NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante XVIII. Un nuovo orizzonte

II parte

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante XVIII. Un nuovo orizzonte

Introduzione

Fin dai primi studi Immanuel Kant ebbe a cuore il problema della morale. A ciò era portato proprio dalla formazione ricevuta dalla madre, fervente seguace del Pietismo. Era questa una corrente di riflessione e approfondimento del cristianesimo luterano, proposta dalla fine del Seicento in Germania da J. Spener (1635-1705), che istituì collegia pietatis per rinnovare la fede e invitare i fedeli ad un maggior rigore morale attraverso una meditazione della Sacra Scrittura. Nell’opera Pia desideria il manifesto del pietismo tedesco (a cura di R.Osculati, Postfazione di P. Ricca, Torino Claudiana, 1986) il fondatore svolse la sua prospettiva che incontrò largo seguito sia nell’ambito religioso, anche se contrastata da teologi ortodossi luterani. Propose e fu accolta la proposta di fondare un’università ad Halle che divenne il centro del movimento. Il Pietismo si diffuse in tutta la Germania con il contributo di A.H. Franke ed ispirò anche rinnovamento nell’ambito sociale e pedagogico con la fondazione di numerose scuole anche di tipo professionale, le Realschulen. Il movimento varcò i confini dell’area tedesca e si diffuse anche in America con comunità filadelfiche, rette dalla dimensione amicale che costruisce un’armonia sociale.

Da un lato la formazione educativa familiare e dall’altro l’esigenza che la riflessione teoretica sia di per se stessa manchevole se non pone la sua capacità di analisi anche in ambito morale o pratico che non si limita alla dimensione morale, ma ispira, classicamente anche gli ambiti della politica, del diritto e dell’economia. La tensione che in questo campo ebbe Kant nel cosiddetto periodo pre-critico fu quella stessa dell’ambito teoretico. Nel 1764 ne I principi della teologia naturale e della morale, il filosofo precisava: ” i primi principi della morale nella loro costituzione attuale non sono ancora capaci di tutta l’evidenza richiesta”. Non vi era una chiarezza addirittura sullo stesso concetto della normatività. Era dunque necessario approfondire proprio il tema del dovere che implica due possibili ambiti, quello dell’essere costretti a fare qualcosa come “mezzo” o come “fine”. Non si tratta di un fine qualsiasi, ma di un fine necessario, in modo che sia attuata la regola: “Fa la cosa più perfetta che sia possibile per tuo mezzo” Questa è il primo abbozzo di quello che sarà l’enunciato dell’imperativo categorico, quale è espresso ne il Fondamento della metafisica dei costumi, opera del 1785. Questa “regola” meglio principio formale è sotteso ad ogni azione e su questa la riflessione kantiana opererà fin dalla Critica della ragion pura. In quest’importante opera inizia il pensiero critico di Kant sulla morale, che lo condurrà a ritenere che la sola ragione possa formulare “la regola formale” dell’azione morale”. Questa è determinata dalla ragione senza alcun intervento “altro”. Per questo la morale kantiana si definisce “autonoma” e non eteronoma, ossia derivante da altro che dalla ragione, come lo sono le morali che hanno il loro fondamento nelle prescrizioni che Dio stesso fornisce ai suoi seguaci. La Torà, unita al Talmud e alla Mishnà per la religione ebraica, il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo per il Cristianesimo, il Corano per il mondo islamico ecc.

La ragione è il fondamento della ricerca nell’ambito morale, e la coscienza è la capacità di comprendere e seguire il principio formale della morale. Non vi è un arbitrio dipendente dalla volontà del singolo, ma la volontà, rettamente intesa, è quella capacità di seguire quanto indica la ragione.

