NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante. «Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!»

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante. «Oh Liberté, que de crimes on

XVI parte

 

Introduzione

 La riforma Protestante e le successive elaborazioni soprattutto in ambiente inglese, la nascita dell’atteggiamento “libertino” hanno dato, insieme alla continuità che la Chiesa cattolica propose, la prospettiva con cui considerare la coscienza e la libertà. Da un lato si è negata la libertà dell’uomo, egli è predestinato e si è finito con il considerare la libertà solo come l’esercizio, anche senza alcuna regola, della volontà d’ogni singolo, cercando di temperare proprio questo stesso esercizio con le leggi dello Stato cui tutti dovrebbero sottostare. Dall’altro la tradizione del libero arbitrio che investe le singole coscienze e le lascia capaci di decidere la natura, di bene o di male, delle azioni che s’intendono compiere. Queste due direzioni hanno segnato e segnano ancor oggi il dibattito intorno alla coscienza e alla libertà, che hanno trovato diverse altre elaborazioni, in particolare nel periodo dell’illuminismo quale si sviluppò in modo particolare nell’ambiente culturale francese, che, rispetto a quello inglese, ha elaborato una visione della libertà intesa più nell’ambito politico che non in quello delle coscienze.

 Il destino dell’Europa continentale alla fine del settecento si consumò nello slogan: libertè, Egalitè, Fraternitè, termini già presenti nella cultura anche e soprattutto della religiosa cristiana, ma che furono rivestiti di nuovi significati. Questi furono utilizzati ideologicamente per affermare alla fine un ruolo politico egemonico della Francia nei riguardi di tutti gli Stati europei.

 Le tre “quasi magiche” parole sorgono come slogan finale di una temperie culturale e politica che è denominata “illuminismo”; un’epoca che, al gran sole dell’essere unico, il dio massonico, doveva far luce sulle tenebre del medioevo, sui dogmi della Chiesa cattolica, meno su quelli delle chiese riformate, sulla vita associata che si apriva a nuove prospettive. L’illuminismo propose ed attuò una rivoluzione; dopo l’Europa non sarà più la stessa.

 Ciò che veramente muta con l’illuminismo è l’immagine dell’uomo, che deve emanciparsi, diventare finalmente adulto, dirà I. Kant, definendo proprio il movimento. Si devono raggiungere nuovi orizzonti culturali, è “l’io penso” il protagonista della nuova epoca. Nasce con la riflessione del filosofo francese R. Descartes, non ha però la funzione che gli aveva assegnata il pensatore, ma un’altra che esula anche dalla visione delle scienze per assumere quella della centralità del pensiero di ogni singolo: quello che io penso, quello è. In questa direzione il dibattito sull’origine dell’uomo, dei suoi sviluppi e della sua civiltà rivestirà grande importanza. Il mito dell’uomo di natura, del buon selvaggio sarà sia nel mondo inglese (D. Defoe 1660-1731) sia in quello francese il punto di partenza per la considerazione dell’uomo (cfr. G. Ghiozzi, Adamo e il nuovo mondo, Firenze, la Nuova Italia, p 1977 e M. Duchet, Le origini dell’antropologia, tr. it. a cura di S. Moravia, Roma-Bari, Laterza, 1976-1977, 4 voll. e S. Moravia, La scienza dell'uomo nel Settecento: con un’appendice di testi, Bari, Laterza, 1970)

 

 Non l’uomo, ma l’io assume la centralità della riflessione ed il problema che nasce è l’accordo tra i tanti “io”. La nascita delle teorie contrattualistiche nella visione politica ha la sua origine, non sempre ben evidenziata, in questo.

 Come far convivere gli “io” e le loro volontà, alias coscienze? A questo si cercherà di dare soluzione da parte d’alcuni pensatori illuministi francesi, diversa da quella inglese, che lasciò la libera volontà a ciascuno, riconoscendo dei diritti naturali la cui origine non è mai stata ben chiarita, temprandola da leggi che non potevano né dovevano investire la sfera “privata” dell’IO.

 La differenza tra la visione politica liberale inglese e quella che si originerà in particolare in Francia e che culminerà nella Rivoluzione, è fondata sulla diversa soluzione che è data alla vita associata, che svolge il compito di “legare” i singoli, riconoscendo sì la loro libertà, ma attuandola solo nell’ambito delle leggi. Così il diritto fonda la politica, come sosterrà Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e di Montesquieu (1689-1755) nel suo testo più famoso, quello Spirito delle leggi ossia delle fonti del diritto. (sul tema cfr. G. Zagrebelsky, La legge e la sua giustizia, Il Mulino, Bologna 2009).

