NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Gli Alpini cacciati dal Tempio: ma che moda è?

Uno dietro l’altro una mezza dozzina di parroci o Diocesi hanno impedito l’ingresso dei cappelli con la penna nera, la recita della preghiera e il coro Signore Delle Cime – Sconcerto a dir poco, ma la posizione dei direttamente interessati (35mila gli iscritti nelle cinque sezioni della provincia di Vicenza) recita così: “Siamo rispettosi, ci adeguiamo, ma siamo anche al servizio della gente e la nostra tradizione è solidale, tutt’altro che guerresca”

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Gli Alpini cacciati dal Tempio: ma che moda è?

(g. ar.)- Signore Delle Cime, un testo musicato da Bepi De Marzi alla fine degli anni 50, quando non si storceva troppo il naso praticamente di fronte a niente, non si aveva il terrore di offendere chicchessia, non c’erano immigrati eventualmente suscettibili e pronti a reazioni istintive. Non c’erano insomma controindicazioni di nessun genere. Oggi quel fantastico coro che i Crodaioli, tanto per citarne uno di quei complessi che si sono specializzati nella canzone della montagna, hanno reso famoso nel mondo, è diventato una specie di diavolo con i piedi nell’acqua santa: vade retro, dicono alcuni parroci e non si capisce con quale fondamento. L’intimazione è passata anche per Vicenza e ora si sta allargando a vari punti del Veneto, tutti nella posizione del voler contestare il canto. E non solo. Il vade retro respinge vigorosamente anche la Preghiera dell’Alpino che a giudizio del portavoce del vescovo di Vittorio Veneto contiene passi guerreschi anche se evidentemente soltanto simbolici del tipo: “… le nostre armi ci proteggano da chi vuole assalirci, ecc.)”.

Ed ecco però qui di seguito il contenuto del canto, così si capisce per intero che non c’è niente da capire:

Dio del cielo, signore delle cime un nostro amico, hai chiesto alla montagna. Ma ti preghiamo, 
su nel paradiso, lascialo andare, per le tue montagne. Santa Maria, signora della neve copri col bianco, (tuo) soffice mantello il nostro amico il nostro fratello. Su nel paradiso, su nel paradiso lascialo andare, per le tue montagne. 

La polemica sale e diventa non diciamo bollente, ma calda sì. Da quando gli alpini sono simbolo guerresco e, soprattutto, da quando è così semplice dimenticare quale ruolo di volontariato svolgono nella società di tutta Italia con particolare riferimento al Veneto? Che specie di cecità affligge quella mezza dozzina di parroci i quali platealmente se ne vanno nel momento in cui parte la preghiera dell’alpino o in modo molto più spiccio sbarrano l’ingresso in chiesa al cappello con la penna d’aquila?

A dir poco c’è da essere perplessi, se non scandalizzati per la superficialità di certe prese di posizione. Perplessi sono anche gli alpini, naturalmente, anche se alla loro maniera non hanno aperto nessuna polemica e anzi prima di mettere giù due righe di chiarificazione per rimettere tutte le proporzioni di questo discorso alla loro misura naturale hanno aspettato qualche giorno, giusto per non farsi prendere da altre tentazioni di dirgliene quattro.

Gli Alpini cacciati dal Tempio: ma che moda è? (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Questi parroci non sanno o fingono di non sapere che le penne nere hanno la bella abitudine di essere dappertutto, dovunque ci sia la necessità di riparare qualcosa e aiutare qualcuno. Non sanno o fanno finta di non sapere che quando si tratta di tradurre questa presenza in solidarietà e volontariato le penne nere non c’è pericolo che siano assenti, a cominciare -e questo è davvero un paradosso poco meno che insopportabile- proprio dalle parrocchie che esprimendo almeno fino a prova contraria la compattezza di un nucleo forte e solidale per definizione possono contare su aiuti ed interventi di grande operosità e competenza ogni volta che spunta il problema di turno: tutti assieme si rimedia, si costruisce, si abbellisce, ci si inventa una festa, si corre in aiuto di chi ne ha bisogno; il risultato finale è sempre lo stesso: arrivare a completare l’operazione nella maniera migliore, che è poi la più generosa.

