NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia della speranza

II Parte

di Italo Francesco Baldo

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Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia de

Premessa

 Una scienza è tale quando enuncia con chiarezza i principi che la fondano e ai quali ci si può riferire per comprendere l’ambito delle sue ricerche, sviluppi e conclusioni. L’intersezione tra due scienze dà luogo o alla multidisciplinarietà o all’interdisciplinarietà, come definiva il fondatore della psicologia dell’età evolutiva Jean Piaget (1896-1980). In ambedue i casi ciò che sempre importa conoscere sono i relativi principi. Il termine fu studiato sin dai filosofi antichi. Platone nel Teeteto (155d) sosteneva che è principio ciò che è fondamento della dimostrazione o nel Fedro (245c) causa del movimento. Aristotele nella Metafisica (V, 1,1012b, 34-35 e 1013°1-23) enumera diversi significati del termine “principio”. Nell’ambito di una scienza la definizione dello Stagirita: “si chiama principio dell’oggetto ciò da cui partiamo per ottenere la conoscenza dell’oggetto stesso, come, ad esempio, le premesse sono i principi delle dimostrazioni” è fondamentale e quindi solo se si ha chiarezza intorno al principio/i è possibile una ricerca scientifica per questo o quell’altro oggetto d’indagine. In questa direzione con grande attenzione di mosse I. Kant, allorché fondò “i primi principi metafisici della scienza della natura”, dove per metafisica s’intende appunto l’enunciazione e relativa dimostrazione dei principi, dato che possiamo affermare di conoscere un oggetto particolare, quando ne conosciamo la causa e questa mediante i principi, ovvero i termini indivisibili per cui è possibile conoscere. Non si tratta di descrizione di qualcosa d’individuale, magari fondato solo sui sensi, dato che l’accidente non dà luogo a scienza, in altre parole il singolo non è scientificamente comprensibile, dato che il dato singolare deve essere assunto nel principio e quindi nella definizione, salvo che non riteniamo la sensazione. .. scienza. (Cfr. Aristotele, Metafisica, III, 999b, 4).

Ogni scienza ha quindi alla sua base principi e questi sono per ogni scienza particolare, ovvero ogni scienza che ritaglia per sé una parte dell’essere universale, come fanno le scienze matematiche (cfr. Aristotele, Metafisica, IV, 1003°,20-25). Analogamente Kant, quando sostiene che una scienza non si fonda certo su leggi dell’esperienza, fondate su principi empirici, ma una scienza è tale, apoditticamente certa “ quando le leggi della natura – che dipendono dai principi- che stanno alla sua base, vengono conosciute a priori e non sono solo leggi dell’esperienza” […] Una scienza della natura, da chiamarsi propriamente così, presuppone prima una metafisica della natura; poiché le leggi ossia i principi della necessità di ciò che appartiene all’esistenza di una cosa, si occupano di un concetto che non si lascia costruire perché non si può rappresentare l’esistenza in nessuna intuizione a priori. Per questo la scienza della natura vera e propria presuppone la metafisica della natura. Questa deve contenere quasi sempre solo principi che non sono empirici”. (I. Kant, Primi principi metafisica della scienza della natura, a cura di I.F. Baldo, Abano T. (PD), Piovan Ed., 1989 p.36).

Quindi, per ogni scienza è necessario definire i suoi principi e questo anche per la scienza dell’educazione se non vuole essere solamente una “prassi” più o meno consolidata cui fa riferimento il singolo educatore, ma una consapevolezza che ogni atto educativo è sorretto da una precisa determinazione, ovvero fa riferimento a principi. Così enucleeremo questi principi, che necessitano successivamente di avere chiarezza circa la modalità, che è essa stessa un principio, con la quale si procede, come opera la fisica nell’esempio kantiano.

 

4. Educazione: i principi

Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia de (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Ogni scienza, ogni sapere è tale se ha consapevolezza del proprio oggetto e di quelli che debbono essere i principi ai quali riferirsi. Ora una scienza dell’educazione è tale se in essa sono contenuti con chiarezza quei principi che fanno di essa una conoscenza, capace di dare ragione di se stessa in primo luogo e della connessione possibile con altre scienze. Questi sono detti metafisici non già perché siano indipendenti dall'esperienza, ma perché la fondano, ossia offrono la possibilità alla scienza dell’educazione stessa che le sue analisi e le sue conoscenze, in questo caso nell'ambito della pedagogia, siano precise e non frutto di riflessioni o esperienze casuali, una sorta di rapsodia di esperienze catalogate e apparentemente tra loro coerenti. Chiamiamo questi principi, secondo la definizione kantiana, trascendentali, in quanto essi non derivano da esperienze, ma consentono la possibilità di effettuare esperienza educativa. Si tratta quindi di assumere come elementi fondamentali dei principi, che devono essere giustificati, per ordinare il rapporto tra ciò che c'è apparso nel mondo esterno a noi, l'istanza educativa, e una certa forma, come possibilità, proveniente dal pensiero, in grado di permetterci di compiere esperienza educativa (analisi e progetto).

