NR. 7 anno XXIII DEL 24 FEBBRAIO 2018
la domenica di vicenza
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“A Schio mi sento di casa”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Ottavia Piccolo

Non si sono sentiti liberati.

Ottavia Piccolo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“No perché gli è venuto veramente a mancare il terreno sotto i piedi”.

Ma secondo lei qual è il vero “enigma” di queste persone?

“Proprio non capire non tanto quello che è successo quanto perché non ci sono più le cose in cui credevi perché ti avevano insegnato a vivere così. Lo diciamo più di una volta: non ti accorgi nemmeno dei cambiamenti perché ci sei dentro. Credo sia la cosa più interessante e vale in tutte le situazioni in cui l‘essere umano si trova spiazzato e che sia una cosa di tutti i regimi totalitari: quando si dice che in Italia erano tutti fascisti, per forza, se nascevano in una casa con abitudini normali, andavano a scuola non potevano che crescere fascisti a meno ché in famiglia non avessero o incontrassero qualcuno che gli facesse capire ma per la maggioranza non era né bene né male, era la vita, anzi la propaganda faceva sì che si dicesse che negli altri paesi si stava male. I regimi totalitari dicono che noi abbiamo ragione e tutti gli altri hanno torto. Oggi l’Isis dice questo, con in più la cosa della religione: noi siamo nel giusto e gli alti sono sbagliati. In un certo senso lo dice anche l’Occidente: la nostra è la vera civiltà, le altre non si sa. È chiaro che una democrazia, per quanto imperfetta, ti dia delle possibilità criticheche in un’altra situazione non puoi avere. Qui c’era una religione laica, che è un po’ la stesa cosa. a parte quelli che cercavano di scappare da Est a Ovest, c’erano tante persone che, altrimenti non avrebbero fatto questo tipo di controlli, hanno cercato una via al comunismo diversa ma venivano “castrati” ed epurati”.

Alcuni anni fa lei venne a Schio con una pièce su Anna Politkovskaja. La politica della Russia di oggi è molto diversa da quella del periodo rappresentato qui, oggi non c’è nemmeno più un’ideologia.

“Certo, certi studiosi dicono che in Russia c’è una “democratura”, una democrazia dittatoriale, che è una contraddizione”.

politkovskaja (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)È stato più difficile mettere in scena una realtà politica come quella della Politkovskaja o come questa?

“Sono due cose totalmente diverse, quando fai un testo ti devi attenere alle parole dell’autore e devi rappresentare quello che vuole lui e naturalmente la percezione del pubblico cambia a seconda di quanto uno è informato su quello che sta accadendo. Per la Politkovskaja la scelta dello spettacolo e del testo non era di fare la storia della sua vita: in scena io sono una testimone di quello che lei scriveva, una voce narrante e non si parla mai della sua vita privata perché la storia della Politkovskaja è una storia che è diventata mitica, nel senso che dietro al racconto c’è ormai il mito. Qui c’è un’immedesimazione, parola che non mi piace: personaggi che agiscono in quanto personaggi fittizi”.

Già dall’inizio viene detto che in ogni segmento i due protagonisti si dicono delle cose sapendo di mentire. Il testo è molto lineare e l’inizio fondamentale. Molto spesso, per sottolineare l’idea di ricordo e di testimonianza di un periodo storico vengono aggiunte delle immagini, le metterete o lascerete che la gente si concentri sul testo?

archivi_stasi. (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“No, assolutamente. Lo spettacolo è questo e non c’è nient’altro. Quello che interessa è la vicenda di queste due persone e le loro bugie perché il meccanismo richiede che mentano per motivi diversi: lei perché ha inventato tutta una storia per farsi ricevere in casa, lui perché comunque abituato a sfuggire che quando lei gli chiede come si chiama, ha talmente paura del passato che inventa un nome e il suo sta scritto sulla porta. Eppure lui ancora mente perché non riesce a fare pace con se stesso, dice che infondo era una pedina, una persona normale come tanti e che la “sfiga” degli esseri umani è di nascere in un certo momento e non ci possono fare niente, se fosse nato in un altro momento non sarebbe stato costretto a fare. Ho letto che molte persone per il solo fatto di chiedere di poter lasciare la Germania Est gli si diceva di collaborare, se conoscevano altre persone che volevano andare via. Hanno fatto un calcolo che ogni 6 persone c’era qualcuno che era controllato e questo controllo avveniva con delle cose ridicole rispetto a oggi, che noi abbiamo il telefonino che anche da spento funziona lo stesso, devi buttare la batteria perché non ti trovino. Lì era un sistema artigianale, cose quasi comiche, da film: il giornale col buco per fare la fotografia, la macchina fotografica sulla borsa, le cimici che mettevano nei muri. Silvano è andato a Berlino, prima che debuttassimo, perché voleva vedere il museo della Stasi e se vai a vedere su internet vengono fuori delle cose da morir dal ridere se non fosse che hanno distrutto vite. Poi sempre, quando si fa teatro, viene voglia di sapere di più anche quando ormai non serve più, a me interessava capire il fatto che ci siano ancora persone , come si dice nel testo, che rimpiangono, le serate che fanno, i locali “nostalghia” dove la gente va e questa cosa è incredibile ho visto delle interviste che fanno abbastanza impressione: gente della mia età, l’età della protagonista, che dicono che la loro vita aveva un senso e improvvisamente ti dicono che è tutto finto e adesso non sanno più niente”.



nr. 41 anno XX del 14 novembre 2015

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