NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
google
  • Newsletter Iscriviti!
 
 

PASSAGGIO A NORDEST

I ricordi di Giuseppe Bonato diventano un libro e corrono sul filo delle imprese del Lanerossi Vicenza tra il 1953 e il 1989

di Alessandro Scandale

facebookStampa la pagina invia la pagina

"Galoppando a più non posso, in uno sfogo quasi rabbioso e con tutta la forza dirompente che avevo, giunto davanti alla porta avversaria, calciai il pallone in fondo alla rete tra l’entusiasmo dei miei compagni di squadra che non capivano l’esplodere di tutta quella grinta in una banale partita d’allenamento". E' una delle frasi che impreziosiscono il libro Passaggio a Nord-Est del thienese Giuseppe (Joe) Bonato, che narra in trenta brevi racconti i suoi ricordi di provincia dal 1953 al 1989, al tempo del Lanerossi Vicenza. E che parla di calcio, ma non solo. O forse dovremmo dire che il calcio è solo un pretesto preso a prestito dallo sport per raccontare qualcosa di più profondo e vero. I ricordi. E siccome i ricordi sono ciò che ci lega alla nostra identità, ecco affiorare il senso del tempo. Quello che Bonato ci racconta lo potremmo definire un tempo dilatato di cui tutti abbiamo avuto la ha percezione nell'età della gioventù - come nota nella prefazione Maurizio Boschiero - . E' questo il tempo che i greci chiamavano Kairos, il tempo significativo. Il tempo che raccchiude il senso di un evento importante e speciale della nostra vita. Un tempo che può anche essere brevissimo, ma che si fissa indelebilmente nella nostra memoria. I filosofi greci usavano due termini diversi per definire il tempo: uno era Kairos, l'altro era Kronos, il tempo che scorre veloce, giorno dopo giorno. Spesso sempre uguale e quasi mai memorabile. Non a caso, nella nostra lingua la radice Kronos è rimasta per definire il tempo dell'orologio, quello lineare, una successione di momenti dal passato al presente e al futuro. E' il tempo che noi moderni, soprattutto in Occidente, usiamo e definiamo in maniera quasi sempre ossessiva.


Sono nato nel 1953, anno in cui Ray Bradbury pubblicò il romanzo Fahrenheit 451 - scrive l'autore in seconda di copertina - . Come tutti i ragazzi della mia generazione davo per scontato il momento di benessere che attraversava la provincia berica nell’Italia in cui crescevo. Stiamo parlando del periodo passato alla Storia come l’epopea del miracolo economico. Sentire parlare oggi dei favolosi anni Sessanta suscita nei figli e nipoti, immersi in questa precaria società dei consumi, un malcelato senso d’invidia. Quel periodo di prosperità, invece, nasceva dalle ceneri di un Paese distrutto dalla guerra e di fatto tornato all’anno zero. Per i sopravvissuti al conflitto c’era la vita da recuperare e un’Italia da ricostruire. La prospettiva logica non poteva che essere quella della rinascita con la crescita, nell’aspettativa di dare un futuro migliore ai propri figli; ragazzi imberbi di belle speranze che affrontavano un mondo contraddittorio e in continuo mutamento. Ecco che in realtà, come molti miei coetanei che contestavano le iniquità di una società ancora bigotta e conservatrice, mentre manifestavo nei cortei studenteschi contro la guerra del Vietnam, andavo anche a portare la buona novella cantando la Stella per raccogliere i fondi destinati all’oratorio per costruire il campo da basket. Si trattava di un campo da pallacanestro per la squadra femminile da affiancare a quello di calcio già realizzato dal cappellano Don Graziano e terminato dal successore Don Lino con l’aiuto di tanti genitori di buona volontà del nuovo quartiere in via di espansione. Solo a posteriori questo contesto socio-economico, per chi lo ha vissuto senza particolari patemi d’animo, risalta ancora oggi come il paradiso perduto di un singolare passaggio a Nord-Est.