 Lo sviluppo della politica dettato dalle leggi, finirà con l’affermare che se esiste la legge, la politica è legittimata e ciò indipendentemente dalle decisioni che assume anche contro l’umanità. Il totalitarismo che fonda il proprio potere sulla paura, base e molla della tirannide, dirà V. Alfieri (Della tirannide, Milano, Rizzoli, 1949, p.16), ha sempre cercato di avere prima di tutto una legittimità, una Costituzione e leggi adeguate ad essa, perché ciò dà forza di legge, anche coercitiva, alle sue azioni Ciò che importa non è il consensus juris che il popolo dà alle leggi, ma è il dominio di coloro che detengono in qualsiasi modo il potere che emana lo jus e non vi è una reale umanità, ma solo esseri da ridurre ad un unico soggetto politico cui è prescritta ogni azione che deve essere convenente allo jus stabilito dai detentori del potere. (cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, tr. it. A. Guadagnin, Introduzione di A. Martinelli, Milano, CDE, 1997, pp. 630 ss).

 Nasce con Montesquieu quella visione delle leggi che le considera, come I. Newton considerava la gravitazione universale, come l’unica possibile relazione, non importa chi le promulga, purché esse rimangano, al di là dei soggetti, convenienti al…potere. (cfr. E. Cassier, La filosofia dell’illuminismo, tr. it. E. Pocar, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp. 325-337).

Il nuovo orizzonte è delineato, non importano le coscienze, ciò che importa è la legge, anche se coercitiva, perché non vi può essere arbitrio del singolo nel modificarla. (Ivi, p.338). Una forza coercitiva dunque, che si legittima imponendo le leggi. La libertà è ciò che la legge stabilisce si possa compiere e la vita del singolo diventa un adeguamento costante alle leggi, che non prescrivono che cosa non si debba fare, ma soprattutto ciò che si può fare. Nel solo silenzio delle leggi, il singolo può operare secondo la propria volontà. Così proprio il movimento che fa della libertè il simbolo stesso della sua rivoluzione, propone la negazione della volontà singolare, della persona direbbero i cattolici. Il contrasto tra la visione della libertà di coscienza del mondo inglese e quella della libertà come libertà della coscienza cattolica, diviene epocale e avrà il suo simbolo in uno strumento che secondo Robespierre dava libertà...dalla vita.

 

Montesquieu

Il grillo parlante. «Oh Liberté, que de crimes on (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Montesquieu fu colui che più d’ogni altro pensatore gettò le basi per la visione della libertà come realtà politica contro la monarchia assoluta. Il suo testo più famoso Lo spirito delle leggi (a cura di S. Cotta, Torino, UTET, 2005) è ancor oggi riguardato come un testo, quasi sacro, della democrazia, perché egli sostenne la necessità della separazione dei tre poteri con i quali si esprime uno Stato:

 

“ In ogni stato esistono tre tipi di potere: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose dipendenti dal diritto delle genti e il potere esecutivo delle cose dipendenti dal diritto civile.

In forza del primo, il principe o il magistrato fa leggi, aventi una durata limitata o illimitata, e corregge o abroga quelle già fatte. In forza del secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve ambasciate, garantisce la sicurezza, previene le invasioni. In forza del terzo, punisce i delitti o giudica le cause fra privati. Chiameremo quest'ultimo il potere di giudicare, e l'altro semplicemente il potere esecutivo dello stato.

La libertà politica in un cittadino è quella tranquillità di spirito che deriva dalla persuasione che ciascuno ha della propria sicurezza; perché si goda di tale libertà, bisogna che il governo sia in condizione di liberare ogni cittadino dal timore degli altri.

Quando in una stessa persona, o nello stesso corpo di magistrati, il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non c'è piú libertà; perché sussiste il legittimo sospetto che lo stesso monarca o lo stesso senato possa fare leggi tiranniche per poi tirannicamente farle eseguire.

