NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Satira

di Italo Francesco Baldo

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Satira

Introduzione

In Italia esiste il diritto di satira, è garantito dalla stessa Costituzione della Repubblica, dagli articoli 21 e 33 della Carta. Negli articoli della Costituzione non si parla esplicitamente di “satira”, ma di libertà di stampa e di ricerca. La satura è un genere letterario nato nella Grecia d’Omero secondo alcuni, ma ebbe nel mondo romano il suo grande sviluppo tanto che Quintiliano nella Institutio oratoria (X, 19) la dice “tota nostra”.

 I recenti avvenimenti, dolorosi e ingiustificabili perché hanno vilipeso il bene più prezioso dell’uomo, la vita, meritano profonda attenzione e riflessione, perché coinvolgono la dimensione religiosa, che non è un aspetto, ma riguarda tutta intera la dimensione umana, perché riguarda tutti gli aspetti dell’esistenza.

 La domanda fondamentale che dobbiamo farci in queste situazioni è in relazione alla libertà e fino a dove essa può spingersi. In realtà è in analisi proprio la concezione della libertà che abbiamo e soprattutto pratichiamo. L’uomo è un essere libero, non dipende dal fato, ma egli è artefice della sua fortuna, buona o cattiva che sia, lo sosteneva con forza Pico della Mirandola nel suo De dignitate hominis. Infatti, la libertà non riguarda quest’o quell’azione dell’uomo, ma tutto quello che l’uomo pensa, opera e spera ed essa non coincide con il volere che spesso muta secondo le circostanze sensibili in cui l’uomo è coinvolto, ma essa è presupposto di decisione al bene. Si è autenticamente liberi quando si pone in esecuzione qualcosa che non arreca danno a nessuno, o, meglio, è bene. Senza questa direzione ci si riduce alla visione, oggi di moda, della libertà, come “faccio quello che voglio”, ma allora se ogni singolo fa quello che vuole, ognuno può appunto fare quello che la sua volontà gli indica. Non solo la morale, ma anche il diritto muore (mi permetto di rimandare al mio reperibile sul web: La solitudine dell’ ”uomo”. La fine della possibilità del diritto, “Acta Histriae”, 15 (2007), 1, pp. 87-102) e si apre a tutte le possibilità, e, di fatto, si deve ricorrere a strumento solo repressivi e operanti con la coercizione.

 Dagli avvenimenti accaduti a Parigi nasce la necessità, direi quasi l’urgenza, di riflettere su che cosa sia la satira e quale uso ne può fare. Non si tratta di riaffermare il bene della libertà di ricerca, di opinione, di stampa ecc., ma di quale buon uso intendiamo farne e ciò implica prima di tutto una questione morale, dalla quale dipende la dimensione del bene comune, ossia della politica che si traduce in uno Stato nel bene civile che ha nel diritto (diritti-doveri) la necessità che le azioni oltre che buone siano anche giuste.

