NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte

III parte

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte

Introduzione

Quale il fine dell’uomo? A questa domanda, insieme con quella dell’origine, cerca risposta tutta la filosofia ed in particolare quella parte che si occupa della morale. La prospettiva teleologica investe proprio l’essenza stessa dell’uomo, perché egli non è riducibile, nonostante qualche intellettuale la opini diversamente, ad un solo complesso di reazioni bio-chimiche. Aristotele ha chiarito fin dal IV secolo prima di Cristo, che nell’uomo esiste certo la componente biologica, comune con le piante e gli animali e con quest’ultimi anche una di reazioni sensibili, ma l’uomo non si esaurisce in esse, ha un’anima intelligente, ossia capace di chiedersi il come, il perché e appunto il fine delle cose e di se stesso. Le piante e gli animali “si accontentano” di quanto rintracciano nel territorio naturale nel quale vivono e, quando non consumano direttamente quello che trovano, lo elaborano in forme costanti, come il miele. Solo l’uomo ha una natura che potremo dire “indefinita” in quanto le ricerche non hanno certo ancora esaurito chi egli sia, quale sia la sua più completa definizione. Infatti, riferirsi all’uomo come “animale” o “animale sociale” o “è ciò che mangia” se lo fanno intendere in alcuni aspetti, non possono però comprendere nella sua totalità. Non a caso il relativismo moderno è frutto di un riduzionismo, ovvero la considerazione di solo un aspetto dell’uomo, che viene elevato ad assoluto, a totalità stessa dell’uomo. Da ciò ha avuto origine il totalitarismo a partire dalla Rivoluzione francese e in particolare dal comunismo di K. Marx e F. Engels e seguaci ed epigoni. (cfr. Riduzionismo il male della nostra epoca, “Giornale di Vicenza”, 59 (2005), n.252, p.16).

Né ha capacità di definire l’uomo la ricerca intorno a quanto ogni individuo, appartenente alla specie umana, stabilisce come proprio fine, in altre parole l’onore, il denaro, il sesso, la politica, ecc. Anche in questo non è chiarito che cosa sia l’uomo, poiché l’individuale non può dar luogo alla comprensione del tutto.

Che cosa sia l’uomo, richiedeva Kant nel periodo giovanile, il cosiddetto periodo pre-critico, “nessuno lo sa” nonostante tutte le ricerche compiute anche attraverso i sensi. L’uomo è più facilmente comprensibile se di lui indaghiamo i modi con i quali egli affronta la sua esistenza ovvero la sua tensione conoscitiva, morale e di speranza (cfr..Che cosa è l’uomo: la risposta kantiana, “La domenica di Vicenza” 20 (2015).n.15). Un’unità sistematica di ciò è il frutto dell’intelligenza e si estrinseca nella prassi, la quale non è il frutto rapsodico di esperienze, ma di coscienza di quanto la ragione pensa, conosce e pone come azione e fine. Alla capacità del pensare appartiene l’unità sistematica della natura secondo principi speculativi della ragione, che unisce “secondo leggi naturali universali e necessarie tutte le cose, poiché esse hanno la loro origine nell’assoluta necessità di un primo univo Ente”. È l’istanza metafisica, che non va confusa con le scienze come, ad esempio la matematica.(I. Kant, Critica della ragione pura, tr. it. G. Gentile, G. Lombardo-Radice, rev. V. Mathieu, Bari, Laterza, 1965, p.631). A quella del conoscere appartengono la matematica e la fisica e ogni scienza che sappia fondare i propri “primi principi metafisici”; all’azione, “tutto quello che è possibile per mezzo della libertà” (Ivi, p. 620) o come legge prammatica, quella della ricerca del motivo della felicità o quella morale ossia la legge dei costumi che “in quanto ce n’è una, che non ha altro motivo che la dignità di essere felice”. (Ivi, pp.624-625). Quest’ultima non è un eudemonismo (ricerca della felicità) nell’orizzonte umano, spesso confuso con il piacere sensibile, ma una prospettiva teleologica morale “conforme a tutte le leggi morali (come esso può essere secondo la libertà degli esseri ragionevoli, e deve essere secondo le leggi necessarie della moralità) (ivi, p.626).

