NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Abbasso il latino

di Italo Francescco Baldo

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Abbasso il latino

“Voi e il vostro stramaledetto latino…andate all’inferno"

(Peppone a don Camillo)

 

L’Italia, la cultura italiana, la scuola italiana sono stati per secoli la culla della lingua latina, facendola vivere in ogni tempo, studiandola, apprezzandola e diffondendola in ogni dove. In ogni città esisteva una scuola di latino, a Vicenza gli studi classici rimandano al grammatico Quinto Remmio Palemone (Vicenza, 5 circa – Roma 65), un ex schiavo che raggiunse buona fama, a Roma, come ci narra Svetonio. Fu il vicentino che introdusse, primo fra tutti, lo studio e il commento delle opere di Virgilio, nelle scuole, tradizione che, seppur a stento, continua anche oggi.

Le scuole di grammatica e retorica non si contavano nel mondo antico sia per la lingua greca sia per quella latina e nel cosiddetto medioevo europeo il latino era lo studio principale, perché lingua di comunicazione ufficiale e culturale, rimasta, almeno quella culturale soprattutto nell’ambito scientifico, utilizzata fin alla fine del settecento. Nel trivio le arti (capacità d’esecuzione) liberali (grammatica, dialettica, retorica), erano a fondamento dello studio, che proseguiva con il quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e formava i giovani. Tutto l’insegnamento si svolgeva in latino e tale uso fu fino al Concilio Vaticano II seguito nei Seminari diocesani e nelle Università Cattoliche (cfr. Vincentius Remer, S.J., Summa praelectionum philosophiae scholasticae, Prati, Exc Officiana Libraria Giacchetti, Filli et Soc., 1895 e Logica, autore in Seminario mediolanensi Philosophiae J.B. Guzzetti, Milano, Ancora, 1946). Sempre nell’età di mezzo gli autori latini conosciuti erano molti, nonostante i tempi difficili, ma fin dall’epoca di Carlo Magno e della fondazione della Schola palatina ci si era preoccupati di conoscere il mondo antico e i suoi capolavori letterari e filosofici. San Tommaso e Dante Alighieri, solo per citare due importanti protagonisti culturali, ben conoscevano il latino e la cultura espressa in quella lingua. Virgilio, duce e maestro lo dice Dante per se stesso e lo fu e lo sarà per molti, come ci ricorda il poeta vicentino Giacomo Zanella.

Non dimentichiamo che il latino fu utilizzato dai poeti fin alla nostra età. Il già citato Zanella componeva in latino, ma pure Giovanni Pascoli e il vicentino, morto recentemente, Fernando Bandini che vinse, al pari del romagnolo, premi internazionali, Certamen vaticanum, per la composizione nella lingua dei romani.

Senz’altro l’Umanesimo diede alla lingua latina nuova forza, lo studio attento e preciso, la “politura” dei testi (ricordiamo in questo Erasmo da Rotterdam e le celebri edizioni di Aldo Manuzio a Venezia) e con grande consapevolezza Lorenzo Valla, ci attesta uno studio attento proprio nella vexata quaestio della Donazione di Costatino, dove con due precisi argomenti, uno linguistico e uno giuridico, dimostrò che essa era falsa, seguendo in ciò quanto aveva già prospettato Niccolò Cusano nel suo de concordantia catholica.

L’autore delle Elegantie lingue latine con chiarezza aveva indicato come la lingua latina renda gli uomini cittadini del mondo della cultura e ciò sulla scia di Francesco Tetrarca cvhe aveva fatto rifiorire l’eloquenza antica e del nascente umanesimo patavino e vicentino (cfr. L. Gargan, Il preumanesimo a Vicenza, Treviso e Venezia, Vicenza, in AA.VV., Storia della cultura Veneta. Il Trecento, Vicenza, Neri Pozza, 1976, pp.142- 170). Afferma il Valla: “ An vero… linguam latinam nationibus distribuisse minus erit, optimum frugem, et vere divinam, nec corporis, sed animi cibum? (tr. O forse… non avrà peso l’aver diffuso fra i popoli la lingua latina, messe ottima, anzi veramente divina, cibo dell’animo, non del corpo) e così prosegue il dotto umanista: ” Fu essa, infatti, istruire in tutte le arti liberali le genti e i popoli tutti; essa insegnò le ottime leggi, aprì la via alla sapienza, fece in modo, infine, che non potessero più chiamarsi barbari. Per cui chi mai, volendo giudicare i fatti con una certa equità, non preferirà coloro che coltivando la religione delle lettere….divennero famosi?…a buon diritto potremo chiamare questi uomini che…non ampliarono il patrio suolo, … ma ) come gli dei) provvidero alla salvezza del mondo…”(tr. E. Garin).