 Se ci rifugeremo solo nella dimensione della rivendicazione della libertà e degli ideali politici, falliremo e quel declino/atassia dell’Europa, denunciato dalla scrittrice Marguerite Yourcenar fin dal 1929, apparirà ancor di più nella sua fatale attualità(Diagnosi dell’Europa, in ID, Opere, Milano, Bompiani, 1992, pp.1883-1890). Così pure il poeta croato M. Krleza (1893-1981) nel suo scritto Europa del 1935, e così si esprime: "Terra fantastica e inverosimile di gioiellerie, di lusso e di mendicanti [...]. L'Europa è oggi ambiente raffinato di divertimenti notturni, dove in luminosi acquari nuotano pesci argentei per il ventre dei buongustai europei e in piscine di marmo nuotano donne nude dai capelli dorati per le alcove degli amanti europei. Pesci e donne, libri e musica, religioni e leggi, opinioni di vita e poesia, tutto si vende in Europa per denaro, e anzi che l'uomo, l'unica unità di misura, è oggi il denaro. Unica bilancia, unico attestato delle qualità umane. [...] L'Europa è oggi incitrullita come una vecchia zitella sdentata o un'ausiliaria dell'Esercito della Salvezza; ascolta alla radio le trasmissioni delle partite di calcio e mentre le macchine producono un'infinità di cose, i disoccupati patiscono la fame. Col caffè si alimenta il fuoco delle macchine a vapore, si spreca il latte, si bruciano le messi perché c'è troppo caffè, troppo latte, troppo grano. Le macchine lavorano pazzamente e s’impongono nei listini di borsa [...] l'Europa si carica di merci e di miseria con un'irresponsabilità sempre maggiore, e questo moltiplicarsi di records, di successi olimpionici, di libri, di tristezze, di fame, di morte e di benessere, questo moltiplicarsi di contrasti fra piaceri e sofferenze e sciagure sempre più gravi, questa pazza corsa senza rotta nel tempo e nello spazio dell'Europa d’oggi si svolge all'insegna di un problema che di giorno in giorno diventa sempre più fatale. [...] Così l'intelligenza europea, che aveva coscienza dei problemi e almeno sapeva anelare alla pace, si disperdeva e talora è finita addirittura per essere organica proprio a chi preparava la fine. Così una nuova epoca di sofisti, un'epoca di falsi interpreti del mondo vinse e solo pochi s'innalzarono sopra il brusio delle città per "celebrare la privazione, la pace interiore, l'umiltà, Dio". (Europa, A. Cronia, (ed.), Le più belle pagine della letteratura serbo-croata, Milano, 1963, Nuova Accademia Editrice, pp. 20-21).

Analisi di un’Europa che si avviava al declino, dove la politica dei totalitarismi di sinistra e di destra aveva esaltato solo ed unicamente la dimensione del politico, assunto ad universale dell’uomo, ma che ancor oggi ci fanno riflettere sul destino di questo continente, che crede di risolvere tutti i suoi guai nella politica, o, nella situazione di crisi economica, ricercare solo soluzioni economiche, ma poco o niente pensando “alla grande”, colpa dei filosofi, ridotti ad intellettuali, servi dei potenti, o a maitre a penser del pret a porter, incapaci di riflettere sull’uomo e sul suo destino, ma ben capaci di vivere, ridendo “alla giornata”.

 La satira, il suo valore, come attesta la sua stessa storia va riguardata e con la grande lezione dei giganti del passato, ripensata e rivissuta affinché abbia palese proprio il suo scopo, quello di divertire, insegnando ed educando ad essere veramente uomini liberi, ossia uomini per il bene non ristretto alla propria cervice.

Satira (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

 

 

 

 

 

 

Europa

 

Non sei più

nemmeno

filia di Nessuno,

lui

con astuta ragione

sperava

rivedere

le proprie radici.

 

Non sai più

nemmeno

di essere

tempio dell’altissimo,

capace

di obbedire alla giustizia,

che neghi

affermando

con forzata raison

diritti su diritti,

che non hanno radici.

 

Non hai più

nemmeno

la forza della ragione

di investigare

sulla stessa

Sacra Dottrina,

culli nel tuo cervello

pensieri incostanti,

che mai avranno

radici, metabolismi

sono

di attimi

dipendenti

dal tuo cibo.

 

Non ami più

nemmeno

te stesso, figuriamoci

il prossimo!

Muori senza amore,

e non hai nemmeno una lucerna

per capire

con fede e devozione

la salita del tuo intelletto

alle radici.

 

Europa,

tu oggi

eunuca

che sei solo

schiava

dei tuoi conti

senza nobiltà!

                         (I.F. Baldo)

 

Un po’ di storia

La satura (satira) prende il nome da un piatto colmo di frutta assortite, da offrire alla divinità (lanx satura), o un miscuglio di vivande, da far pensare all’olla podrida. O infine, come specifica il grammatico Diomede (fine IV secolo d. C.), una focaccia “ composta di polenta e usa passa e pinoli cosparsi di vin dolce; e c’è chi aggiunge chicchi di melograno”. Essa, afferma sempre il grammatico, “è un componimento che oggidì è aggressivo, e diretto a bollare i difetti degli uomini, sul tipo dell’antica commedia attica” (W. Romagnoli, Prefazione a Orazio Flacco, Le satrire e le epistole, Bologna, Zanichelli, 1987, p.XII).