La via critica alla morale

Bussola (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

Al termine della ricerca sul quesito teoretico “se e come è possibile una metafisica come scienza” svolto da Kant nella Critica della ragion pura, il filosofo si chiede: “ Ora ci resta un tentativo da fare: se cioè una ragion pura non possa trovarsi anche nell’uso pratico, se in questo essa ci conduce a idee, che raggiungono quei più alti fini della ragione pura che noi abbiamo additati, e se essa dunque, dal punto di vista del suo interesse pratico, non possa accordarsi quello che si rifiuta assolutamente rispetto allo speculativo.” E’ la ricerca intorno all’ideale del Sommo Bene nel quale le idee (anima, mondo e Dio) non si congiungano per fornire quel solido riferimento che alla fine l’azione morale richiede, non già per essere seguita, che a ciò basta la ragione, ma per dare quella connessione necessaria tra l’operare morale stesso e la felicità, in altre parole quella tensione a considerare in modo unitario quanto l’uomo compie nella sua vita, seguendo la regola m formale della morale.

La via di questa riflessione comprende due diverse opere. Il Fondamento della metafisica dei costumi e La metafisica dei costumi che pongono la prima la regola formale e la seconda l’ambito di applicazione della regola stessa nei campi in cui si svolge l’attività umana come il diritto privato, e pubblico e la dottrina dei doversi verso se stessi e gli altri. Quest’opera si chiude con l’interessante riflessione intorno al fatto che la dottrina dei doversi verso Dio è al di fuori dei confini della pura filosofia morale. Ciò perché Kant intende comprendere se la ragione in se stessa possa determinare non solo l’a priori della conoscenza intellettuale, ma anche l’a priori dell’azione morale e conseguentemente quello intorno alla religione. Non si tratta, è opportuno ripeterlo, di una negazione dei contenuti della religione, ma di un’analisi, appunto la critica della ragione in se stessa e nelle capacità, facoltà, che essa possiede intorno ai vari problemi che l’uomo pone a se stesso.

L’opera che è all’apice della riflessione morale kantiana è la Critica della ragion pratica del 1788, che meglio dovrebbe intendersi, come ci ricorda lo stesso filosofo, come Critica della ragion pura pratica. In essa il pensatore analizza quale sia il fondamento stesso della regola dell’azione morale che la ragione aveva individuato come imperativo categorico. Si tratta dell’idea di libertà senza la quale lo stesso imperativo non ha fondamento, come senza principi metafisici non ha fondamento la conoscenza che per la sua unità pone le tre idee (anima, mondo e Dio) come la possibilità dell’unificazione del pensare e del conoscere stessi.

 

La via della ricerca della regola formale dell’azione morale impegna Kant nel Fondamento della metafisica dei costumi (tr. it. E. Carrara, Introduzione e note di V. Delbos, Firenze, La Nuova Italia, 1973 rist.) In essa il filosofo esplora la “fonte dei principi pratici, che sono a priori nella nostra ragione”. Ciò perché spesso la moralità è esposta ad ogni specie di corruzione, perché le manca un filo conduttore, una regola suprema che permetta di apprezzare proprio la dimensione morale. Non si tratta di operare a proprio arbitrio, anche se la sede decisionale è proprio l’Io, ma quest’Io non è l’Io di cui parla la psicologia moderna, ma è l’Io razionale che, quando riflette in ambito morale, individua dapprima nella “buona volontà” il motore dell’azione e che ogni azione è compiuta per il rispetto di un dovere che “ viene determinato secondo la volontà nella seguente proporzione: io devo sempre condurmi in modo che io possa anche volere che la mia massima divenga legge universale.” Si compie così il primo passaggio dalla conoscenza razionale comune della moralità alla conoscenza filosofica. Ma l’itinerario è costituito da due altri passaggi. Il Secondo è costituito da quello che “dalla filosofia morale popolare giunge alla metafisica dei costumi, la quale fonda il concetto del dovere a priori” La ragione deve uscire dal condizionamento della volontà “per rappresentarsi un principio oggettivo che sia costrittivo della volontà stessa” Questo principio formale a priori è l’imperativo. Il dovere non è più identificato nella volontà buona, ma è considerato come principio puro (senza l’esperienza morale che lo possa condizionare) e si svolge in due ambiti, quello ipotetico e quello categorico e in tre forme.

