NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Totalitarismo: l’analisi di Antonio Rosmini

di Italo Francesco Baldo

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Totalitarismo: l’analisi di Antonio Rosmini

Introduzione

Nel 1951 Hanna Arendt (1906-1975) pubblicava a New York le origini del totalitarismo, un testo fondamentale per la comprensione del fenomeno politico caratteristico del novecento e che non è ancora del tutto scomparso, persistendo in alcuni Stati, tra cui la Cina, e soprattutto come riferimento di partiti, movimenti e gruppi che si richiamano appunto alla visione totalitaria che dall’ottobre 1917 ha interessato particolarmente l’Europa con i regimi politici nati nell’ordine: comunismo, fascismo e nazionalsocialismo. Altre prospettive come il salazarismo in Portogallo, m il franchismo in Ispana, la via italiana al comunismo di A. Gramsci, si richiamano ad uno dei soprannominati regimi stessi.

 Il totalitarismo, sostiene la Arendt, è una forma politica radicalmente nuova e diversa dalle forme politiche precedenti di regimi autoritari come il dispotismo, la tirannide o la dittatura. Il totalitarismo si fonda su una visione ideologica del mondo, dove tutti gli aspetti dell’uomo sono ricondotti ad essa e non vi è mai, pena l’esclusione, di una prospettiva diversa. Esso coinvolge tutto il popolo, non distingue le eventuali differenze presenti; ceti, classi, partiti movimenti, religiosi, culture, tutto aggrega in un’unità che deve avere e/o raggiungere le caratteristiche preformate da chi detiene il potere in nome e per conto dell’ideologia. Solo ciò che è ammesso, viene ritenuto valido; perciò vi è la subordinazione politica che invade ogni aspetto anche quello privato. La salvaguardia del potere è affidata ad un sistema di polizia e tende ad estendere la propria visione a tutte le società umane, internazionalismo ideologico. La più importante prospettiva ideologica esibita, è quella di voler garantire un futuro migliore allo Stato e a coloro che lo compongono, utopismo. Ciò può essere realizzato a condizione che tutto sia subordinato allo Stato o, meglio, alla visione dello stato posta alla base di coloro che detengono il potere. Infatti, la caratteristica principale del totalitarismo è che “tutto è politica”, e per dominarla, è necessario dominare quello che è detto il fondamento di questa, vuoi l’economia, vuoi la razza ecc.. Il terrore, si ricordi quello di Robespierre durante la Rivoluzione francese, è la forma con la quale governare; non a caso le polizie segrete occupano nei regimi totalitari un ruolo importantissimo.

 Da ciò, ogni azione del totalitarismo non è mai casuale, ma dettata dalla visione assunta, che ne fornisce il motore e la finalità, determinando il fatto che ogni realtà è ad essa ricondotta come ogni membro dello Stato debba essere l’agente di quella. Il comando è affidato alla visione ideologia, il feticcio che deve continuamente essere presente, non a caso i simboli sono onnipresenti quasi a controllo di tutta la realtà.

 Il totalitarismo possiede in generale queste caratteristiche, anche se esistono differenze alle quali si aggrappano i seguaci per distinguersi gli uni dagli altri. Ciò però deriva solo da differenze d’ideologie, che non inficiano il comune denominatore, pur presentandosi la particolare visione totalitaria in luoghi e tempi diversi. La classica “ paura del comunismo” di sentirsi assimilato al fascismo e al nazionalsocialismo come forma totalitari n’è l’esempio più chiaro. Non a caso coloro che difendono il regime comunista, incolpano della deriva totalitaria poco Lenin, moltissimo Stalin. Ma costoro non hanno fatto altro che realizzare quanto il una concezione politica diversa, che, durante sosteneva la dipendenza di tutti gli aspetti della vita umana, in altre parole i rapporti sociali di produzione economica (sovrastrutture) dai rapporti economici di produzione (struttura), come con chiarezza delineato nel testo di Marx del 1859 Per la critica dell’economia politica (Roma, Editori Riuniti, 1969, Prefazione, p.5) dall’altro affermava l’assoluta necessità ella presa di potere e della conduzione della società secondo il modello di una società unica che nel comunismo avrebbe realizzato pienamente tutta se stessa.