La satira annovera autori importantissimi. Il primo testo di satire è opera del poeta latino Quinto Ennio (239 a.C. – 169 a.C.), che ha molti spunti autobiografici e, come comprendiamo da quanto rimastoci, tono moraleggiante.; con quest’opera fu introdotta a Roma la satira, un genere del tutto nuovo. Continuatori del genere furono Pacuvio, nipote di Ennio, di cui non ci rimangono testi, e Gaio Lucilio che compose ben 30 libri, di questi ci rimangono molti frammenti. Tra tutti eccelle Orazio che chiamò le sue Satire anche Sermones ovvero come ricorda il Dizionario Treccani: “Sermone è componimento poetico di carattere moralistico e didascalico, di tono discorsivo e semplice, quasi discorsi alla buona, conversazioni prosastiche, in contrapposizione alla poesia di più alto impegno.

 Satira (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 Quinto Orazio Flacco

 

Orazio (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.)

Il primo libro delle Satire, fu pubblicate nel 35 a.C. e contengono riflessioni sull'incontentabilità umana e l'avarizia, espressioni contro l'adulterio, un diario di viaggio, un ripensamento della propria condizione sociale e un resoconto dei rapporti con Mecenate cui fu dedicato il primo Libro.

 Una vera satira non plaude al vizio e deride la virtù, ma la sostiene, afferma Orazio nei suoi componimenti, non è un moralismo di maniera, un voler a tutti i costi “far ridere, ma pur talora con un linguaggio sboccato cerca di indicare la via dritta e a quell’incontentabile essere che è l’uomo (Satira I, L.I) che desidera la donna d’altri (Satira II, L.I) e non comprendono che è bene campare e lasciar campare, ovvero non rilevare le negatività e basta, ma magari cercare un linguaggio meno offensivo se: “ sarà troppo zotico, e franco più dell’onesto?” Questa indulgenza procaccia, mi credo, e conserva gli amici”. (Satira III, L.I). La satira va difesa, sostiene Orazio e “il dotto ti dirà per qual causa conviene cercare questo e fuggire quello”. Così i padri faranno conservare le usanze tramandate, in modo che “gli anni temprato t’abbiano l’anima e il corpo, nuotar senza sughero” potrai. “ tali erano le parole con cui mi plasmava fanciullo. E quando a qualche azione voleva spronarmi: l’esempio l’hai, che t’incora a farla, diceva, e indicava qualcuno dei probiviri. “ Così nella Satira IV il poeta ben indicava la via che la satira sosteneva. Ma anche la Satira III del secondo libro, Tutti matti, ossia coloro che scacciano l’antico per il nuovo e agiscono nel mondo come pazzi e costoro danno dei pazzi senza comprendere che loro stessi lo sono, inseguendo le mode, gli amanti, il prestare orecchio per ambizione, avidità, per lussuria, per grama superstizione o” per qual altro male mentale si voglia”.

 L’uomo, le sue azioni son poste alla berlina, affinché comprenda, anche per coloro che si dicon ”cuochi” (Satira IV, Libro II), ma nondimeno i cacciatori di testamenti. Nella SATIRA VII del secondo libro, Orazio affronta il tema della libertà affermando: chi non è filosofo non è libero”; è il “sapiente, che sa conoscer sé stesso, e paura non ha di povertà, di morte, neppur di catene, che sa le passioni frenare, disprezza gli onori, saldo, che solo conta su sé, levigato, rotondo che niuna forza esterna riesce a ghermirlo, a tenerlo, e di fortuna i colpi su lui sempre cadono a vuoto”. Nella vita bisogna aver coscienza del pericolo perché “ toglilo di mezzo, allenta i freni, e a briglia sciolta prorompe l’istinto” ossia la mancanza di ragione e quando questa vien meno, viene meno il senso stesso della vita e la satira diviene lazzo, un riso che si esaurisce in se stesso e non fa comprendere né la verità né il bene.