L’imperativo ipotetico, in relazione alle categorie della modalità “ esprime soltanto che l’azione è buona in vista di qualche scopo possibile o reale. Nel primo caso esso è un principio problematicamente pratico (potrebbe essere solo possibile); nel secondo è un principio assertoriamente pratico ossia convalida un’azione di fatto, senza stabilirne la necessità. Infine solo l’imperativo categorico è apoditticamente necessario, ossia contiene la necessità, per la massima possibile della mia azione di conformarsi alla legge morale. Esso non esibisce un fine per il quale debbo agire, ma esprime le necessità di agire moralmente in quanto azione morale. E’ il dovere per il dovere che per quanto indichi costruzione è l’unico autenticamente morale. Afferma Kant nell’opera citata: “ Non c’è dunque che l’imperativo categorico, ed è il seguente: “Agisci unicamente in modo che la massima che tu vuoi volere ad un tempo che divenga legge universale”. Che potrebbe essere enunciato nel seguente modo: “ Agisci come se la massima della tua azione dovesse essere eretta da norma della volontà a Legge universale della natura.” (ivi,pp.72-75)

L’imperativo categorico è quella regola formale che indica quale debba essere il raziocinio intorno alla possibile azione che intendo compiere, non è una valutazione di azioni compiute, ché, allora, non sarebbe a priori, e nemmeno l’indicazione di quali azioni siano morali rispetto ad altre. In ogni possibile azione, se questa è qualificabile come morale, ossia conforme al dovere che sia “massima” tra le possibili azioni e che ostensivamente possa avere la qualifica di “legge universale della natura”.

E una legge formale perché non prevede a priori il contenuto, ma obbliga – dovere – la ragione a considerare ogni possibile azione che il soggetto compie dal punto di vista morale e ciò senza obbligazioni esterne di altri uomini o divinità. L’uomo e la sua ragione, che è la sua autentica coscienza che non opera “meccanicamente” eseguendo quanto richiesto, ma riflette se ciò che compie possa apoditticamente essere valido per ogni uomo. Non si tratta di individuare una generalità di validità di quanto si compie, ma della sua universalità. Soprattutto l’azione morale non è un compromesso tra due azioni estreme, come lo è l’aristotelico “giusto mezzo”, ossia tra la viltà e la temerarietà, il coraggio è la virtù, ma il riconoscimento pieno del valore morale assoluto della nostra azione. Pertanto l’imperativo categorico è incondizionato e deve valere “per tutti gli esseri ragionevoli (i soli ai quali si può assolutamente applicare l’imperativo) ”, e soltanto a questo titolo esso è anche una legge per ogni volontà umana. Esso non dipende dalle disposizioni naturali dell’umanità, è atto razionale che evidenzia come l’ esiste come fine in sé e non semplicemente come mezzo, che possa essere utilizzato ad arbitrio di una volontà qualsiasi. Infatti l’imperativo pratico sarà il seguente: “ Agisci in modo da trattare l’umanità tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre e ad un tempo come fine, e mai semplicemente come mezzo.”perché “ il dovere meritorio verso gli altri, il fine naturale, che hanno tutti gli uomini è la loro felicità.” In questo la volontà è autonoma , ma retta dalla ragione, dirige verso un regno dei fini ossia una riunione di diversi esseri ragionevoli sotto leggi comuni, che, seguiti, determinano la moralità dell’insieme umano che ha una dignità che “ è superiore ad ogni prezzo”.