Infine la speranza che è “insieme pratica e teoretica” Infatti “ Ogni speranza s’indirizza alla felicità, ed è, rispetto al pratico e alla legge morale, quello stesso che il sapere e la legge naturale rispetto alla conoscenza delle cose. Quella giunge alla conclusione che qualche fine è (ciò che costituisce l’ultimo fine possibile) poiché qualche cosa deve accadere; questo, che qualche cosa è (ciò che opera come causa suprema) poiché qualche cosa accade”. (ivi, p.624).

L’uomo nella ricerca di ciò si autorealizza, ovvero comprende seppur imperfettamente se stesso e pur nel desiderio costante di ottenere ”sicurezza” nella conoscenza di tutti i suoi aspetti, egli è consapevole che se non si può dimostrare tutto, tuttavia ciò che è autentico motore della sua intelligenza sono le idee, in altre parole pensieri che si lasciano porre, ma punto non dimostrare, ma senza i quali tutta la vita non sarebbe Altro che una rapsodia di esperienze, unite casualmente e destinate solo alla dimensione dell’attimo fuggente, dove la vita può piacere a se stessa, non la nobilita.

Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Solo quando lo spirito “che racchiude in sé la fonte della felicità, non cercherà più il proprio appagamento dissipandosi tra gli oggetti esteriori. Tutto l’insieme delle creature, che devono necessariamente trovarsi in armonia per il piacere dell’essere originario, arriveranno a goderne anche loro e in essa si placheranno come in una beatitudine eterna”. (I. Kant, Storia universale della natura e teoria del cielo, tr. it. di S. Velotti, a cura di G. Scarpelli, Roma. Napoli, 1987, pp.173.174)

Dal 1755 la riflessione kantiana indagherà su questa prospettiva e l'idea che sorregge proprio l’azione morale è la libertà; così “ Noi studieremo la libertà sotto l’unità finale conformemente a principi della ragione – sarà la Critica della ragione pratica – e crederemo di conformarci alla volontà divina solo in quanto terremo per santa la legge morale, che la ragione c’insegna – cfr. Fondamento della metafisica dei costumi – in base alla natura delle azioni stesse, e crederemo di servire a lui solo in quanto promuoveremo in noi e in altri il bene del mondo”. (I. Kant, Critica della ragione pura, op. cit. p.633).

Seguendo dunque “la prescrizione morale, massima per l’uomo “ io crederò immancabilmente nell’esistenza di Dio e in una vita futura, e son sicuro che niente può far scuotere questa fede, (Kant la chiama dottrinale) poiché così sarebbero rovesciati i miei stessi principi morali, ai quali io non posso rinunziare senza essere ai miei propri occhi degno di disprezzo”. (ivi, p.639).

Con chiarezza fin dalla Critica della ragion pura è posto il tema della libertà, perché “ l’uso pratico della ragione è connesso con gli elementi dell’uso teoretico” (Critica della ragion pratica, tr. it. F. Capra, rev. E. Garin, Bari, Laterza, 1970, rist., p.3) ed essa è condizione della legge morale, che “noi consociamo”, ossia quell’imperativo categorico che esprime una forma che richiede in ogni momento la riflessione sul contenuto ovvero che cosa intendiamo compiere.

Occorreva, secondo Kant, una critica della ragion pura pratica che in analogia alla critica della ragion pura, avesse come soggetto della propria indagine la libertà “noumeno (cosa in sé), ma, nello stesso tempo, rispetto alla natura, nella propria coscienza empirica fenomeno”(ivi, p.5).

Infatti, la libertà è un idea che appare a noi anche come sensibilità ovvero possibilità empirica d’azione. Per poterla pensare, seppur mai conoscere come fenomeno empirico, Kant si pone alla riflessione, cercandone i principi e anche la possibile dialetticità. Perché non è sufficiente indagare ed individuare i principi, bisogna che essi non siano contraddittori rispetto alla loro realtà e a ciò cui mettono capo.

Un’ampia critica otterrà nel pensiero quella chiarezza che, ammessa problematicamente, non si chiude nella prospettiva di un uso solo empirico della libertà ovvero sotto il suo aspetto psicologico e non razionale. La libertà intesa c solo come libera volontà psicologia può ben definirsi libertà negativa “ cioè con la libertà esercitata con il solo criterio della libertà, vale a dire con nessun criterio” se non quello, ben definito da Hegel che “la libertà del volere […] è determinata in sé e per sé, perché essa non è altro che l’autodeterminarsi” (cfr. D. Castellano, Razionalismo e diritti umani, Torino, G. Giappichelli, 2003, p.10 e nota 4). La libertà così intesa si pone solo nella dinamica della “scelta”, in altre parole tra equivalenti si decide quale soddisfa in quel momento la mia volontà, è cioè mio piacere. Da ciò ne deriva che un’esistenza il cui fine sia il piacere ci rende animali, perché degli animali è il piacere, in quanto è solo sensibile e frutto delle pulsioni, che non esprimono la libertà, ma il condizionamento dei sensi.