Cosí non c'è piú libertà se il potere di giudicare non è separato dal potere legislativo e dall'esecutivo. Infatti se fosse unito al potere legislativo, ci sarebbe una potestà arbitraria sulla vita e la libertà dei cittadini, in quanto il giudice sarebbe legislatore. Se poi fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza d'un oppressore.

Tutto sarebbe perduto infine, se lo stesso uomo o lo stesso corpo dei governanti, dei nobili o del popolo, esercitasse insieme i tre poteri: quello di fare leggi, quello di eseguire le pubbliche risoluzioni e quello di giudicare i delitti o le cause fra privati.

Nella maggior parte dei regni europei, il governo è moderato perché il principe, che detiene i due primi poteri, lascia ai suoi sudditi l'esercizio del terzo. Presso i Turchi, dove i tre poteri sono riuniti nelle mani del sultano, il regno è uno spaventoso dispotismo. [...]

Non sta a me giudicare se gli Inglesi godano attualmente di questa libertà o no. Mi basta affermare ch'essa è sancita dalle loro leggi e non mi curo d'altro.”

(Ch. L. de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, XI, 6, citazione da Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV, pagg. 508-509 e AA.VV., Libertà, necessità e storia: percorsi dell'Esprit des lois di Montesquieu, a cura di D. Felice, Napoli, Bibliopolis, 2003)

 

 La coscienza è uno stato naturale tanto che quando si dissolve lo Stato (cfr. la condizione dell’Italia nel 1943) ogni singolo ha a disposizione solo questa e quindi la libertà come stato di natura con la quale nasce. Gli uomini nascono liberi, dirà anche J.J. Rousseau, ma questa condizione è uno stato di natura, non di civiltà statale.

 Infatti, Montesquieu nel Libro XI (pp. 276-277) del suo testo precisa: “ La libertà politica, in un cittadino, consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza e, perché questa libertà esista, bisogna che il governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino.”

 Da ciò discende la definizione di diritto, Il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Da qui la natura della politica, che non è ciò che in connessione con la morale, fonda, attraverso l’elaborazione del bene comune, il bene civile, ovvero costruisce lo Stato e ne determina le leggi. Non è quindi il frasi libero dell’uomo a fondare lo Stato. Per Montesquieu è solo necessario che si obbedisca alle leggi, che poi queste siano “ giuste”, non costituisce alla fine il problema. Ben valide sono invece le parole del filosofo Michele Federico Sciocca in Filosofia e Metafisica (Milano, Marzorati, 1962, vol.II, p.244): “ Per essere libero, l’uomo deve farsi libero di non fare quel che gli piace, e di fare quello che è giusto perché conforme all’ordine del bene, in cui soltanto la sua volontà è libera e nell’ordine del vero, in cui soltanto il suo pensiero è libero.” Ma certo Montesquieu sulla scia dell’antimetafisica dell’illuminismo francese non intende certo il ruolo dello Stato, secondo la tradizione classica aristotelica e cristiana, ossia che lo Stato (polis) è quella di permettere una vita virtuosa, cioè una vita pienamente realizzata (Politica, III, 1280 e A. Rosmini, La società ed il suo fine, Milano, G. Boniardi-Fogliani, 1839 e D. Castellano, L’ordine della politica, Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, 1997)

 Certamente la separazione dei poteri consente, secondo il modello inglese, cui Montesquieu si riferisce in parte, di garantire rispetto alla monarchia assoluta e consente un controllo vicendevole, nessun potere è libero, ma la sua libertà è “relativa” al potere di controllo degli altri poteri secondo quanto stabilito dalle leggi.

 

NOTA Non sfugga a nessuno che il totalitarismo perfetto, quello comunista e sovietico in particolare, affida ufficialmente allo Stato il compito di definirsi, ma, in realtà, lo Stato esprime il volere del Partito e lo trasforma in Costituzione e leggi come si può evincere dalla Costituzione Dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che fin dal primo articolo rivela la filiazione dalla visione di parte e non di una visione del bene comune che è superiore alle parti.