Così l’azione morale, retta dalla determinazione dell’imperativo, ha:

  1. Una forma, ossia l’essere universale

  2. Una materia, ossia un fine

  3. Una determinazione completa, ogni massima deve concorrere al regno dei fini

Che cosa regge questa possibilità: un’idea, quella di libertà della volontà, in altre parole l’essere ragionevole non può non pensarsi libero nell’azione, è questa una proprietà della volontà che non dipende dalle esperienze ma dalla sua stessa natura, la quale assume, “il concetto di un mondo intelligibile” come punto di vista con il quale concepire se stessa come morale. Ora, prosegue Kant” la libertà è una semplice idea, la cui realtà oggettiva non può in nessun modo essere posta in risalto secondo leggi della natura, e quindi nessuna esperienza possibile, la quale, di conseguenza, per ciò stesso che non può mai avere a base un esempio secondo una qualche analogia, non può mai essere compresa e nemmeno soltanto intuita. Essa vale soltanto come necessario presupposto della ragione in un essere che credi di aver coscienza di una volontà, ossia d’una facoltà ben differenza dalla mera facoltà di desiderare (voglio dire d’una facoltà di determinarsi ad agire come intelligenza, e quindi secondo leggi della ragione, indipendentemente dagli istinti naturali). Orbene, la dove cessa una determinazione secondo leggi naturali, cessa anche ogni spiegazione , e non rimane altra che tenersi sulla difensiva, che respingere cioè le obiezioni di coloro che pretendono d’avere veduto più profondamente nell’essenza delle cose e che, perciò,m dichiarano arditamente impossibile la libertà.”(ivi, pp.142-43). Costoro finiscono con l’affermare che l’uomo è solo un fenomeno della natura, incapace di essere anche causa di se stesso e gli sottraggono la volontà, quindi la libertà. Non si tratta di affermare che l’uomo compie quello che vuole, ma che l’uomo compie ciò che vuole perché sorretto da una ragione che sa individuare i fini delle proprie azioni. Coloro che operano secondo istinti o volontà cieca sono coloro che non hanno determinazione razionale, sono coloro che guardano il cielo e vedono solo le stelle, come fanno tutti coloro che posseggono occhi adatti allo scopo. Non escono dalla determinazione naturale perché di fatto si ritengono incapaci di coscienza e quindi di autentica volontà morale. Kant li denuncia fin dalla giovinezza in Storia universale della natura e teoria del cielo (tr. it. di S. Velotti, a cura di G. Scarpelli, Roma. Napoli, 1987, pp.173.174): “ Se tra le creatura pensanti del nostro pianeta vi sono degli esseri abietti, che nonostante il grande fascino di un argomento così importante preferiscono rimanere attaccati alla schiavitù delle cose vane, allora la Terra, per aver generato creature così miserabili, ci appare all’improvviso come un luogo molto infelice. Ma, viceversa, come ci appare felice, quando vediamo aprirsi in essa la sola via degna d’essere percorsa, quella che conduce alla suprema felicità dell’anima, che nessun corpo celeste, anche quello dotato delle condizioni più eccellenti e vantaggiose, potrà mai offrire.”

Orizzonti (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 La morale porta alla felicità perché essa non è una condizione naturale, ma ciò cui aspira la ragione che si pensa libera. Proprio il ritenersi libera pone la necessità di una critica della ragion pratica, ovvero un’analisi che, stante la possibilità dimostrata dal fatto che la libertà è una realtà, che si manifesta con la legge morale, anzi ne è condizione (Critica della ragion pratica, , tr. it. F. Capra, rev. E. Garin, Bari, Laterza, 1970, rist.,p.2).

Così la necessità di analizzare “l’unica fra tutte le idee della ragione speculativa di cui noi consociamo a priori la possibilità senza tuttavia percepirla, perché essa è la condizione della legge morale che noi consociamo” (ivi, p,2). Si tratta di liberare dal condizionamento empirico, che dispoticamente talora costringe l’uomo che vi si piega, la ragione e analizzare la condizione stessa che mediante la riflessione razionale porta a pensare, seppur mai a dimostrare come per la conoscenza dei fenomeni, che la legge della causalità per la libertà porta l’uomo alla felicità. Ciò nella consapevolezza che la scienza” è la porta stretta che conduce alla dottrina della saggezza” (ivi, p.203) che sa della propria felicità quando unisce in un tutto la complessa realtà dell’uomo. La Critica della ragion pratica, in analogia con quella pura, proporrà un’analisi (analitica e dialettica) che condurrà ad avere consapevolezza della libertà come condizione della moralità- In questo la ragione/ coscienza dell’uomo si apre ad un nuovo mondo, quello che vede l’uomo protagonista della propria libertà, non perché gli viene data da altro, lo Stato come per i rivoluzionari francesi, ma perché egli è libero, ossia non legato che dalla propria ragione che indaga sulla moralità e comprende che questa è la via della sua felicità che è tale quando congiunge in un tutto quanto egli è capace di pensare e conoscere.

