NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Monologo a sun… ”rebetiko”

In scena all’Olimpico per i Classici “Menleas Rebétiko Rapsodie” grande lavoro firmato dall’artista armeno Simon Abkarian

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Ménélas Rebétiko Rapsodie

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

copertina_libro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 

Prosegue il 67°Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza con la pièce “Ménélas Rebétiko Rapsodie” scritta, diretta e interpretata da Simon Abkarian, apprezzatissimo artista francese di origine armena. In questo suo testo si mette in evidenza il personaggio di Menelao, marito di Elena solitamente associata a Paride. Lo spettacolo è un monologo con rebetiko dal vivo, forma musicale popolare greco/mediorientale paragonabile al tango. la recitazione in francese sottotitolata non ha compromesso il coinvolgimento del pubblico che ha accolto la pièce con profonda commozione, lunghi applausi e standing ovation.

Questo testo è del 2012, ha fatto delle modifiche di qualche tipo pensando al Teatro Olimpico?

Simon Abkarian: “No, è sempre la stessa, la pièce è di 23 pagine, è più corta del libro,che è un’altra cosa ed è edito da Actes Sud, come tutte le mie pièce”.

Nelle tragedie greche, spesso gli eventi sono predestinati e gli uomini accettano la fatalità anche se ovviamente ne soffrono. Paride rapisce Elena e per via del Giuramento di Tindaro viene dichiarata la guerra. In questa sua pièce Menelao non accetta la volontà della dea Afrodite di favorire Paride facendo innamorare Elena di lui. Nel testo dice che lui è il toro da sacrificare, come se tutto l’odio che prova per Elena e il disprezzo che prova per Paride fossero una pena da scontare. Menelao è un capro espiatorio?

Simon_Abkarian (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Menelao è mal rappresentato, è la figura dell’uomo che lascia partire la sua donna ma ciò che mi interessa è la questione dell’amore e la separazione; non so se Elena è rapita: lei accetta di partire e se non avesse voluto, non sarebbe partita. Penso che la Guerra di Troia sia scoppiata a causa di una donna: a quell’epoca e fino a non poco tempo fa, in paesi come Albania, Armenia o Libano l’entità più preziosa era la donna e se a un uomo gliela si prendeva, gli si portava via tutto e Menelao è mal visto perché esita a partire. Volevo soprattutto parlare dell’intima tristezza e dell’amore intimo di Menelao e se si parla di questo si parla d’amore e quindi di Elena e della donna. Quello che mi interessa oggi alla mia età è di parlare delle donne, nelle mie pièce: ho bisogno di capire quale sia la ragione che impedisce alle donne di vivere ugualmente agli uomini”.

C’è un dibattito sulla parità tra uomo e donna? In Francia!?

“Sì, c’è un problema”.

E perché?

“Perché la Francia non è il paese moderno e progredito che pretende di essere. Dal momento in cui c’è un dibattito, c’è un problema, quando non ci sarà più dibattito e una donna ingegnere sarà pagata come un ingegnere uomo allora ci sarà stato un progresso, quando ai bambini si dirà che possono giocare al meccanico sia che si chiamino “Giuliano” o “Silvia”. Le donne sono capaci di guidare un aereo, un paese o un teatro. Nella Chiesa Cattolica e Ortodossa non ci sono donne che dicono la messa. Una donna non ha spiritualità sufficiente? Gli anglicani lo fanno ma è diventato un folklore. Quindi io non voglio finire la mia vita senza aver provato a riparare questa ingiustizia”.

 Nella pièce non si parla della personalità di Elena, sembra che Menelao sia un capriccio per lei, non ha gli sconvolgimenti che ha lui.

“Si parla d’amore: quando si ama qualcuno lo si ama anche quando se n’è andato e penso che la forza di questo amore si attiene a dei miti, è un parlare d’amore in un modo assolutamente nobile. È anche un modo per spiegare, aprire alla parola, perché negli ultimi 20 anni ( vedo e sento cosa succede da voi ma so meglio ciò che accade in Francia) la volgarità di certi politici, certi intellettuali e certi artisti, il restringersi del linguaggio hanno fatto in modo che il pensiero non sia più aperto e manifestato. Un Paese non è un’impresa, un Paese ha una storia, una verticalità, e io avevo bisogno di riaprire la parola, di ridire certi termini perché attraverso le parole arriva il pensiero: senza parole non c’è pensiero e senza pensiero non ci sono visione e salvezza possibili”.

Nel testo è un’onda continua tra amore e odio, una delle parti più importanti è sicuramente il gioco di parole tra il nome “Elena” e la parola “odio”(Hélène- haine ndr), che in italiano si perde completamente. La traduzione secondo lei danneggia lo spettacolo?

“È la prima volta che la gente vede lo spettacolo in Italia,la traduzione porta in sé il germe della decadenza. Si possono perdere delle sfumature: non bisogna fare la pièce? Preferisco farla sacrificando qualche sfumatura”.





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