Questi parroci fingono anche di non sapere quale sia il peso specifico della presenza alpina nella nostra società. Poco più avanti vedremo che la somma di denaro raccolta in un anno dagli alpini alla voce solidarietà è di qualcosa come 65 milioni di euro. Poco? Diremmo di no. E tanto più è apprezzabile questo ticket versato per la solidarietà in quanto si tratta di un’espressione del tutto gratuita, gli alpini non si aspettano di essere ringraziati e anzi: esitano a rendere pubblico il loro grande lavoro fatto di dedizione. Chi nelle varie sezioni è costretto dalla necessità di chiarezza dei bilanci e quindi deve fare i conti così come sono in realtà, incontra sempre esitazioni non piccole quando chiede di precisare le varie voci degli interventi compiuti. Quanto abbiamo dato? È un problema farselo dire anche se alla fine ovviamente ci si riesce, e lo è perché agli alpini non piace di principio sbandierare alcunché.

Questi parroci tra l’altro rischiano di seguire una moda che prima o poi gli causerà pesanti e inevitabili dietrofront ideologici, e ignorano o fingono di ignorare che era alpino Don Gnocchi e che è un prete il direttore responsabile della rivista L’Alpino: si chiama Bruno Fasan.

Strani meccanismi questi che vengono evidenziati dal vade retro all’alpino: è equilibrato proibire un canto corale in chiesa, un canto che ha fatto il giro del mondo, e proibire anche la recita di una semplice preghiera composta quasi cento anni fa, quando dentro e fuori di una chiesa assistiamo normalmente a manifestazioni quasi demenziali come l’applauso alla fine di un funerale o coretti scanditi durante la fase di una liturgia che non dovrebbe conoscere cadute di buon gusto come gli aiuti vocali scanditi durante le varie fasi della funzione?

La risposta degli alpini a tutto questo è improntata a quella inesauribile saggezza di chi non si interessa di politica e non ne parla e preferisce agire nel rispetto di tutti: se ci proibiscono di partecipare come alpini obbediamo e partecipiamo come normali fedeli, e se al funerale di un nostro associato non possiamo cantare Signore delle Cime aspetteremo di essere fuori dalla chiesa o di essere al cimitero. Come dire che di fronte all’assurdità di questo nuovo proibizionismo fondato… sul borotalco gli alpini non hanno niente da obiettare. Si adegueranno. Qualche discorso un po’ più approfondito lo si può e lo si deve fare su quanto si sta preparando a livello nazionale in materia di riforma del volontariato e delle associazioni che ne sono protagoniste. Come sarà valutato il volontariato? E le Regioni potranno ancora disporre di una situazione come quella verificatasi a Vicenza qualche anno fa quando il direttivo del Centro volontariato provinciale è stato rivoltato come un guanto per poi vedere il risultato di oggi che ben descrive la situazione ereditata da quella crisi: più spese, più personale dipendente, più burocrazia, meno chiarezza nei ruoli. Magari peggio del passato.

Prima di vedere che cosa ci dicono i presidenti delle sezioni di Vicenza e Bassano, 30mila iscritti in due, ricordiamo che l’ANA della provincia di Vicenza è articolata in cinque sezioni che sono appunto Vicenza (20mila iscritti), Bassano (10mila) mentre altre cinquemila penne nere si contano nelle tre sezioni rimanenti tra Thiene/Schio/Valdagno Basso Vicentino e Altopiano. Il numero complessivo è di 35mila e questo testimonia un fatto inequivocabile: se il vicentino avesse una unica sezione ANA questa sarebbe la più numerosa in Italia. La scelta di spezzare la realtà complessiva della provincia a seconda delle esigenze territoriali è dovuta al fatto che ci sono realtà di tipo amministrativo e appunto territoriale per cui l’opzione è proprio questa. Per farci un’idea della posizione dell’ANA su questa novità delle proibizioni uscite da alcune parrocchie del Veneto per quanto riguarda la presenza ufficiale con cappello e coro e preghiera alle funzioni religiose, abbiamo sentito il presidente della sezione di Vicenza Luciano Cherobin e quello di Bassano Giuseppe Rugolo. Quella che segue è una sintesi assolutamente fedele di quanto ci hanno detto rispondendo alle nostre domande a partire da Giuseppe Rugolo.



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