 

Appendice: esemplificazione dell’imperativo categorico

viva la vita (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

Fondamento della metafisica dei costumi (op. cit. pp.73-76), due dei tre esempi formulati da Kant.

“ Un uomo, afflitto da una serie di mali che hanno finito per ridurlo alla disperazione, prova disgusto per la vita,pur rimanendo abbastanza padrone della sua ragione per potersi chiedere se non sarebbe una violazione d al dovere verso se stesso, il togliersi la vita. Ciò che egli indaga allora, si è se la massima della sua azione possa mai diventare una legge universale della natura. Ed ecco la sua massima: per amore di me stesso erigo a principio d’accorciare la mia vita, se col prolungarla ho più mali a temere che soddisfazioni a sperare. Il problema è dunque soltanto di sapere, se codesto principio dell’amore di sé possa diventare una legge universale della natura. Ma si vede subito allora, che una natura, la cui legge fosse di distruggere la vita stessa, proprio in forza di quel sentimento che è destinato a promuoverla, sarebbe in contraddizione con se stessa, e quindi non sussisterebbe come natura; sicché questa massima non può dunque trovar posto come legge universale della natura e per conseguenza è contraria al principio supremo di ogni dovere

 

Una riflessione morale che fornisce all’uomo il significato del suo fine e non lo pone nella condizione di azioni contraria alla sua stessa natura. L’eutanasia non è una realtà né della natura né della ragione, risponde a volontà che non percepiscono nemmeno il significato più completo della persona umana. Può essere comprensibile gesto di eutanasia? Certo l’uomo può comprenderlo, ma altro è giustificarlo moralmente.

vicolo dell-onesta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)



Lo stesso si dica per il secondo esempio che ci propone Kant, ricordandoci proprio della vita quotidiana.

 

Un uomo “ si vede costretto dal bisogno a prendere in prestito del denaro. Egli sa bene che non potrà restituirlo, ma s’avvede altresì che non gliene sarà prestato affatto se non s’impegna formalmente a restituirlo ad una tempo determinato. Egli desidera fare questa promessa; ma ha ancor abbastanza coscienza per domandarsi: non è proibito, non è contrario al dovere di trarsi d’impaccio in codesto modo? Supposto ch’egli prenda tuttavia questo partito, la massima della sua azione s’esprimerebbe così: quando credo di essere a costoro di denaro, ne prendo a prestito e prometto di renderlo,s ebbene sappia che non manterrò mai tale promessa. Ora, è certamente possibile che questo principio dell’amore di sé o dell’utilità personale, si concilii con l’intero mio benessere futuro; ma pel momento il problema è di sapere se ciò è giusto. Io converto adunque l’esigenza dell’amore di sé in una legge universale ed imposto così il problema: Che accadrebbe se la mia massima diventasse una legge universale? Scorgo immediatamente, ch’essa non potrebbe mai valere come legge universale della natura ed esser d ‘accordo con se stessa, ma che dovrebbe necessariamente contraddirsi. Difatti ammettere come legge universale, che ogni uomo, il quale creda d’essere in necessità, possa promettere quel che gli pare, con l’intenzione di non mantenerlo, sarebbe rendere impossibile la stessa promessa e lo scopo che con questa si vuole ottenere; ché allora nessuno crederebbe a ciò che gli si promette ed ognuno guarderebbe di simili dichiarazioni, come di vane funzioni.”





 

 



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