Il latino e la sua funzione civilizzatrice sono posti in auge e il latino non è solo la lingua utilizzata nella religione e nella liturgia. Martin Lutero nel 1517 pubblicava la Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum, le famose 95 tesi in latino. Il monaco agostiniano consoce la lingua romana e la conosce tanto bene che può tradurre la Bibbia in tedesco.

Tra gli umanisti ancora Erasmo da Rotterdam darà al latino quella definitiva eleganza umanistica che ancor oggi solo capaci traduttori possono rendere al meglio.

Il latino nella poesia, nella cultura, nella religione e anche nella scienza; quasi tutti i trattati sono scritti in latino, basti ricordare il Syderus nuncius di Galileo Galilei, il cui Dialogo sopra i due massimi sistemi, fu tradotto in latino nel 1635 (Augustae Treboc: impensis Elzeviriorum, typis Dauidis Hautti), ma anche Gottfried Leibnitz scrive la sue opere in latino e così Issac Newton pubblica il suo rivoluzionario testo in latino. Il De Philosophiae naturalis principia mathematica del 1687 che è considerato uno dei testi più importanti della scienza, usa la lingua di Cicerone.

Non dimentichiamo De nostri temporis studiorum ratione di Giambattista Vico del 1707 e Immanuel Kant con la sua rivoluzionaria Dissertatio de mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis del 1770 ci attesta l’uso dell’antiqua lingua.

Con la Rivoluzione francese e la nascita del nuovo concetto di nazione, prima indicava principalmente solo un’appartenenza linguistica, l’uso del latino nelle università, nelle accademie si riduce, al suo posto la cultura si esprime nella lingua nazionale, ma mai dimentica il latino, che è considerato sempre e in ogni caso base della formazione e soprattutto della formazione intellettuale. La filologia tedesca in particolare analizzerà le lingue antiche con nuove prospettive e se talora queste saranno giudicate un po’ pedanti, sia dal vicentino Giacomo Zanella (cfr. Per certi filologi tedeschi) sia da Friederich Nietzsche, esse costituiranno un ambito di studio importantissimo che prosegue, almeno in certi settori anche oggi, ma fino a pochi anni fa anche docenti dei Licei.

Il mondo scientifico si allontanava dall’uso del latino, preferendogli la lingua nazionale o il francese ed oggi l’inglese, tanto che esso sembra occupare solo l’interesse dei filologi, dei letterati, dei filosofi, oggi considerati come ideologi, tanto che, diceva lo scienziato Ernst Mach nella sue Lezioni scientifico-popolari: “chissà se un professore di latino sappia tradurre un matematico o uno scienziato che scrive in latino.” Non rispondiamo alla domanda, ma diamo ragione all’epistemologo.

Abbasso il latino (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il latino continuava a formare i giovani nelle scuole e ad essere comunque la lingua ufficiale della Santa Sede, come lo è ancor oggi.

Nella scuola, soprattutto italiana, la formazione alla lingua latina era ritenuta basilare per lo sviluppo delle capacità logiche; infatti non si trattava solo di conoscere il mondo antico, ma di formare, come diceva sempre il poeta vicentino Giacomo Zanella “una vaso” che sarebbe stato utilizzato per analizzare i problemi e la cultura del presente. Conoscere le proprie origini e amarle è educazione alla cultura, alla bellezza e sosterrà il grande, forse unico vero riformatore della scuola italiana, Giovanni Gentile, lo spirito, l’umanità.

Nelle università e nei Licei dopo la Riforma del 1923, dopo la prima preparazione della Scuola Media, si proseguiva lo studio del latino e nel liceo classico anche del greco. Nella scuola per la preparazione degli insegnanti, l’Istituto magistrale, il latino era fondamentale, nessuno lo dubitava. Concetto Marchesi, che sarà un noto esponente dal 1943 del comunismo italiano, fu professore ordinario di Lingua e Letteratura latina nell’Università di Padova e la sua Storia della letteratura latina è ancor oggi un caposaldo.