 La satira nella cultura latina fiorì soprattutto nell’età imper5iale con diversi esponenti: Aulo Persio Flacco, Decimo Giunio Giovenale, ma al genere possono pure essere aggregati Marziale con i suoi Epigrammi e l’arbiter elegantiarum Petronio con il Satyricon

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Aulo Persio Flacco

 

 

Persio Aulo Persio Flacco (34 –62)

L’intento morale del primo poeta satirico toscano, nacque a Volterra, è la critica dei costumi corrotti della società del suo tempo: con le sue composizioni ci presenta individui deformati nel corpo e nell'anima. Satira scolastica la dice Concetto Marchesi, a p.227 del suo Disegno storico della letteratura latina, (Principato, Milano 1978), perché ammaestra l’uomo.

Infatti, Persio che ben sapeva quanto insensate fossero le cure dei mortali (Persio, Satira I) che ritengono ogni pensiero per il fatto d’essere pensiero, una riflessione filosofica e umorismo una qualsiasi risata, tanto – avverte il poeta - che si è “pronti a sghignazzare se una serotina e sfacciata pulzella tira la barba di un cinico”. E in tutte le altre satire con la grandezza che gli è propria Persio mette alla berlina proprio gli atteggiamenti umani, quelli piccoli che si fanno grandi e credono di dominare il mondo e s’inventano capacità e doti che non possiedono e millantano conoscenze che nemmeno esistono. Costoro invocano (Persio Satira II) tutti gli dèi e nulla sanno del cielo, ma lo invocano o le maledicono cercando sempre e in ogni modo un effettaccio anziché “un armonico equilibrio, nell’animo, delle leggi umane e divine, puri segreti del cuore ed un petto imbevuto di generosa onestà, queste cose possa io arrecare – avverte il poeta- nel templi ed a soddisfare gli dèi mi sarà sufficiente un po’ di farro”.

 In ogni dove si svolge la vita umana, anche nell’insegnamento spesso espressioni, atteggiamenti, azioni sono esibite come importanti e non hanno fondamento. È compito di una vera analisi smascherare la falsità, ma è compito della satira evidenziare, facendo sorgere un moto di spirito quanto d’errato spesso si compie. Molti seguono ogni vento di dottrina, purché sia ben esibito, come fanno fede i numerosi, troppi, ciarlatani del foro, nella stessa economia e soprattutto nel mercato. Ogni medicina è buona se trova chi bene la propaganda (cfr. Persio, Satira III). Soprattutto nella politica, Satira IV, si esibiscono donne e uomini si gettano “con quali basi?” e nonostante l’ignoranza si credono tutti dei Pericle e se son in difficoltà alzano la voce cercando di lusingare ed ottenere cariche e prebende: “Vivere tra piatti succulenti e con la pelle assiduamente abbronzata!”

 Dove vogliono andar e a parare costoro? Ognuno crede se stesso un assoluto, quasi un semidio all’inizio e poi un vero e proprio dio. Tanto che nessuno può giudicare perché a me è tutto permesso. La spocchia del potere che non è solo quello politico, ma anche quello della scrittura, tanto che molti intingono nel veleno le loro penne e poco si preoccupano di quanto male compiono..

 È della libertà che abbiamo bisogno, avverte nella Satira V Persio, “ma non di quella che consente ad un qualsiasi Publio della Velina – una volta affrancato – di divenire possessore, con la tessera, di un po’ di grano tarlato. Davvero sterili ad ogni verità quelli per cui una sola giravolta basta a creare un cittadino”. Tanto che la libertà è il trascorrere la vita come mi piace, direbbe il filosofo tedesco dell’Ottocento Max Stirner, erigendo il mio Io ad assoluto.

La satira di Persio considera proprio gli atteggiamenti umani e ne rivela l’insensatezza, affinché magari pensino a correggersi, ma è meglio ingannarsi con le chiacchiere e con nessuna offerta, nemmeno g agli dèi, si potrà ottenere che negli stolti si ritrovi anche solo una piccola mezza oncia di bene. (cfr. Satira V). Ci si crede liberi perché lo si dice, ma lo si è veramente? Se dentro al tuo animo sorgono i padroni, come puoi cavartela? Soprattutto si teme di non essere “alla moda” e vanamente Persio ne avverte.

