NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Ricordando Zara: Marco Perlini, Non ho più patria

di Italo Francesco Baldo

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Ricordando Zara: Marco Perlini, Non ho più patria

Piero Tony presenta la riedizione del testo Non ho più patria (Editrice Veneta) di Marco Perlini e la sua figura che “è mito, uno straordinario esempio di generosità culturale, saggezza, sagacia, ed arguzia tutte concentrate in un impetuoso carattere tipicamente dalmatico. Una leggenda per il temperamento fiero ed intransigente, il carattere mordace ed indipendente, la curiosità incessante per ogni aspetto dello scibile, l’irrequieta ed inesauribile facondia. Tutti i suoi numerosi scritti lo testimoniano mirabilmente, ” non ho più patria” ancor più perché il libro è diario tragico, attenta ed immediata trasfusione di quanto, come in un vulcano, ora su ora gli ribolliva nel cuore e nella mente al cospetto di un’epoca, del suo mondo, avviati inesorabilmente verso la fine. Opera che con evidenza rappresenta una rara congiuntura – fortunata per i lettori – di sconfinata cultura, finissima sensibilità e traboccante affettività. Il risultato è un incalzante susseguirsi, attraverso quei giorni degli anni 1943,1944 e 1945, non solo di cronache quotidiane della vita familiare e d’eventi che sarebbero poi entrati nella storia e di disperati consuntivi sul corso degli ultimi tempi ma, anche e soprattutto, d’ineguagliabili aforismi, d’intuizioni spesso rivelatesi profetiche, di riflessioni gonfie di sconforto e delusione”.

Siamo nel 1943, le sorti della guerra cui l’Italia partecipava, volgono al peggio. Nel giro di due mesi, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, il Fascismo e il suo capo debbono abbandonare lo Stato Italiano, ne costruiranno un altro, la Repubblica Sociale Italiana, ma la fine della prospettiva politica è ormai certa. Ci sono però gli Italiani nella penisola, ma anche a Zara, che sarà bombardata e i cui abitanti che dai trattati successivi alla Prima guerra mondiale, sono diventati cittadini di una provincia italiana, dopo tanti secoli e aspirazioni, sono costretti con la forza bruta a lasciare le loro case. Così accade per Marco Perlini e la sua famiglia, insieme a tante altre, ma con tanti altri che non riusciranno nemmeno ad essere profughi, la vendetta, la pulizia etnica, l’odio verso il fascismo si abbatterà su di loro e “spariranno”, fucilati nei boschi, nelle foibe o semplicemente abbandonati al corso delle onde di quel mare Adriatico di cui Zara fu una delle città dominatrici.

“Ogni italiano ha ormai una propria tragedia – tra il luglio e il novembre 1943 – moltiplichiamola per 45.000.000 ed avremo appena un’idea approssimativa, perché semplicemente matematica, della tragedia della patria; e se è vero che basta vivere per vedere ogni cosa ed il contrario di ogni cosa, gli italiani dovrebbero suicidarsi in massa”. Infatti, prosegue Perlini all’inizio del suo scrivere: “ Come vivere se non posso più affermar nulla? Non so più rispondere a mia figlia se una cosa è buona o cattiva…”

Questa la domanda cruciale, quella che dovremo porci in ogni istante della vita e non solo nei momenti più tragici di essa. Perché solo c sapendo coniugare verità e bene possiamo avere giustizia- Questa la risposta che rintracciamo in tutto lo svolgersi del racconto delle vicende di marco Perlini e della sua famiglia che abbandonano Zara. Quella Zara che un anonimo così celebra:

 

Zara

Soto un bel ciel di rose

Da far inamorar,

Come bianche spose

Sta Zara in mezo al mar.

 

Con le sue due marine,

Col vecio suo leon,

Con le sue sartine

La par un bel bombon.

 

Tuto xe a Zara belo,

Tuto xe grazia e amor,

La tera, el mar, el cielo,

Ma specialmente el cor.