Deve essere quindi spiegata la possibilità di conoscere a priori per mezzo di principi, le realtà che possono apparire, non solo secondo la sola forma con cui esse si presentano, ma secondo prospettive, che consentano un'analisi e un progetto educativo coerente, ossia unitario. In effetti, questi principi servono per l'unità stessa della conoscenza e prassi educativa. Pertanto essi assolvono una funzione costitutiva in grado di fornire giustificazione della pedagogia come scienza.

Questo presupposto critico stabilisce che, se intendiamo fondare la possibilità stessa di una scienza (la pedagogia), dobbiamo assumere questa direzione: non esiste una separazione tra analisi educativa e progetto educativo, perché, se li separiamo, abbiamo teorie senza riferimento (gli educandi) oppure abbiamo situazioni educazionali prive d'analisi. Si sconfina nelle cosiddette pratiche pedagogiche che non sono sempre negative, ma non sono mai in grado di stabilire con chiarezza quale sia l'obiettivo educativo.

È necessario quindi che l'esperienza educativa richieda il concorso dell'intelletto e sia capace di dare ragioni di quello che intende proporre, non però come supposizioni, tratte magari dal comune sentire, per questo tutti sono in grado di educare, ma da un preciso riferimento scientifico che dia ragione tanto dei contenuti di cui ci si serve, quanto dei principi che sottendono a questi contenuti. Infatti, sono i mezzi che spiegano il fine, ed i mezzi fondamentali di una scienza sono i suoi principi.

Il quadro successivo consente una visione diretta dei principi; esso fornisce solo lo schema della fondazione della scienza pedagogia, ma con ciò non si effettua né l'analisi né il progetto educativo.

 

QUANTITÀ L’unicità del soggetto educativo

QUALITÀ Le forze d'attrazione o di repulsione dell'educazione

RELAZIONE L’idea educativa

MODALITÀ Come si realizza ossia la coscienza dei mezzi

 

Questo quadro è un punto di riferimento per una scienza dell’educazione, che si ponga prima di tutto nella chiarezza delle proprie prospettive, e non indichi contenuti che appaiono assunti senza che vi sia criterio per l’assunzione stessa.(Cfr. AA.VV. Essere volontari, Corso di Formazione al Volontariato, cit., p.11 ss., dove vi è l’analisi complessiva dei principi qui enunciati.)

Per compiere una prospettiva educativa è necessaria questa chiarezza, che legandosi alla definizione di uomo e riferendosi ad una dimensione globale, possa affermare quali debbano essere le necessità in ordine alla complessità della persona. Non si fa educazione se non in modo globale, ovvero tenendo presente tutte le sfaccettature e dando a ciascuna il peso ed il ruolo che ha, in modo che quanto di fondamentale vi è, sia base, invece per quello che occupa una posizione di lato, sia accessorio. Assolutizzare un aspetto, ad esempio quello intellettuale, significa perdere la dimensione delle cose e dell’azione, ma affermare la sola necessità di potenziare un elemento, senza connessione con l’insieme è pure una prospettiva riduttiva. Dobbiamo costantemente tener presente ciò, quando rifletteremo sull’importanza dello spirito e di un’educazione allo spirito.

 

5. Lo spirito e la sua educazione

La prima preoccupazione che dobbiamo avere è quella di precisare il significato stesso con il quale utilizziamo il termine “spirito”. Si annoverano nell’ambito filosofico diverse definizioni di spirito, che è inteso o come “anima razionale” o pneuma soffio animatore, o le sostanze incorporee o ancora la forza animatrice delle cose ed infine la disposizione come sosteneva B. Pascal.(Cfr. A. ABBAGNANO, Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1971, pp.830-31). Ad un diverso contesto le definizioni di G.F. G. Hegel. Di fronte a questa diversità è opportuno indicare che, quando utilizziamo il termine “ spirito”, lo riferiamo al contesto dell’interiorità dell’uomo o, se specificato a Dio nella persona dello Spirito Santo. Essa è una visione globale ed afferma la propria razionalità, peraltro non ristretta nelle sole forme delle scienze, e quel principio attivo supremo che è l’anima. Questa definizione, che percorre da Socrate in poi tutto il pensiero filosofico e si congiunge con la prospettiva cristiana segna il punto più alto al quale perviene la definizione stessa d’uomo e del suo essere nel mondo, pur non essendo solo di questo mondo.