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Giovenale

Decimo Giunio Giovenale (tra il 55 e il 60 – dopo il 127)

Il poeta satirico per eccellenza scopre i difetti ma non per farne gossip, come usa oggi, ma per indicare una via che non sia preda della corruzione in ogni dove, nel corpo come nello spirito e additando le iniquità delle umane fortune insegna che ben altra è la via. Se vuoi essere qualcuno, devi avere il coraggio di fare cose degne (Satira I) purtroppo invece “l’onestà – per fare un esempio di virtù – è lodata da tutti, ma muore di freddo”. Tutti lodano la libertà, ma la giudicano a casaccio. Infatti, ricorda F. Bacone nel Novum Organum, idola specus XLII): “Perciò giustamente affermò Eraclito che gli uomini cercano le scienze nei loro piccoli mondi privati e non nel più grande mondo a tutti comune”. E anche in questo avverte l’Oscuro “ danno retta agli aedi popolari e si valgono della folla come maestra” (Eraclito, Frammento n. 104).

 La satira serve a farci comprendere, dilettandoci anche, i consigli dati attraverso la satira sono importanti, come quello di Giovenale nella Satira VIII: ” Ci si guardi soprattutto da non compiere grave ingiuria ai popoli forti e poveri” e in ogni caso mai negare ciò che è riconosciuto come importante. I singoli uomini per vanagloria vanno ridicolizzati e sottolineato come agiscano né con sapienza né con saggezza portando danno a sé e agli altri, Ma nelle cose del cielo, quelle sacre e sante ben dice Giovenale nella Satira XV (vv.147-158): ” Il Creatore di tutte le cose dette loro, al principio del mondo, soltanto la vita; a noi invece anche un’anima, affinché uno scambievole amore ci spingesse a chiedere e a prestare aiuto, a stringere in società gli uomini dispersi, ad abbandonare la vecchia foresta e le selve abitate dagli avi, ad innalzare case, a congiungere la nostra a quella degli altre, onde la fiducia reciproca delle soglie vicine rendesse i sonni più tranquilli; a proteggere con le armi il concittadino caduto o barcollante per profonda ferita, a dare segnali di guerra con gli stessi squilli di tromba, a difenderci dentro le stesse torri, a rinserrarci dietro porte chiuse con le medesime chiavi”. Purtroppo, prosegue il poeta satirico “è ormai maggiore la concordia tra i serpenti”(ivi, v.159) e, infatti, neghiamo la stessa umanità comune e la ragione di ciò deriva dal considerare sempre e solo se stesso come l’unico ed autentico interprete.

Satira (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) Marziale

 

Non innocente il suo scrivere, anzi lettura proibita agli studenti, che potevano solo leggere alcuni epigrammi, in edizioni “castigate”,mentre per gli altri le risorse non mancavano e si leggevano, nascostamente. Ma ache in questo poeta latino, prevale la censura, mettendo alla berlina, i vizi degli uomini, che considerano quel che compiono in quel momento come qualcosa di assolutamente valido, anzi un vero lascir scorrere gli istinti, porta allo star bene. Marziale sottolinea senza peli sulla lingua i vizi di coloro che invece li hanno, raccattandoli per azioni commesse, ma nel divertire sguaiato, senza pruderie intellettuali, ricorda i difetti, ma degli uomini e non certo dei valori morali che invece si dovrebbero seguire.

 

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Petronio Arbitro

 

Petronio, il porcografo, lo diceva lo studioso della classicità Umberto Limentani nella sua edizione del Satyricon (Genova, Formiggini, 1913), sollevandolo dall’accusa di pornografia. Un componimento che riflette proprio sulla decadenza, dove i costumi corrotti, e lincapacxità doi vedere il domani e soprattutto il bene, impongono una vita smodata e senza freni, dove tutto è lecito, ma quella di Trimalchione è una fantasia macabra, una danza della morte su se stesso, come compiono tutti i protagonisti dato che invocano la morte. È il segnale di quel disfacimento metafisico comune a tutti i periodi di decadenza, che ridono d’ogni cosa e scambiano la stultitia per sagacità, Non sanno leggere i segni dei tempi e “uccidono la delizia di Priapo, l’oca adorata da tutte le matrone”.