 Con ciò il pensatore di Treviri raggiungeva il più alto grado della riflessione che era iniziata con le indicazioni di Babeuf e Bonarroti durante la congiura degli Eguali nel 1796. Costoro sostenevano la necessità del comunismo con lo scritto Manifesto degli eguali, che si richiamava alle visioni della massoneria e del cosmopolitismo illuminista. Marx apprezzava, ma il comunismo da lui pensato si fondava sulla critica dell’economia politica e su un programma politico che doveva trasformare l’economia stessa da capitalista a comunista. Ciò avrebbe determinato un’aggregazione di tutti i proletari, (classe operaia-forza lavoro), in vista sì una società futura senza classi, senza sfruttamento. Un programma con il corredo d’idee che poteva essere anche credibili, ma che andavano nell’unica direzione, quella voluta dalla prospettiva comunista e verso la quale non poteva esservi distinzioni. L’organizzazione di tutto ciò spettava al partito che definiva la dottrina, la linea d’intervento e ogni “devianza” era punita in corpore vivo. Sperimentò ciò il filosofo e sacerdote Pavel Aleksandrovic Florenskij e milioni di altre persone in tutto il mondo. Non diversi gli altri totalitarismi che nacquero sì in opposizione a quello comunista, come il fascismo e il nazionalsocialismo, ma di quello avevano le medesime caratteristiche, ossia il dominio dell’ideologia e l’adeguamento ad essa da parte di tutti i cittadini, mediante forme di blandizia o di polizia o, come fece il regime in Germania, negando la stessa possibilità di vivere a coloro che considerava “diversi” dal modello, in questo caso di razza, assunto.

 Un’ultima annotazione, che i docenti politicamente corretti, ovvero formati al comunismo tanto da spiegare Hegel sempre filtrato da Marx, propalano ai loro ingenui discenti, è che il comunismo ha origine in Platone, ma costoro dimenticano che la visione del comunismo platonico è etica e non ridotta a sola politica. Il pensatore greco ben chiaro aveva nella sua riflessione che la ricerca del vero fonda quella del bene e solo con la chiarezza del bene (la visione dell’Iperuranio e del suo vertice (il bene), si fonda la politica e la stessa economia.

Totalitarismo: l’analisi di Antonio Rosmini (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

Robert Owen - J. Fourier

 

La visione totalitaria che il socialismo e il comunismo ottocenteschi portavano con sé, apparve molto chiara al filosofo A. Rosmini, che la delineò nel 1847 nel Ragionamento sul comunismo e socialismo (a cura di B. Brunello, Padova, Cedam, 1948), quando il socialismo, detto da Marx utopistico, aveva importanti autori come Henri de Saint’Simon, Jean Baptiste Joseph Fourier, Rober Owen, Pierre-Joseph Proudhon e altri. Costoro, perfino dileggiati dal pensatore di Treviri, sono i padri fondatori delle visioni socialiste contemporanee. Su tutte però dominò quella di Marx che formò una visione ideologia precisa che muove ad una prassi altrettanto precisa, come indicato nel Manifesto del partito comunista (tr. it. P. Togliatti, Roma, Editori Riuniti, 1969), scritto a quattro mani con F. Engels. In questo testo di propaganda sono indicati i punti salienti per la conquista del potere secondo una visione precisa che sarà approfondita e ben divulgata dagli scritti, molteplici, di Lenin, da quelli di Stalin, senza dimenticare quelli di Gramsci, Togliatti, Natta, Berlinguer e di tanti altri che nel loro piccolo orto si sono fatti promotori di quell’ideologia. Lo strumento di propaganda delle proprie visioni fu utilizzato ed è utilizzato, oggi via internet e non solo, da tutte le visoni totalitarie, basti ricordare la propaganda dei discorsi di Mussolini con i Cinegiornali o quella fatta sul testo di Hitler Mein Kampf con la sua prospettiva eugenetica. Una volta al potere, i totalitarismi piegano tutte le istituzioni alla loro ideologia (Stato sovietico, Stato fascista, ecc) negano la possibilità del dibattito e il concorso s di tutti al bene civile. Questi regimi discriminano secondo la loro ideologia e accettano sono la conformità ad essa in ogni aspetto della vita, perfino nell’allevare conigli d’angora sul davanzale, come propagandava il fascismo durante le sanzioni.