 

Il grillo parlante. «Oh Liberté, que de crimes on (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Così per Montesquieu la legge non è’ostacolo, ma condizione della libertà, non quella dello stato di natura, ma quella che non è assoluta indipendenza o potere indeterminato del singolo, ma l’azione possibile solo nel contesto della legge. Ne è esempio la legge italiana sulla detenzione di stupefacente ad uso personale; non ci si chiede se sia morale “drogarsi”, ma solo che la quantità sia conforme a quanto stabilito dalla legge. Questa non è il frutto di una decisione “dal basso”, diremo democratica, ma di un’istituzione, capace, come lo intenderà compiere il Comitato di Salute Pubblica dal 1793 al 1794, di non sottostare all’arbitrio di un monarca ma di consegnare a ciascun individuo il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono e ciò con la sicurezza che nessuno possa attentare alle leggi stesse, che, promulgate, agiscono, garantendo la libertà del cittadino, ovviamente sotto le leggi. Di particolare importanza le leggi penali, che interessano sopra ogni cosa e debbono chiaramente stabilire la corrispondenza fra la natura del delitto e la pena comminata. Ciò impedisce interventi arbitrari e affida alla leggi, oggettive, il giudizio, evitando l’arbitrio del giudice o dei giudici popolari. A tale scopo una rigida procedura, diviene sinonimo di garanzia ed evita sia che l’accusa sia la difesa, retta da uomini con debolezze naturali, facili alla corruzione, possano accordarsi al fine di modificare l’iter e la soluzione del processo.

Posta la garanzia di se stessi nella legge, il cittadino non avrà nulla a temere e gli sarà sufficiente conoscere le leggi per saper agire di conseguenza. Non è certamente ammessa l’ignoranza delle leggi. In questo modo non occorrerà nemmeno riferirsi alla propria coscienza, fino a che le leggi manterranno il loro vigore, egli sarà appagato dalle leggi stesse e si appagherà di quanto la legge gli consente. Non si tratta nemmeno di una coscienza pubblica, come affermava J. Locke che può addirittura opporsi al potere legislativo, ma solo di una sicura sottomissione alla legge. (cfr. M. Merlo, La legge e la coscienza: il problema della libertà nella filosofia politica di John Locke, Milano, Polimetrica, 2006, pp. 218-221).

Con chiarezza intese ciò C. Beccarla, l’illuminista milanese che così precisa: “ Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla.” (Dei delitti e delle pene, Milano, Newton Compton, 1994, p.20). Lo stato nasce da una necessità coercitiva ed obbligante; per questo il legame giuridico e quindi politico non può essere sciolto e l’opposizione deve essere repressa perché in primo luogo è lo Stato e le sue leggi

 Questa realtà va difesa con grandi misura di salute pubblica, dirà Robespierre nel suo Principi di morale politica (Roma, Manifestolibri, 1995, p.55) perché nella sede legislativa, la Convenzione, “è il santuario della verità, è che risiedono i fondatori della repubblica, i vendicatori dell’umanità e i distruttori dei tiranni. Qui, per poter distruggere un abuso, non occorre altro che indicarlo. E quanto a certi consigli ispirati dall’amor proprio o dalla debolezza degli individui, ci basta richiamarli, nel nome della patria, alle virtù e alla gloria della Convenzione nazionale.” Sappiamo bene come agì l’avvocato di Arras e come per lui valse la sua stessa affermazione relativa al potere di uno solo (ivi, p.50): “La democrazia perisce a causa di due eccessi: l'atteggiamento aristocratico di coloro che governano; (la spocchia del potere); oppure il disprezzo del popolo per le autorità che esso stesso ha costituito: disprezzo che può far sì che qualsiasi consorteria, o che qualsiasi individuo, attiri a sé il pubblico potere, e conduce il popolo, attraverso gli eccessi del disordine, all'annientamento, oppure al potere di una sola persona.”

 L’esito di una visione che stabilisce la libertà e la coscienza dell’uomo solo sotto le leggi, ha, fin dai suoi primi realizzatori, mostrato come anche la stessa legge, se non retta da principi superiori e attenti alla realtà della libertà dell’uomo, che non sono mai una prospettiva di parte, ieri giacobini, poi nel novecento totalitaria, porta alla negazione di ciò che si voleva affermare e ben disse La viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, (1754 – 1793), moglie e consigliera di Jean Marie Roland visconte de la Platière (1734-1793), ministro degli Interni di Luigi XVI, detta la Musa dei Girondini che dopo la loro caduta fu arresta e condannata a morte e condotta alla ghigliottina, transitando davanti alla statua della libertà pronunciò, pare, la famosa frase: “O libertà quanti delitti in tuo onore”.

 

(continua)

 

nr. 25 anno XIX del 28 giugno 2014 

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