In una delle due prefazioni al libro, quella a firma di Maurizio Boschiero - Passaggio a Thiene - si legge che Thiene, da bambino, per me, voleva dire Natale, significava il viaggio e il sogno di andare oltre i confini del mio paese, Chiuppano. Mi sembrava un posto lontano e mitico, pieno di belle botteghe, di merci ben esposte, di buoni dolci che inducevano al peccato di gola, di libri colorati e misteriosi, di case eleganti senza orti e “punari”, di strade ordinate e larghe, di giardini ben curati e discreti. I profumi nell’aria erano gradevoli, sapevano di cose buone, di pane e di caffè. Un inverno, verso i primi di dicembre, mia madre mi portò in bicicletta a comprare delle statuine. Erano piccoli pezzi in gesso per il povero presepe di casa. Le conservo ancora in un angolo del “granaro”, incartate con cura e attenzione. Le tiro fuori verso le feste per deporle in mezzo ad altre sul piccolo allestimento natalizio. Mi pare di ritrovare, per un attimo, i giorni belli della mia infanzia. Non ho mai dimenticato quel freddo sul viso e quelle luci che mi riempivano gli occhi. E quella cioccolata dolce di Signorini che non ha mai avuto uguali. Ero un bambino e tutto mi sembrava grande e meraviglioso di quel paese. Poi vennero gli anni della scuola, quelli dopo le medie, e gli incontri con nuovi compagni e amici. Specialmente di Thiene. Erano gli anni ’70. Abbiamo condiviso sogni e canzoni, libri e avventure. Nell’aria profumo di fiori e la brezza calda della libertà che ci scompigliava i capelli e i giorni che sembravano infiniti. Dovevamo cambiare il mondo, arrivare lontano con il viaggio che a quei tempi era sempre in autostop. Capelli lunghi, barbe, minigonne, Guccini, De Andrè, Le Orme, Il Banco, La PFM e un nugolo di artisti erano le nostre divise e i nostri compagni di viaggio. Bastava poco per sognare, una chitarra, una ragazza e un bacio, qualche spinello, un tuffo nell’Astico, un fuoco sulla riva del fiume. Di questo è restato poco, qualche amico ormai coi capelli bianchi, qualche canzone che di tanto in tanto riascoltiamo, qualche ricordo.


Un giorno venni a conoscere Giuseppe Bonato. I nostri discorsi andavano a quegli anni della giovinezza che avevamo vissuto in paesi diversi, tanti racconti e storie che man mano riempivano le nostre serate e che scaldavano l’anima come un buon bicchiere. Scoprivo piano piano che quel ragazzo di Thiene della mia età aveva più o meno vissuto le mie storie di paese. Ma quando ho letto quelle storie, quel palpitare del cuore in un’azione, quel sogno del gol come metafora della vita ho capito che quel gioco era una disciplina che serviva a diventare grandi. Un libro che mi ha fatto pensare, anzi ripensare anche alla mia vita. Ogni racconto è introdotto da un verso di una canzone di Guccini, quasi una colonna sonora. Non manca la poesia, frasi folgoranti che mi si sono conficcate dentro, come "e osservo la casa dei nonni sparire dietro un sospiro sul vetro appannato". Questa è una frase di un racconto di Beppe che da sola vale una poesia. La sua è una Thiene ormai perduta, ma non dimenticata, quando ancora i campi confinavano con i quartieri e il diluvio di cemento che ha poi flagellato i paesi era ancora lontano. Ne giova la nostra generazione che ritrova i passi perduti sull’erba dei campi, gli eskimos, le buone cose di quel tempo. Lo possono apprezzare anche i giovani, della generazione del computer, che, come attraverso una carta velina possono intravedere la vita dei loro padri. La loro non è erba bagnata e i loro passi quasi non conoscono la terra e il fango. Il giorno non è con l’alba che comincia e col sole che sorge, ma dietro un clik del computer, che riempie gli occhi ma lascia vuota la vita.


Il libro verrà presentato il 25 luglio alle 17 alla Scaletta 62 in contrà Porta S. Lucia a Vicenza. Nell'attesa, abbiamo incontrato l'autore a Thiene.


Perchè ha scelto il titolo Passaggio a Nordest?

"Il titolo è quello del racconto conclusivo e che ben rappresenta la linea di confine con un’altra epoca. Il treno che sferragliando transita su quel passaggio a livello a Nord-Est di Vicenza allontanandosi dalla casa natia, è un’immagine che evoca in me il ricordo di una società vicentina perduta costruita sulle tradizioni, sul lavoro dei campi e sull’industria tessile Lanerossi; società che aveva un radicamento e uno sviluppo compatibile con il territorio. In cinquant’anni di storia questa società è stata stravolta sia dal punto di vista geologico sia da quello spirituale: in tutti i sensi. Il titolo è la metafora della giovinezza e delle mie radici. Ma ognuno dei ragazzi gioiosi di quell’epoca ha il proprio passaggio da narrare ".


Dunque, calcio ma non solo. A ben vedere il filo che lega l'intera trama sono i ricordi...


"Il calcio è stato una scuola di vita per la mia giovinezza, forse più della scuola istituzionale stessa; di sicuro è il filo conduttore della mia generazione. I trenta racconti narrati nascono essenzialmente dai ricordi. Ricordi giovanili, forse neppure i migliori, di sicuro quelli più ricorrenti e che andavo a sognare spesso per paura di perdere. L’esempio è nel primo racconto, “L’esordio”, dove il gol descritto lo andavo a rivedere riaprendo la scheda di memoria ogni altra sera. La vita poi è piena di altri file da inserire nel nostro contenitore che riempiamo continuamente. Ecco perché quando la memoria comincia a diventare insufficiente forse è giunto il momento di espanderla con un hard disk esterno. Il libro, appunto, è una memoria aggiuntiva. Dopo aver messo lo strepitoso gol per iscritto mi è sparita anche quella sorta di ansia che avevo: oggi posso andare a rileggerlo quando voglio.