 

Antonio Rosmini (1797-1855) nella sua visione politica poneva al centro la persona e la finalità etica (cfr. La società e il suo fine (Milano, Boniardi-Pogliani, 1839) e quindi la libertà degli associati e la loro possibilità d’essere protagonisti in prima persona dello sviluppo morale di uno Stato. Infatti “ se la società non fosse che un’aggregazione di corpi, converrebbe cercare in qualche bene spettante a questi il fine della società” (ivi, p.84), afferma Rosmini, e non vi sarebbe fine morale, ma appunto materiale. Cosa che il socialismo nelle sue varie versioni sostiene. Il cosiddetto materialismo storico ne è l’evidenza nel comunismo, ma i fini materiali sorreggono anche gli altri totalitarismi, anche se appaiono mascherati da “idee” di vario genere che sono sempre e in ogni modo solo nell’orizzonte della contingenza, ossia il bene materiale (cfr.il mio La proprietà non è un furto. A Rosmini: la persona, la proprietà e lo Stato, Roma, LUISS, 1998).

 

Antonio Rosmini: socialismo e comunismo

Nello scritto che abbiamo sopra citato, Rosmini, in conformità ad altri suoi scritti, ritiene che centro della vita associata sia la persona umana, i suoi inalienabili diritti, anche quello della proprietà di fronte allo Stato, perché non è lo Stato il datore dei diritti, come affermato dalla Rivoluzione francese e soprattutto dalle visioni totalitarie (cfr. Voce Fascismo dell’Enciclopedia Treccani e la Costituzione dell’ URSS). La persona, la sua libertà ovvero la capacità di deliberazione al bene e la proprietà di sé come soggetto morale che può trovare anche con i beni materiali il suo perfezionamento etico, sono il fondamento della politica e della successiva organizzazione statuale come bene civile. L’associazione e la possibile costituzione di uno Stato assumono il compito di un perfezionamento morale delle persone, anche con il provvedere al loro benessere materiale, che non può però costituire il fine, ma è solo uno dei mezzi.

 Le dottrine socialiste, disconoscendo la natura umana, ossia la persona, mirano ad instaurare sistemi politici nei quali solo lo Stato sia il datore dei diritti e soprattutto di quelli che sono funzionali alla sua ideologia. Pertanto la libertà e la proprietà sono di fatto negati, se ammessi solo in quanto servono al fini del potere espressosi nello Stato. Simili governi, afferma il filosofo, sono innaturali e tirannici, perché pongono in essere una realtà che è di pochi (ricordiamoci della nomenklatura), che tendono ad imporla a tutti gli altri. Una visione della vita associata che abbia a fondamento solo i beni terreni, finisce con l’evidenziare la predominanza delle passioni del corpo anziché quelle dell’anima, come fa il socialismo di Owen e Fourier, ma anche quello di Marx. Più “ astuti” si potrebbero dire gli altrui totalitarismi, che condiscono la prospettiva dei beni materiali con “ idealità”, ma queste sono solo funzionali all’orizzonte terreno.

 Questi socialismi/comunismi finiscono con il negare i diritti dell’uomo e della persona-individua, come la libertà di coscienza, la libertà di attendere al proprio perfezionamento, il diritto di proprietà e il diritto di associazione, che non sono quei diritti oggi rivendicati, che, in realtà, sono solo il desiderata del singolo che pretende siano acetati e divengano legge. Accanto a ciò, la distruzione della famiglia, il primo consorzio umano, perché ne viene negato il valore morale e il compito educativo, che passa alla scuola pubblica, ovvero statale, e alla propaganda divulgativa dei contenuti ammessi come possibili, trovando fedeli seguaci negli insegnanti. Quando lo stato totalitario non fosse ancora in essere, i fedeli seguaci dell’ideologia (oggi detti intellettuali politicamente corretti) se ne fanno abili propalatori.

 Non manca in Rosmini una precisa critica anche alla borghesia, a quella visione che il positivismo aveva divulgato, dove il bene materiale della proprietà diventa superiore ad ogni altro; anch’esso con il liberalismo economico diviene un totalitarismo, dove la libertà non è che quella economica e tutto viene accettato solo in funzione della produzione della ricchezza. La dimensione della libertà ridotta ad un esercizio privato, scevro da ogni dimensione morale, perché questa è ridotta al solo comportamento “civico”.