 Non è propriamente satira, ma ad essa può essere assimilata non per l’intento di Petronio che non c’era, ma per quella necessità di comprendere che la vita non è quella dei protagonisti del Satyricon, e con buona pace di registi che avviarono la stagione odierna della decadenza, con il loro immaginifico credere che tutto sia lecito.

Certo la satira non fu solo romana, i sermoni di Orazio continuarono in quelli della chiesa, detti più comunemente “prediche”, che nel corso dei secoli ebbero validissimi autori e non mancano ancor oggi nelle chiese, anche se son radi, perché cercano più l’effettaccio o il protagonismo di se stessi, anziché chiarire il contenuto della Scrittura e della dottrina.

La satira ebbe nei secoli successivi bravi interpreti in Europa, e fu fino al secolo XVII quasi sempre satira morale, tanto che possiamo azzardare che l’Inferno di Dante non possa essere letto che come un’immensa satira, la quale, evidenziando le pene per i peccati umani, indica la miglior via all’anima, quella che non si perde nella “selva oscura”.

 Sulla scia di componimenti “satirici” possiamo trovare quel capolavoro che è il Morias encomium di Erasmo da Rotterdam. L’umanista ben comprese, sulla scia della sua conoscenza dei classici latini e greci, cita sovente Giovenale e Orazio, come gli uomini sono “pazzi” più della stessa follia e non sanno trovare quella via che esula dal quotidiano e porta al fondamento della vita, che è nell’umanità di cui il cristianesimo è l’apice. Irriverente il nostro pensatore, anche quando esclude dai cieli il papa Giulio II, o quando ne Il lamento della pace vede come i danni non siano provocati solo dalle guerre, ma anche dalle penne intinte nel veleno degli intellettuali diremo oggi, che non si curano del fine dei loro scritti, interpretano se stessi e il loro piccolo orticello, ma lo ritengono il cosmo.

 Anche il Baldus ovvero il Merlini Cocai macaronicon, pubblicata da Teofilo Folengo nel 1517 con lo pseudonimo di Merlin Cocai, può essere considerato poema satirico perché attraverso le avventure di Baldus e della sua buffoneria ben critica la società e le sue abitudini.

 Pure il poema in ottave La secchia rapita è satirica; fu scritta da Alessandro Tassoni nel 1614 e, nonostante l’avversione ecclesiastica, fu pubblicata, ma solo nel 1622 e narra della vacuità con cui si muove guerra e della sua follia. Ancora una volta sono glia atteggiamenti umani ad essere derisi e questo perché si possa comprendere che la via deve essere un’altra.

 La svolta nell’ambito dell’umorismo e quindi della stessa satira si ha con il libertinismo inglese e francese, dove più che gli atteggiamenti e le azioni umani iniziano ad essere derise le idee, le credenze, le fedi, prima di tutto quelle religiose e poi quelle politiche. Diversi gli esponenti tra cui ricordiamo John Wilmot, l’antesignano di quell’atteggiamento “libertino” che non è propriamente una visione filosofica, quando un modo di vivere, un’affermazione che la libertà è “compiere quello che voglio” senza alcun vincolo. Non si tratta nemmeno di un’affermazione della libertà di coscienza, ma la realizzazione di quello che “passa per la mente” con l’unico scopo di trovare e darsi piacere semmai, senza nemmeno attenzione vera verso se stessi almeno. È il riferimento di molti altri “libertini” di ieri e d’oggi, accomunati proprio da una visione della libertà come volere psicologico ed immediato, che non riconosce nemmeno la possibilità di qualche limite, magari imposto non certo dall’etica, non dalla religione e nemmeno dalla legge dello Stato. Anzi, si chiede che lo Stato accolga le istanze e autorizzi, mediante opportuna legislazione, il volere singolare. Ebbe vari seguaci tra cui il marchese de Sade, il quale con La Philosophie dans le boudoir ou Les instituteurs immoraux ben evidenzia la sua visione libertina, che è condita da “ginnastiche sessuali d’ogni tipo” e dall’irriverenza, anche con bestemmie nei confronti di Dio e della religione.