Da quegli anni ad oggi i tempi sono cambiati radicalmente - non solo nel calcio - : cosa in meglio e cosa in peggio secondo lei?


"Da seniores affermiamo spesso che era meglio ai nostri tempi. Ma quando eravamo teenager come la pensavamo? A quel tempo eravamo ottimisti inconsapevoli anche se la droga circolava e gli attentati terroristici erano all’ordine del giorno, come del resto i sequestri di persona a scopo di riscatto e rapine. Ma parliamo di calcio! Non ci sono più i giocatori bandiera: quelli che sposavano la maglia. Non si riesce a memorizzare né i nomi né le facce dei giocatori . Oggi dove gioca Ibrahimovic? Troppe partite: anticipi, posticipi, coppe e tornei che non si capisce più niente. Io ho avuto la fortuna di vivere i tempi gloriosi del Lanerossi. I giovani d’oggi ricorderanno questo Vicenza di serie B, sperando che dopo il lungo letargo gli antichi fasti tornino; sarebbe bello per loro stropicciarsi gli occhi e risvegliarsi in serie A. Cos’è cambiato in meglio e cosa in peggio rispetto a quegli anni 60/70? In confronto al passato credo sia aumentato il benessere economico, ma purtroppo a discapito della qualità della vita. Le note peggiori arrivano dai rapporti umani più freddi e individualisti, dall’inurbamento del territorio con il conseguente abbandono delle campagne. Oramai la cementificazione ha raggiunto livelli di guardia anche nella nostra provincia. La locomotiva d’Italia si è fermata con la crisi giunta da oltre oceano: le fabbriche chiudono così restano i capannoni e i condomini come cattedrali nel deserto e migliaia di disoccupati. Tempi duri! Ciò nonostante crediamo ancora di essere uomini liberi".


Qual è per lei il valore più grande che quel periodo ci ha lasciato in eredità?


"Ho pensato e ripensato molto a questa domanda. Patriottismo, sentimento religioso, etica, sobrietà, risparmio, responsabilità, giustizia, lavoro, ambiente? Ma! Molti valori di un tempo sono stati soppiantati, altri sono stati vanificati: basterebbe leggere gli articoli della nostra Costituzione per rendersene conto. Ecco perché sono arrivato a ravvisare che l’unico grande valore che quel periodo ci ha lasciato in eredità è il valore della famiglia. Oggi come allora la famiglia è rimasto il nucleo principale della società. La famiglia rappresenta ancor più oggi il vero ammortizzatore sociale e l’ancora di salvezza di questa precaria civiltà dei consumi liberamente globalizzata. Essa è il bene rifugio degli affetti e della speranza nel futuro; il bene trasmesso ai nostri ai nostri figli".


Dopo l'esordio letterario ha già in cantiere un secondo libro?


"Da alcuni anni ho in mente di scrivere una vicenda dimenticata, anzi sconosciuta. E’ una storia vera che mi ha coinvolto emotivamente tra il 1994 e il 1999. Si tratta di una sorta di romanzo storico che nasce dal ritrovamento fortuito di due quaderni con una trentina di cronache scritte da una ragazzina. Sono racconti nei quali ci si immerge in un’altra epoca e che potrebbero essere la sceneggiatura per un film. In sostanza, episodi che sono il filo conduttore di un appassionante “passaggio a Nord-Est” che si dipana in piena seconda guerra mondiale".


Bonato è un perito metallurgico e vive a Thiene. Con l’avvento del boom economico suo cugino Marco gli donò un noto romanzo di Verne. Fu così che si appassionò alla lettura. Da qualche anno si è un po’ stancato di leggere sempre le storie degli altri e perciò ha cominciato a scrivere le proprie. Predilige racconti brevi che nascono dai ricordi di gioventù, anche se non disdegna l’opinionismo d’attualità. É interessato alla storia in generale, quella locale in particolare, alle tradizioni, al territorio e alla natura. Gli piace l’ironia bonaria, la letteratura varia, Francesco Guccini come cantautore e il calcio di una volta: quello di Rivera. In poco più di un lustro ha pubblicato una ventina di racconti dei lettori per Il Giornale di Vicenza, un tris di pezzi storici per la rivista annuale Schio Numero Unico e un poker di articoli giornalistici per il mensile Thiene News. E' redattore fisso per Inveneto magazine, trimestrale di cultura e promozione del territorio. Questa è la sua opera prima.



Come installare l'app
nel tuo smartphone
o tablet

Guarda il video per
Android    Apple® IOS®
- P.I. 01261960247
Engineered SITEngine by Telemar