Educare lo spirito significa quindi in primo luogo riconoscere la sua importanza e fondamentalità, la sua prospettiva di ricerca della verità non come credenza soggettiva, ma come realtà certa, verso la quale la stessa struttura umana che continuamente ricerca è attratta. Non si tratta di una forma predeterminata di ricerca o di un unico modello di ricerca, ma di una tensione, uno sforzo, a tentare la via della ricerca della verità. Ricordiamo a questo proposito l’espressione di Aristotele: “Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza” Metafisica I, 1, 980a.

Questa tensione si esprime in molteplici modi, essa non ha quindi un’unica via. Per questo possiamo affermare che in ogni filosofia, in ogni autentica ricerca scientifica consapevole di sé, in ogni via religiosa come accettazione di una rivelazione, vi è questa prospettiva. Ritenere che esista un unico modo è riduttivismo, ritenere che solo la scienza, ad esempio, possa aspirare a definire la verità o la falsità è pure riduttivismo. Non a caso questa prospettiva, nell’epoca presente, spesso è congiunta a quel relativismo morale che tende a giustificare qualsiasi tipo d’azione. La verità, la ben rotonda verità, come sosteneva Parmenide nel suo poema Sulla natura, richiede una disponibilità a ricercarla e questa disponibilità non è solo un atteggiamento psicologico, ma una visione intorno alla globalità dell'uomo, tutta protesa a ciò. Questa disponibilità parte dalla propensione naturale, tipica dell’uomo, e deve essere condotta fuori, in altre parole è necessaria un’educazione alla verità, dove lo spirito dell’uomo si renda man mano consapevole di ciò.