 

(Anonimo)

 

Ricordando la propria città, Perlini ricorda ai suoi familiari e a noi tutti che !Vi sono a questo mondo due idee superiori a tutte le altre: quella del perdono e l’idea di Giustizia-“ La prima era nella consapevolezza della verità, la seconda nell’orizzonte del vivere insieme a tutte le altre persone. Queste “idee” non sono il frutto della storia, ma dell’autentica natura dell’uomo, senza le quali non esiste quei valori che ci fanno vivere insieme e tra le due quella del perdono è l’idea superiore. Dimenticarle, trascurarle, vilipenderle produce il male in noi e negli altri. In realtà che cosa fu la seconda guerra mondiale se non la negazione delle idee fondamentali dell’umanità e dell’umanità cristiana? Ben diceva Erasmo da Rotterdam, se il nemico di invade, d ti distrugge non è solo l’affermazione della sua forza, ma anche della tua incapacità d’essere coeso, forte e saldo nelle idee fondamentali.

In questo racconto emerge prepotente la riflessione sui fondamenti dell’uomo. Non si tratta, infatti, di una descrizione della vita di una famiglia profuga da Zara, un rimpianto che vuole suscitare commozione e magari una lacrima, ma un “diario dell’anima e della ragione” di fronte allo scempio che gli uomini, non importa di che fazione, perpetrano ad altri uomini in nome di una visione parziale – come lo è il totalitarismo – della vita degli uomini. Proprio questa visione, tanto dominatrice nel secolo scorso e della quale, purtroppo, sopravvivono nostalgici, che mal celano quella che ormai è solo la loro psicoideologia, ha reso l’uomo “solo” senza patria, senza amici e con l’interrogativo sempre costante: che cosa è l’uomo? Eppure la condizione stessa dell’uomo dovrebbe insegnarci che il vivere insieme deve essere fondato sull’amicizia, che non è solo un sentimento di vicinanza, ma è la modalità delle relazioni. Una società dove prevalga il programma politico, dove l’interesse economico è superiore ad ogni altro valore, ossia misura della vita, allora si produce quella sterilità nei rapporti che lascia ogni individuo come un singolo di fronte al mondo. La Patria è ben diversa dalla nazione, che invece esprime fichtianamente l’appartenenza a determinati principi.

La patria è il senso stesso del mio esistere, la mia identità, non contro altri, ma perché mi specifica e mi rimanda alla patria dell’umanità, quella delle idee fondamentali.

Ricordando Zara: Marco Perlini, Non ho più patria (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Una tristezza avvolge Marco Perlini: “ La patria non mi potrà essere che un ricordo come la giovinezza. Nessuno è così potente da ridarmela. Solo alcune umili cose possono tanto” Eco che la nostalgia si risolve in tristizia, quel sentimento che ci lega al passato importante che, sappiamo non ritornerà, ma nelle piccole cose lo ricorda.

Sorge per Marco Perlini la Heimweh ossia la nostalgia della propria origine, sapendo di non poterla più rivedere. Esule nella patria perché non può rivedere il luogo della giovinezza dei primi sentimenti e pensieri.

Ricordando Zara: Marco Perlini, Non ho più patria (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Zara Addio è riflettuto nella Postafazione al racconto, perché mai più Marco Perlini potè rivedere la sua città e visse come può vivere chi è consapevole che non potrà più rivederla. A noi prescrisse l’insipienza degli uomini il duro abbandono della patria: “Troverò lavoro? Troverò una casa? Troverò un amico troverò la patria?” ecco le ultime domande di Marco Perlini, perché ciò che è fondamentale sempre si ripresenta all’uomo e a questo deve dare risposta. Ciò come esule, come profugo, come uomo semplicemente.

Tornano sempre alla fine le amare parole di Perlini: “Amavo tanto la mia città – Zara – com’era e non sarà mai più”. Questa città non è solo Zara, è il nostro mondo…a meno che… con umanità riprendiamo il vero cammino del bene.

 

nr. 22 anno XX del 6 giugno 2015

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