 La severa analisi del filosofo roveretano che sarà quella della Chiesa Cattolica a partire da Pio IX con l’enciclica Quanta cura e chiare sono le parole del pontefice. “é contenti di allontanare la religione dalla pubblica società, vogliono rimuoverla anche dalle famiglie private. Infatti, insegnando e professando il funestissimo errore del Comunismo e del Socialismo dicono che "la società domestica, cioè la famiglia, riceve dal solo diritto civile ogni ragione della propria esistenza, e che pertanto dalla sola legge civile procedono e dipendono tutti i diritti dei genitori sui figli, principalmente quello di curare la loro istruzione e la loro educazione". Con tali empie opinioni e macchinazioni codesti fallacissimi uomini intendono soprattutto eliminare dalla istruzione e dalla educazione la dottrina salutare e la forza della Chiesa cattolica, affinché i teneri e sensibili animi dei giovani vengano miseramente infettati e depravati da ogni sorta di errori perniciosi e di vizi. Infatti, tutti coloro che si sono sforzati di turbare le cose sacre e le civili, e sovvertire il retto ordine della società e cancellare tutti i diritti divini ed umani, rivolsero sempre i loro disegni, studi e tentativi ad ingannare specialmente e a corrompere l’improvvida gioventù, come sopra accennammo, e nella corruzione della medesima riposero ogni loro speranza. Pertanto non cessano mai con modi totalmente nefandi di vessare l’uno e l’altro Clero da cui, come viene splendidamente attestato dai certissimi monumenti della storia, tanti grandi vantaggi derivarono alla cristiana, civile e letteraria repubblica; e vanno dicendo che "il Clero, come nemico del vero ed utile progresso della scienza e della civiltà, deve essere rimosso da ogni ingerenza ed ufficio nella istruzione e nella educazione dei giovani". Successivamente con Leone XIII e le encicliche Rerum novarum e Graves de communi re e tutta la dottrina sociale della Chiesa, si avrà una linea ben precisa dal punto di vista del fine morale della società e degli Stati. Nella dottrine della Chiesa cattolica si condanna tanto il capitalismo quanto il socialismo/comunismo, perché essi si pongono nel solo orizzonte dei beni terreni e, considerando gli esseri umani solo dal punto di vista del corpo, ne esaltano le passioni, anziché proporre la via morale, che fonda i diritti della persona e quindi la sua tensione al perfezionamento.

 

Lo spettro che si aggirava per l’Europa nell’epoca in cui Rosmini scrive il suo saggio, è il comunismo e questa visione, padre/madre del totalitarismo devasterà il mondo, perché essa è portatrice di quel totalitarismo che ha seminato di tombe il mondo tutto e alla quale, purtroppo, si richiamano ancora in troppi anche solo da un punto di vista ideologico, le cosiddette “psicoideologie”.

 La prospettiva nuova di Rosmini è che le società gli Stati debbono considerare la centralità della persona umana, della sua natura essenziale che è spirituale, dei suoi diritti e delle esigenze anche materiali della vita, senza considerare solo un Aspetto come il tutto e senza distrarre dal fine morale, mediante illusorie idealità, fonte di delusioni e soprattutto considerare che l’uomo non è affatto nato e non vive per essere “un bruto”.

Totalitarismo: l’analisi di Antonio Rosmini (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)  

 

Hanna Arendt - George Orwell

 

Lasciamo Ora la parola al filosofo che ben ci rende edotti dei limiti delle concezioni socialiste e comunista, direi di ogni totalitarismo che eleva l’orizzonte contingente ad assoluto, come pure hanno indicato G. Orwell in 1984 e la Arendt nel saggio citato (cfr. L’antiutopia di Gorge Orwell, Roma, Luiss, 2005)

Nel Ragionamento ricordato, Rosmini afferma (Ivi, pp.56-57):