La libertà che segue dei criteri, razionalmente fondati, delibera ossia deduce (giustifica) secondo l’imperativo categorico quanto compie. Non a caso, Kant indica il Fondamento della metafisica dei costumi come supposto per l’analisi della libertà, in modo che il sapere criticamente cercato, sia la porta stretta “che conduce alla dottrina della saggezza, che è la consapevolezza del fine che ogni azione deve contenere in sé, immediatamente come imperativo e teleologicamente come riconoscimento che quanto si agisce sia conforme a quel regno dei fini cui l’anima immortale aspira che è detto “ideale del Sommo Bene” che è “l’idea di una tale intelligenza, in cui il volere moralmente più perfetto unito alla più alta beatitudine è causa d’ogni felicità del mondo, in quanto essa sta in esatto rapporto con la moralità, come merito di esser felice). La ragion pura, dunque non può trovare se non nell’ideale del Sommo Bene originario il fondamento della connessione praticamente necessaria dei due elementi del sommo bene derivato, di un mondo intelligibile, ossia morale”. (Critica della ragion pura, op. cit. pp. 627-28) dove la coscienza è capace di pensare i criteri stessi della propria libertà.

 

Critica della ragion pratica

Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Un’opera kantiana molto citata, ma non ben conosciuta, tanto che perfino nei manuali si afferma che in questa è contenuta la definizione dell’imperativo categorico, che, invece, è definito dal filosofo nel Fondamento della metafisica dei costumi; opera connessa, ma che ha u ben altro fine, quello di considerare la libertà, come idea e pensarla in analogia alla struttura con la quale, nella Critica della ragion pura, venne definito il processo conoscitivo: “ così la divisione di una critica della ragione pratica, nelle sue linee generali, dovrà essere stabilita conforme a quella della ragione speculativa. Noi dovremo dunque avere una dottrina degli elementi e una dottrina del metodo. Quella, essendo la prima parte, conterrà un’analitica come regola della verità, e una dialettica come esposizione e soluzione dell’apparenza nei giudizi della ragion pratica. Ma l’ordine della suddivisione dell’analitica sarà invece opposto di quello seguito nella Critica della ragion pura speculativa. Infatti, nella critica presente, cominciando dai principi, andremo ai concetti, e soltanto da questi, se sarà possibile, andremo ai sensi; mentre invece nella ragione speculativa cominciammo dai sensi (spazio e tempo) e dovemmo finire ai principi”. (Critica della ragion pratica, op. cit. p.16).

L’opera kantiana che prendiamo in esame analizza il concetto di libertà che la ragione pura, ossia priva dell’esperienza, pensa, Ciò perché l’azione morale non deve essere condizionata dalla dimensione empirica, ma causata per libertà che non è un concetto ricavato dalla dimensione empirica, quindi non ricavato dal corpo ossia dalla volontà che, oggi, chiamiamo psicologica.

I principi pratici di cui parla Kant “sono proposizioni che contengono una determinazione universale della volontà, la quale ha sotto si sé parecchie regole pratiche” (Critica della ragion pratica, op. cit. p.22), che non presuppongono “un oggetto” ossia un’azione da compiere o che desideriamo compiere. Infatti, queste azioni sono determinate dal sentimento di piacere o dispiacere, la ragione esige nella dimensione morale di essere “pura” ovvero non condizionata, perché l’azione deve essere prima compresa come possibile nella sua forma: l’imperativo categorico, e quindi considerata come universale determinante la volontà quando si pone nella possibilità pratica.. Infatti “una legge pratica, che io riconosca per tale, deve rendersi atta alla legislazione universale” (Critica della ragion pratica, op. cit. p. 33). Così la legge pratica e la libertà si corrispondono reciprocamente (cfr. Critica della ragion pratica, op.cit. p.36), tanto che senza la legge morale non si consoce la libertà e la libertà non può essere conosciuta senza legge morale. Una biunivocità che si esprime nella Legge fondamentale della ragion pura pratica: “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale”. (Critica della ragion pratica, op. cit., p.38). Questa è, come i postulati della geometria, ed esprime l’autonomia della ragione nella determinazione delle possibili azioni, come i postulati consentono la formulazione dei teoremi. Non è il “quadrato” a stabilire il postulato, ma viceversa; cosi non è un precetto pratica che stabilisce la legge morale, che è “forma” della possibilità dell’azione morale stessa, come i contenuti della ragion pura sono “forma” per l’esperienza scientifica possibile.