 Si tratta di una svolta molto forte, che non pone in ridicolo gli atteggiamenti umani, ma nega valore ai contenuti stessi, in nome di una libertà nella quale ciascuno compie quello che vuole. Nasce da questo contesto la necessità di una tolleranza, ovvero di accettare che vi siano visioni del mondo diverse e il cammino della civiltà europea verso la tolleranza fu ed è difficile, come attestano nel Novecento i Gulag, nati dalla visione politica del comunismo, per rinchiudere “chi non la pensa come il potere politico” e intendevano annientare la vita stessa dei nemici politici, come i Lager uccidevano chi era di razza, oggi diremo, etnia, diversa,

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 Vittorio Alfieri

 

La letteratura italiana annovera molti scrittori di satire, Ludovico Ariosto che s’ispira a Orazio e dove prevale l’atteggiamento autobiografico e moralistico. Tra i molti annoveriamo Vittorio Alfieri. Nella sua settima Satira L’antireligioneria ammonisce: “ Chiesa e Papa schernir, Cristo e Maria è picciol arte”.

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 Pasquino a Roma

 

 La satira aiuta a comprendere le cose più importanti, denunciando le bassezze e piccolezze umane anche nel ridere sguaiato. Severa e di meditata riflessione lo scrivere di Giacomo Leopardi nelle Operette morali, ma, nondimeno, moraleggiano Carlo Porta, Giacchino Belli Giuseppe Giusti, e gli autori delle Pasquinate romane e tanti altri, tra cui con i suoi Sermoni giovanili (Firenze, A. Volpato, s.d.) anche il vicentino Giacomo Zanella. Tutti con le loro composizioni evidenziavano come gli atteggiamenti umani assunti ad assoluto soprattutto nella politica, fossero un assurdo. Ne fece le spese il dittatore italiano che le vignette dipingevano come “il Cesare di Cartapesta (cfr. Mussolini nella Caricatura, Torino, Grandi Edizioni Vega, 1945, a cura di GEC ossia Enrico Gianeri).

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 G. Forattini

 

Una tradizione di satira che dura ad oggi con Giorgio Forattini, pur con qualche svista come ci fu con il giornale “Il male”, che irrideva anche ai contenuti della religione cattolica. (cfr.la vignetta sull’espressione di Giovanni Paolo I: “ Dio è anche madre”.

 In ogni paese del mondo si ride, perché il riso come il pianto è una caratteristica, solo degli uomini, sosteneva già Aristotele. Così in Francia Victor Hugo, in Gran Bretagna Bernard Shaw, in Germania Fr. Wedekind e George Grosz, e così via la satira attira e fa ridere gli uomini, ma non tutti l’accettano, non tutti credono che la libertà sia “fare quello che io voglio”. È qui che nasce il problema e non è un problema di sola tolleranza, ma di visione del mondo, che s’incontrano e non si accordano su elementi fondamentali che a parole. Da ciò nascono quei problemi, gravissimi, che abbiamo sperimentato e, temo, sperimenteremo ancora.

 

Conclusione

Satira (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Quando si smette di ridere, allora iniziano i guai del mondo, ma il riso non deve seppellire nessuno, lo abbiamo vissuto. Non si tratta di cedere a chi la pensa diversamente, ma di considerare che prima del riso viene l’intelligenza, che, pur con difficoltà, aiuta gli uomini a vivere meglio e a considerare che il valore delle idee e superiore a quello degli atteggiamenti umani. A tale proposito la sentenza n. 9246/2006 della Corte di Cassazione italiana ci aiuta a comprendere che la satira è: “ È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.

 Se gli atteggiamenti umani possono essere ridicolizzati, come fecero Orazio o fanno i grandi umoristi contemporanei, non deve venir meno una stima di sé e dell’umanità e delle idee più sacre che sono in noi. (cfr. I. Kant, Il piacere di ridere, Firenze, Le càriti Ed., 2002, p.53 passim), per vivere insieme in un mondo che è sferico e nel quale è sempre possibile incontrare un altro essere umano che non la pensi come noi: a lui dobbiamo rispetto, anche nella risata.

 

nr. 02 anno XX del 17 gennaio 2015



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