L’educazione occupa una posizione importante, perché essa indica la strada che l’essere umano nella sua totalità compie nell’arco di tutta la vita. In questa prospettiva una grave responsabilità (cfr. Dichiarazione del Concilio Vaticano II: Gravissimum educationis) spetta prima di tutto ai genitori, alla famiglia e anche alle istituzioni siano esse religiose o anche civili. Una visione laicista della vita, come si dice oggi, che crede che il rispetto e la tolleranza siano in realtà l’indifferenza in materia di spirito, nega l’importanza dell’educazione dello spirito, nega, in effetti, che l’uomo si definisca entro un quadro più complesso di quello della semplice apparenza o delle conoscenze che le scienze forniscono. Solo coloro che hanno piena consapevolezza di ciò hanno il coraggio di un’educazione, intesa nel suo più ampio significato, quello di consentire alle potenzialità della persona umana di esprimersi, di trovare la via di un’esplicitazione massima. In questa direzione molti gli esempi, da quello filosofico di Platone, che continuamente cerca la verità, anzi ricerca la verità di cui parzialmente ricorda la natura, alla potente definizione razionale del Motore Immobile d’Aristotele, alla ricerca di un significato profondo dell’uomo e della sua azione come nell’epicureismo e nello stoicismo, fino alla via interiore di Sant’Agostino, proteso ad elevare lo spirito in sintonia con il messaggio evangelico o il doctor angelicus, che afferma la priorità della Sacra Dottrina su ogni conoscenza anche quella teologica. Via via, ricordando, san Francesco, Raimondo Lullo, Maimonide, san Bonaventura, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila, Tommaso di Kempis, B. Pascal, A. Rosmini, H. Bergson, l’afflato di H. G. Gadamer, di Teilhard de Chardin, di Santa Edith Stein, d’Enrico Medi, di San Giovanni Paolo II e cito tra i molti e molti altri, su fronti diversi anche distanti dalla dimensione del pensiero occidentale e dalla religione cristiana, il Dalai Lama, solo per ricordarne uno. Ognuna di queste figure, come sappiamo, meriterebbe almeno un convegno; a noi stanno ad indicare che la via dello spirito e della sua educazione è quella che consente proprio all’uomo di poter affermare una pienezza, un modo d’essere, che non è ristretto nella dimensione della mondanità, dell’apparenza, nella ricerca affannosa di una quantità di beni materiali, dimenticandosi dei beni dello spirito. L’uomo riconosce ciò in primo luogo, non è nemmeno necessario appartenere ad una determinata religione, perché la via stessa della ricerca umana, indica nello spirito la via maestra. Esiste quindi un orizzonte tutto umano per affermare l’importanza dello spirito e della sua educazione, che è consapevolezza della globalità dell’uomo, della sua libertà come responsabilità di fronte ad una scelta come dovere e come godimento per la stessa bellezza della natura e della produzione umana. Proprio quest’orizzonte indica a tutti noi che può anche esistere una prospettiva più vasta ed importante. È opportuno qui ricordare quanto il grande filosofo tedesco I. Kant ha sostenuto: “ Che cosa sia veramente l’uomo, noi in realtà non lo sappiamo, benché i sensi e la coscienza avrebbero dovuto insegnarcelo, tanto meno quindi potremo indovinare quel che l’uomo sarà un giorno. Tutta via l’avidità di sapere dell’anima umana, spinta da una grande curiosità per quest’argomento, s aspira ardentemente a fare un po’ di luce nell’oscurità di simili conoscenze. L’anima immortale, per tutta l’infinità della sua vita futura, che nemmeno la tomba può interrompere ma solo mutare, è forse destinata a rimaner legata per sempre a questo semplice punto dell’universo che è la terra?[…] Quando la fragilità umana avrà pagato il tributo alla propria natura, lo spirito immortale si librerà, con un colpo d’ala, al di sopra d’ogni cosa finita e inizierà un esistenza diversa, in cui, grazie ad alla maggiore vicinanza all’Essere supremo, occuperà una posizione nuova nei confronti di tutta la natura. Da quel momento lo spirito, che racchiude in sé la fonte della felicità, non cercherà più il proprio appagamento dissipandosi tra gli oggetti esteriori […] In realtà quando si è nutrito il proprio animo con riflessioni di questo genere basta uno guardo al cielo stellato, in una notte chiara, per provare quel senso di rapimento di cui solo le anime nobili sono capaci. Nel silenzio universale della natura, nella quiete dei sensi, la segreta facoltà di conoscenza dello spirito immortale parla una lingua impronunciabile e suscita pensieri inespressi, che si sentono, ma non si lasciano dire, Se tra le creature pensanti del nostro pianeta vi sono degli essere abietti, che nonostante il grande fasciano di un argomento così importante preferiscono rimanere attaccati alla schiavitù delle cose vane, allora la Terra, per aver generato creature così miserabili, ci appare all’improvviso come un luogo molto infelice. Ma, viceversa, come ci appare felice, quando vediamo aprirsi in essa la sola via degna d’essere percorsa, quella che conduce alla suprema felicità dell’anima, che nessun corpo celeste, anche quello dotato delle condizioni più eccellenti e vantaggioso, potrà mai offrire”. (I. KANT, Storia universale e teoria del cielo, tr. S.Velotti, a cura di G. Scarpelli, Theoria, Roma-Napoli 1987, pp.173-74).

Questa la direzione nella prospettiva sola umana, ma quanto più un credente, quanto più un uomo che ha consapevolezza e fede in una rivelazione, che approfondisce la fondamentalità dello spirito, e della ragione? Basti ricordare che interiorità e ragione sono la sostanza dell’uomo e che quando egli riconosce un Dio, egli si fa preghiera, cioè apre se stesso alla dimensione dell’autentica comprensione del divino.

Educare lo spirito significa in primo luogo assumere la consapevolezza che è l’uomo il protagonista di se stesso, se non vive delle sole cose sensibili, di quanto accade nel tempo, ma s’interroga sul suo fondamento, aprendosi a quella dimensione spirituale che spesso oggi è dimenticata, ma che emerge di continuo in forme strane, si pensi alle new age, ai vari santoni alle varie sette e gruppi “affamati di spirito”. Assumere questa consapevolezza è farsi autentici portatori dello spirito e della necessità di evidenziare al massimo proprio questo, altrimenti dovremo proprio ripetere con Kant, che questo mondo ci appare preda dei “bruti”.

Infine educare lo spirito significa sapere che non tutto si esaurisce e che apice della riflessione spirituale non è unicamente l’anima umana, l’interiorità, ma il fondamento stesso, e la possibilità della sua rivelazione In questo si sperimentala soprattutto la possibilità di relazione dialogica, in altre parole della preghiera. Nasce quindi l’esigenza che ogni educazione dello spirito sia consapevole di questo.

 Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia de (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

6. Educazione allo spirito e teologia

Ogni educazione si esprime nella finalità, nella prospettiva finale che “omnes intelligunt Deum”. Dio è la finalità d’ogni educazione dello spirito che non sia solo uno spirito riguardato nella dimensione terrena. A questa affermazione è comune tanto alla filosofia quanto alla religione. Nell’educazione allo spirito non vi sono mezzi privilegiati, bisogna anche uscire da certo intellettualismo pedagogico come affermava San Giovanni Crisostomo: “ Sarebbe meglio che noi abbisognassimo di verun sussidio di lettere, ma così pura porgessimo la vita, che la grazia dello Spirito tenesse per noi il luogo de’ libri: e in quella maniera che i libri son scritti coll’inchiostro, così i cuori nostri fossero scritti collo Spirito stesso” (San GIOVANNI CRISOSTOMO, Proemio in S. Matteo). Ciò per disporsi ad ascoltare quanto di “spirito” e di “ Spirito” vi è in ciascuna realtà, anche la più piccola e quanto Bene in essa è contenuto, come affermava anche don Luigi Monza: “ Non crediamo che il Signore pretenda cose grandi da noi; Egli si accontenta della buona intenzione e della buona volontà soprattutto nelle cose piccole e nascoste” (Don Luigi ci parla, Ed. “ La Nostra Famiglia”, Ponte Lambro (CO), p.18).

Un chiedersi dunque sempre e costantemente quanto di mio spirito sia nei pensieri e nelle opere e quanto di Dio. Ripetiamo che non vi è un unico mezzo, ma molte le vie, ognuna se cosciente dello spirito valida, ma non perché individualmente ritenuta valida, ma perché in sintonia con Dio e con gli altri uomini verso i quali si esprime amore. Apice di ciò la Sacra Dottrina, cioè la Sacra Scrittura, che, come afferma San Paolo nell’epistola a Timoteo: “È utile ad insegnare, a redarguire, a correggere, a educare alla giustizia” (cfr. San Tommaso d’Aquino fa proprie queste parole nella Summa Thologica, Quaestio I, articulus 1). Lo studio della Sacra Scrittura, congiunto con il senso d’appartenenza alla Chiesa porta l’uomo a ragionare teologicamente nel duplice significato di questo termine.

La teologia, ossia la conoscenza di Dio è, come affermava Aristotele, l’apice delle scienze teoretiche, quella scienza che ci pone con la nostra capacità razionale – lumen naturalis - ad affermare la fondamentalità, l’esistenza, l’importanza, la necessità di Dio che è motore d’ogni cosa e che è Bene al quale l’uomo può rapportarsi. La teologia nell’ambito delle scienze filosofiche dimostra che esiste un fondamento e che lo spirito razionale umano può giungere ad affermarlo, ma accanto ad essa si apre una teologia ben più importante, quella che vede ogni spirito parlare quasi una lingua impronunziabile, dato che ogni uomo esprime la sua, e che chiamiamo preghiera, dialogo interiore con Dio che è apice della nostra vita. Educare quindi lo spirito significa educarlo alla preghiera, a questa lingua impronunziabile che pone in relazione stretta l’uomo, la sua anima con Dio stesso. Aprirsi a questa dimensione, significa porsi autenticamente nella comprensione dello spirito e della negazione di quanto è effettivamente inutile, usabile solo in qualche contesto e soprattutto preda della temporalità.

 

Preghiera è lasciar parlare il proprio cuore a Dio. Il cuore si slancia verso Dio, sulle ali del desiderio, sostenuto dall'amore".

  (Santa Teresa d’Avila)

 

Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia de (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)L’uomo conosce l’infinità della preghiera, ogni autentica ricerca intorno allo spirito e al divino è preghiera. L’educazione dello spirito ha come “ mezzo” la preghiera. Infatti, se l’educazione deva avere chiarezza del fine, deve avere anche chiarezza dei mezzi e nel nostro caso il fine è lo spirito riconoscente Dio ed i mezzi sono la preghiera che si traduce in quella dimensione operativa che è santificante l’attività umana, quasi una consacrazione, direbbe Teilhard de Chardin, del mondo. Una preghiera per il mondo compie l’uomo consapevole del proprio spirito e a maggior ragione l’uomo che riconosce la parola di Dio, fattasi “buona novella” ed in modo particolare nell’espressione di preghiera che Gesù Cristo ha dato e che costituisce la preghiera per eccellenza, quella che ciascuno di noi, ripetendola, trova sempre nuova in quella “ complessa semplicità” che è propria della Parola, del Logos che si è fatto carne ed abitò in mezzo a noi. Questa preghiera è il Pater noster, riconosciuto da sempre come il momento più alto della riflessione che ci congiunge a Dio. Questa preghiera, comprensibile a tutti, diviene fonte d’educazione e d’autoeducazione. Educazione a comprendere la venuta di Gesù Cristo e la Redenzione e nella sua globalità il messaggio per un’umanità nuova; autoeducazione, perché leggendo e rileggendo la buona novella, vale a dire facendosi, come sosteneva Cicerone, (De natura deorum, II,28,72), religiosi, si evidenzia il nostro spirito in comunione con gli altri religiosi e con il mondo. L’espressione è proprio il Pater noster, che molti autori hanno ricordato nelle loro opere come la preghiera che invita alla riflessione. Basti ricordare Dante Alighieri, che nel Purgatorio (Purgatorio, XI, 1-21) indica con questa preghiera il senso delle anime che intendono arrivare a Dio, oppure Erasmo da Rotterdam che ne fa la preghiera principale per la pace (Cfr. ERASMO Da ROTTERDAM, Lamento della pace scacciata e respinta da tutte le nazioni, a cura di I. F. Baldo, Piovan Ed., Abano T. (PD),1991, p.72), e Antonio Rosmini che la considera, seguendo la Sacra Tradizione, come l’oratio dominica principale, dandone ampio esempio di riflessione (Della educazione cristiana (1823), Forzani, Roma, 1900, pp.18-183 e sempre nel medesimo testo Il fascicolo di brevi orazioni, pp.36-38). La preghiera, l’autentica teologia forma l’uomo a quel dialogo interiore dello spirito che è invito a rivolgersi prima di tutto a Dio come creatore, e alla propria interiorità nella quale si fondono mirabilmente tutte le capacità umane e che noi intendiamo con il termine “ spirito”

L’educazione alla preghiera quindi, perché l'educazione dello spirito è proposta di vita, che inizia fin dalla prima infanzia e che indica la via d’autentica vita interiore. Privare, come spesso oggi si fa, di questa via i giovani significa avere un mondo privo di spirito, cioè di capacità di essere nella pienezza del mondo e del suo fine, in altre parole Dio.

 

7. Conclusione

Educazione alla spiritualità: Varcare la soglia de (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, Amen. È questo il primo e l’ultimo segno che si compie ed in esso si racchiude tutta la spiritualità cristiana. I genitori nelle famiglie insegnano questo primo gesto ai loro figli, che è insieme affermazione d’appartenenza e dichiarazione di contenuto. È educazione alla spiritualità, che veniva ed è compiuta con grande consapevolezza da coloro i quali sanno che le vere ricchezze sono quello dello spirito e che la vita non è solo nell’apparenza e nel mondo dei sensi, ma nella visione autenticamente globale dell’uomo e della sua vita. Nihil intentatum è questa la prospettiva di un’educazione dello spirito che di fronte all’umanità che sta attraversando una crisi di crescenza è ancora capace di indicare che la via dell’autentica vita era ed è quella dello spirito riconoscente il fondamento, cioè la via che abbandona gli idoli e pensa che non si debba aver paura per raccogliere in sé quella forza che ci ha espressi – creati - e che ci è necessaria. Anzi, se non vogliamo lasciarla disperdersi, se non vogliamo diventare sempre più miseri, noi pure, dobbiamo partecipare alle aspirazioni, autenticamente religiose nella loro essenza, che fanno sentire agli uomini di oggi l’immensità del Mondo, la grandezza dello Spirito, il valore sacro d’ogni verità nuova. Solo a questa scuola la nostra generazione cristiana impererà nuovamente ad attendere e a sperare in una significato finale che sia un’autentica cristianizzazione della Terra, del suo cuore, non ristretto ad una latitudine, ma accolga il senso dell’agape che è amore autentico del prossimo e di Dio e manifestazione dello spirito che è in ciascuno di noi, e che diviene consapevole che “ le strade dell’amore sono lunghe e brevi perché l’amore è limpido, puro, trasparente, vero, accorto, semplice, forte, perseverante, luminoso, traboccante di pensieri nuovi e d’antichi ricordi”(R, LULLO, Libro dell’Amico e l’Amato, tr. di A. Baracco, Introduzione di J. PERARNAU, Città Nuova ed., Roma 1996, p.46).

 

nr. 31 anno XX del 5 settembre 2015

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