Kant nel proseguire ben stabilisce che mai i motivi determinanti pratici materiali soggettivi (Montagne, Mandeville, Epicuro, Hutchenson) possono definire la legge morale, ma neppure quelli oggettivi che si determinano in base alla finalità (Perfezione come gli Stoici e C. Wolff sulla scia di G. Leibnitz e della volontà di Dio, Crusius). Il principio della moralità retto dalla legge morale che procura al mondo dei sensi, come a una natura sensibile (per quanto riguarda gli esseri razionali) la forma di un mondo dell’intelletto (cfr. Critica della ragion pratica, op.cit. p. 54). Nella morale non si è sottoposti alla natura sensibile, condizionata empiricamente, ma è soprasensibile, ossia frutto della ragione che pensa se stessa come capace liberamente di determinarsi nelle azioni secondo una legge, appunto la legge – forma – morale. Che “ è data, per cos’ dire, come un fatto della ragion pura, del quale noi siamo consci a priori e che è apoditticamente certo, anche supposto che nell’esperienza non si potesse trovare nessun esempio nel quale essa fosse esattamente osservata” (Critica della ragion pratica, op.cit. p.59).

L’a priori è condizione per la possibile esperienza morale che è possibile perché la legge fa riferimento a due soli oggetti: il bene e il male secondo la “vecchia formula: nulla desideriamo se non sotto la ragione del bene e nulla avversiamo se non sotto la ragione del male (Critica della ragion pratica, op.cit. p. 74 e 75).

Sulla base di ciò Kant formula la sua visione della libertà, riassunta in un’opportuna tavola a p.84 dell’opera che consideriamo.

 

Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La libertà è una specie di causalità per le azioni; certamente non vi è la possibilità di definire un “fenomeno” libertà, ma la ragione si pone nella dimensione delle regole e così: “La regola del giudizio sotto le leggi della ragion pura pratica è questa: Domanda a te stesso se l’azione che tu hai in mente, la potresti considerare come possibile mediante la tua volontà, se essa dovesse accadere secondo una legge di natura, della quale tu stesso fossi una parte. Secondo questa regola, infatti, ciascuno giudica se le Azioni sono moralmente buone o cattive. Così si dice: se ciascuno, quando credesse di fare il suo vantaggio, si permettesse di truffare; se si credesse in diritto di abbreviarsi la vita, appena gliene venisse un disgusto completo; se guardasse con indifferenza completa alla miseria altrui; tu, appartenendo a un tal ordine di cose, ti troveresti bene in esso, con consenso della tua volontà?” ” (Critica della ragion pratica, op.cit., pp.80-81).

Solo la libertà, mediante la legge morale c i preserva dall’empirismo della ragion pratica, ossia dal compiere azioni dettate solo dalla volontà psicologica, che insegue il principio del piacere sensibile. Bisogna invece che sia la legge morale a determinare, ossia essere movente, della volontà.

Il fatto che i sensi condizionino e determinino azioni, non giustifica la prospettiva del male, come del bene, è necessario, avverte sempre Kant, che vi sia la determinazione razionale nelle azioni. Ciò che nell’empirico suscita azioni è analogo a quello che nell’empirico determina conoscenze. Le prime sono azioni casuali e non causate dalla libertà, le seconde sono casuali anch’esse e non possono avere la pretesa della scientificità, perché non sono giudizi sintetica a priori.

Certamente noi non consociamo la libertà, essa non si presenta mai come “fenomeno”, ma la ragione non può non pensarsi se non come libera, ché, altrimenti, l’uomo non sarebbe un essere razionale, ma un essere sensibile condizionato solo dalla dimensione materiale.