“Vero, se il fatto non dimostrasse che la moltitudine improvvida e la gioventù inesperta trae dietro assai facilmente a quelle massime astratte e generose con cui gli utopisti illudono ed affascinano gl’incauti, e nelle quali non istà punto il loro sistema, ché anzi questo ad esse si oppone e le distrugge completamente. E però parsemi necessario di dimostrare, in servigio di questi facili ad abboccar l’amo, che il sistema de’riformatori, lungi da essere consentaneo alle massime astratte che essi vengono sciorinando, e alle promesse magnifiche, tende direttamente ad oppugnar quelle ed a smentir queste; lungi dal felicitare gli uomini, s cava loro l’abisso della miseria; lungi dal nobilitarli gli ignobilita al par de’bruti; lungi dal pacificarli, introduce la guerra universale, sostituendo il fatto al diritto; lungi d’eguagliare le ricchezze, le accumula; lungi da temprare il poter de governi, lo rende assolatissimo; lungi di aprire la concorrenza di tutti a tutti i beni, distrugge ogni concorrenza; lungi da animare l’industria, l’agricoltura, le arti, i commerci, ne toglie via tutti gli stimoli, togliendo la privata volontà e lo spontaneo lavoro; lungi da eccitare gl’ingegni alle grandi invenzioni, e gli animi alle grandi virtù, comprime e schiaccia ogni elaterio (spinta ad occupar maggior spazio) dell’anima, rende impossibile ogni nobile tentativo, ogni magnanimità, ogni eroismo. Ed anzi la virtù stessa è sbandita, la stessa fede alla virtù è annullata; lungi da recare soddisfazione a tutte le umane tendenze ed inclinazioni, le più nobili, le più essenziali all’uomo, quelle in prima che riguarda la religione e l’aspettazione di una felicità sempiterna, empiamente nega, e crudelmente tenta, se fosse possibile, d’estinguerle; lungi di rendere amena e lieta la presente vita e l’umana socievolezza; togliendo via da essa tutte le naturali sue varietà, ciascuna delle quali è fonte di diletto e di ornamento all’umano consorzio; introduce la più stucchevole uguaglianza e tediosa monotonia, dovendo ciascun uomo, quasi fosse morto legno o ferro insensibile, divenir dente della ruota o piuolo, o molla, o argano, o manubrio della macchina da tali ingegneri fabbricata, cioè della nuova società, e guai se uno di tali ordigni si muove! E per dir tutto in una parole, lungi dall’accrescere la libertà alle società ed agli uomini, loro procaccia la più inaudita ed assoluta schiavitù, gli opprime sotto il più pesante, dispotico, minuzioso, immorale ed empio dei governi, e quasi non bastasse l’oppressione del governo esteriore, decretasi come legge fondamentale, che tutti affatto soggiacciano alla schiavitù più ignominosa e più cieca delle passioni vituperose, e nei vizii più infami marciscano. Non è d’uopo certamente che io conchiuda, essere queste mostruose utopie il sepolcro di ogni vero liberalismo e di ogni desiderabil progresso.”

 La critica al socialismo/comunismo in Rosmini è antesignana proprio di quella di Orwell e della Arendt, come dicevamo, perché a fondamento non vi è la contingenza, ma un respiro ben più ampio, quello che considera l’umanità come fine al bene e non come mezzo del potere.

 

Conclusione

La delineazione degli utopismi che fanno generato i totalitarismi purtroppo non sono rimaste nel mero esercizio di pensieri costruiti quasi a diletto immaginativo, ma sono diventati storia vera e su di essa la riflessione non si è mai fermata, anche se il roboante moto dell’ideologia ha quasi sempre soffocato pure con azioni violente il pensiero libero, ossia quel pensiero capace di proporre il bene, perché su di esso fonda l’unione degli uomini in società e nella organizzazione degli stati e non fa prevalere una visione parziale ed ha in mente che quanto si opera debba sempre essere nell’ottica morale e non del potere.

Oggi anche chi coltiva e manifestatamene ideali totalitari, sembra a parole negarli, ma li persegue, non a caso, infatti, molte idee totalitarie sono penetrate e costituiscono riferimento. A coloro che hanno a cuore la pace, non come insipida moda pacifista che serve a mascherare spesso ideali totalitari (cfr. Le donne comuniste per la pace, propaganda del Partito comunista Italiano nel 1953) o, ed è nelle vicende attuali ingenuità di fronte ad autentici pericoli totalitari che ci sovrastano, maniera per salvaguardare illusoriamente solo un proprio benessere materiale. Se ti invadono e ti uccidono, per ricordare il saggio di Erasmo da Rotterdam Guerra ai Turchi (Roma, Salerno, 2004) forse è anche colpa tua, che non hai saputo bene costruire la tua società.

 

nr. 42 anno XX del 21 novembre 2015

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