi i personaggi è prevalentemente sessuale, tanto che anche oggi intendiamo per libertino proprio colui o colei (par condicio) che non si pone freni nell’usufruire del sesso e di tutti i suoi possibili contorni, cocktail di tutti i tipi di sostanze disponibili sul mercato ecc. Forse ciò che meglio esprime il libertinismo oggi sono i rave party, dove l’iniziale pretesto della musica è oggi condito d’ogni possibile realizzazione di quanto “io voglio”, senza però saper veramente dirigere la propria volontà che si attua nell’idea di libertà, come dirà I. Kant, che apre, postulando un regno dei fini, un’anima immortale e l’esistenza di Dio, ad un Sommo Bene.

 

nr. 21 anno XIX del 31 maggio 2014

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