Il dovere, la legge morale è importante e determinante anche se “non contiene nulla di piacevole che implichi lusinga, ma chiede sottomissione; che, tuttavia, non minaccia niente donde nasca nell’animo naturale ripugnanza e spavento che muova la volontà, ma espone solo una legge da sé trova adito nell’animo, e anche contro la volontà si acquista venerazione (se non sempre osservanza); innanzi alla quale tutte le inclinazioni ammutoliscono, benché di nascosto reagiscano ad essa; qual è l’origine degna di te, e dove si trova la radice del tuo nobile lignaggio, che ricusa fieramente ogni parentela con le inclinazioni? Radice da cui deve di necessità derivare quel valore che è il solo che gli uomini si possono dare da se stessi”. (Critica della ragion pratica, op.cit., p.109) e in ciò la prospettiva della virtù, come merito di essere felice).

Come si uniscano virtù e felicità da luogo a quella dimensione dialettica alla quale la ragion pratica non può sottrarsi. Se la virtù sia anche felicità dell’uomo. I due termini appaiono contraddittori nella dimensione dell’esperienza, ma non lo sono se si considera che vi dev’essere una totalità incondizionata di tutte le azioni, detta SOMMO BENE. (Critica della ragion pratica, op.cit., p. 136).

Come nella ragion pura le tre idee (anima mondo e Dio) univano in una totalità tutte le condizioni dell’Io, del mondo e del fondamento, così nella dimensione pratica la libertà, intesa come idea della ragione, pone, senza poterlo dimostrare e sarebbe dialettico, il pensarlo, quell’unità che nelle azioni virtuose diviene il fine felice dell’uomo che ha in Dio, Sommo Bene, la realtà pensata come unione appunto di virtù e felicità che l’uomo, perché pensato, come dotato di anima, può raggiungere in quel mondo dove tutti i fini si uniscono per far pensare all’uomo stesso che egli non è solo un essere contingente, legato alla sola matura materiale e sensibile. La ragione pone quindi le idee come postulati (ciò che è richiesto) per l’azione morale, che, come sappiamo, non si dimostrano, ma che hanno validità, tanto che senza di questi non sarebbe possibile, ma ad essi si giunge, pensare l’azione morale, così come, per analogia, senza postulati, non si può pensare la geometria.

 Un’intelligenza, quale possiede l’uomo, lo pone in questa dimensione, che è quella che Kant aveva individuata fin dalla Conclusione al saggio Storia universale della natura e teoria del cielo (op.cit.) e che sarà ripresa proprio nella conclusione dell’opera che stiamo esaminando (cfr. Conclusione).

Certo la forma è precisa, ma deve esserci pure un metodo per realizzare quanto si è posto a principio analizzato, anche nella dimensione dialettica, della ragion pratica. Kant ritiene che sia possibile “ procurare alle leggi della ragion pratica un adito nello spirito umano, un influsso sulle massime di esso, cioè il modo di far anche soggettivamente pratica la ragione oggettivamente pratica” (Critica della ragion pratica, op.cit. p. 187).

Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La via razionale alla morale è delineata, essa è frutto di analisi non condizionata né dalla sensibilità né dalle elaborazioni morali precedenti e nemmeno dal comando divino. È autonoma, ma proprio la sua autonomia la porta a considerare che qualsiasi prospettiva morale, anche quella contenuta nel decalogo o nel comandamento di Gesù Cristo, non va accettata supinamente, ma considerandola nell’ambito della ragione, la quale vaglia appunto questi comandamenti come legge morale.

È necessario che non si abbia solo come fine il piacere, determinato dai sensi, e neppure la felicità intesa come solo proprio appagamento, ma è dovere che si consideri soggettivamente ciò che è moralmente buono come felice ad essere compiuto. Ben avverte il filosofo con grand’attualità:

“Ai nostri tempi, in cui si spera di far più effetto sul cuore consentimenti teneri e compassionevoli, o con pretese alte che lo gonfiano e l’inaridiscono invece di fortificarlo, anziché mediante la rappresentazione secca e severa del dovere più conforme all’imperfezione umana e al progresso del bene, l’accenno a questo metodo è più necessario che mai. Proporre ad esempio ai ragazzi azioni nobili, magnanime, meritorie, credendo di interessarli ad esse con l’ispirar loro l’entusiasmo, ciò è affatto contrario allo scopo: Infatti, siccome essi sono ancora tanto indietro nell’osservanza del dovere più comune, e anche nel giudicarlo esattamente, ciò equivale a farne nel tempo dei sognatori” Critica della ragion pratica, op.cit. p. 194). E ciò anche per gli adulti, la morale non è mossa dal sentimento di piacere o dispiacere, ma dall’analisi razionale, intelligente, di quello che si deve o non deve compiere.

I principi morali che danno luogo ad azioni morali devono essere stabiliti su ragionamenti, perché alla fine il sentimento produce velleitarismi che non possono”procurare alla persona nessun valore morale” Critica della ragion pratica, op.cit. pp. 194-95).

Ben ricorda Kant Giovenale e la sua Satira VIII, vv.78-84

“Sii buon soldato e buon tutore e giudice

 integro; quando verrai citato in una causa dubbia,

e incerta, se anche Falaride ti ordina di dire il falso

e ti detta uno spergiuro minacciandoti il toro,

considera che è la massima infamia preferire la sopravvivenza all’onore,

e per vivere perdere le ragioni di vita”.

 

Il metodo, suggerito da Kant è il seguente:

  1. fare del giudizio secondo leggi morali un’occupazione naturale che accompagni tutte le nostre azioni libere e così pure l’osservazione di quelle degli altri e, nello stesso tempo, di farne un’abitudine e di acuirlo, mentre si domanda anzitutto se l’azione è conforme oggettivamente alla legge morale.
  2. Se l’azione che si compie sia avvenuta anche soggettivamente per legge morale, e quindi, secondo la sua massima, abbia non solo la rettitudine morale come fatto, ma anche il valore morale come intenzione. (Critica della ragion pratica, op.cit., p. 197).

 

Semplicità di riflessione e considerazione di sé e degli altri, perché l’uomo che vive su un pianeta rotondo, dovrà sempre incontrare altri uomini e interagire con essi. Proprio per questo è necessaria la legge morale, che è prima rispetto alla conoscenza, dato che nulla si può sapere di matematica, ma comunque si agisce nei confronti del prossimo.

Prospettive questa che il Filosofo utilizzerà nell’opera la Metafisica dei costumi che analizza i principi metafisici della Dottrina del diritto e quelli della Dottrina della virtù. Ciò in analogia a quanto lo stesso Kant aveva delineato per la parte della conoscenza con i Primi principi metafisici della scienza della natura (Abano T.-Padova, Piovan Ed., 1988). Infatti, le critiche pongono i fondamenti per determinare i principi delle scienze, tutte le scienze ne necessitano, e delle azioni considerate nella politica, nel diritto e nell’economia. Una scienza o un ambito pratico che non avesse coscienza dei propri principi, procederebbe condizionata dalla contingenza empirica e non avrebbe mai quella direzione razionale che l’uomo richiede per non aggirarsi casualmente nel mondo.

 

Il primato della ragion pratica è per Kant il primato della libertà, che non è “data” dallo Stato, ma è nella natura dell’uomo, che piace pensare un essere creato da un Sommo bene che lo ha dotato di ragione e che non presume mai di essere solo un essere preda della sensibilità, della volontà casuale, ma sa respirare un universo di libertà come deliberazione al bene, nel quale egli, creatura pensante nutre il proprio animo con quel senso di rapimento di cui solo le anime nobili sono capaci. Ma “ Se tra le creatura pensanti del nostro pianeta vi sono degli esseri abietti, che nonostante il grande fascino di un argomento così importante preferiscono rimanere attaccati alla schiavitù delle cose vane, allora la Terra, per aver generato creature così miserabili, ci appare all’improvviso come un luogo molto infelice. Ma, viceversa, come ci appare felice, quando vediamo aprirsi in essa la sola via degna d’essere percorsa, quella che conduce alla suprema felicità dell’anima, che nessun corpo celeste, anche quello dotato delle condizioni più eccellenti e vantaggiose, potrà mai offrire”. (Storia universale della natura e teoria del cielo, op. cit.).

Una prospettiva nuova della libertà, che nel mentre afferma la possibilità dell’uomo di pensare moralmente da sé, lo avverte di non perdere mai di vista quel senso universale di cui è capace e che gli fa riconoscere che anima, mondo e Dio sono per la sua libertà l’autentica causa, non dimostrabile con la matematica e la fisica, ma senza la quale egli è schiavo delle cose vane, di quella sensibilità che si risolve nell’attimo fuggente e non nel significato universale dell’uomo, capace di intelligenza delle cause e dei fini. Ed è questo che fa dell’uomo un essere autenticamente libero.

 

Conclusione

Il grillo parlante XX. Un nuovo orizzonte (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale, che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di un’intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito”. (I. Kant, Critica della ragion pratica, op. cit, pp.201-202).

 

nr. 25 anno XX del 27 giugno 2015

 



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