Il fascismo fece della romanità più che della lingua latina un suo riferimento, particolarmente quando volle “l’impero” e forse proprio questo suscitò una sorta d’avversione anche per la lingua dei padri, alla quale si unì quell’anticlericalismo, soprattutto anticattolico, che nei partiti socialisti e comunisti si coltivava fin dall’Ottocento. Si badi un anticlericalismo più che un’avversione al latino perché Karl Marx, il fondatore, laureatosi in filosofia greca antica, su Epicureo, ben conosceva e della cui importanza era certo, anche in relazione alla fine del suo utilizzo in Germania da parte di Lutero.

Con la fine del secondo conflitto mondiale il latino viene sempre più ad essere considerato da un punto di vista politico che non culturale. Per quest’ultimo aspetto, lo si relega nelle Università, ma lo si combatte nelle scuole soprattutto in quella Scuola media, preparatoria ai Licei, particolarmente quello classico che è considerato la fucina del padronato, di coloro che saranno destinati a comandare, sfruttare ecc. il proletariato. In questo discostandosi dal giudizio che sul latino dava Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista d’Italia che nei suoi Quaderni dal carcere nel 1932 scriveva:: “Non s’impara il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali: s’impara per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, quindi il passato, ma presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi, consapevolmente”. Parole antiche, il latino sempre più identificato come la lingua “dei padroni” e “ dei preti” andava combattuto. Così fu fatto, nonostante Concetto Marchesi, gli intellettuali del PCI, tra cui Antonio Banfi, seguirono altre strade.

"Ma il latino è difficile e faticoso"; senza dubbio, appunto perché esso impone un continuo controllo allo scolaro il quale non può andare avanti se ha dimenticato quello che ha prima imparato. Ma la difficoltà, la noia, la fatica sono alla base di ogni sentiero che porta verso l'alto.” (6 gennaio 1946 Concetto Marchesi al V Congresso del PCI)

 Due furono le strade per combattere il latino. La prima è quella ben nota della denigrazione politica, secondo lo schema leninista, quella che usa Peppone nei confronti di don Camillo nei romanzi di Guareschi. Il latinorum inganna il popolo che non lo sa e lo rende succube del clero e dei potenti, pertanto va abolito. Così fu fatto con la riforma della Scuola Media nel 1962, che divenne “unificata”, superando la divisione tra Scuola di avviamento industriale e commerciale e Scuola Media vera e propria. La battaglia fu durissima, il Partito socialista Italiano minacciò addirittura di non partecipare al Governo se il latino fosse stato obbligatorio Pietro Nenni fece titolare L'Avanti: «Latino, la lingua dei signori». In questo si trovarono anche “cattolici” disponibili, erano gli anni del Concilio vaticano II e qualche “insofferenza” per il latino v’era in qualche presbitero e non solo. Ma vale sempre la retta ragione che afferma essere impensabile che chi intende essere presbitero onn sappia il latino e ciò perché la liturgia è latina e pure lo sono la filosofia, patristica e scolastica. Ma nei Seminari oggi si fan orecchie da mercante e poco si studia il latino.

La nuova Scuola Media, propose Elementi di latino nel secondo anno, che non furono certo ben svolti e lasciò al terzo anno il seguire facoltativamente la lingua di Cicerone. Con le successive riforme, schola semper reformandam, lo studio del latino anche negli elementi è di fatto scomparso, anche perché ai docenti di lettere non viene più chiesta la conoscenza della lingua antica, per qualcuno anche di quella italiana.

La seconda grande avversione alla lingua latina viene dall’ambiente cattolico ed in particolare dalla prospettiva che un presbitero enunciò ed ebbe grande successo soprattutto negli insegnanti cattolici. Si tratta della considerazione negativa del latino che don Lorenzo Dilani diffuse soprattutto con la scritto lettera ad una professoressa (Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1967)

Lo scritto, opera di allievi del presbitero (?), destinato ai genitori, era un invito ad organizzarsi contro la scuola dei padroni:la scuola con il latino non era quella della Costituzione della Repubblica Italiana e quindi il latino andava abolito, era un “lucignolo spento” (ivi, p.30).

La scuola doveva esser altro, scuola sociale, scuola che non bocciava, che sapeva trovare uno scopo per gli svogliati e a “quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno.” (ivi, p.80). Si combatté la scuola e perfino i comunisti che erano “ timidi in fatto di classismo” (ivi, p.90).

Il latino, roba da fascisti, da destra (ivi, p.95), tanto che “ la materia più importante – il latino – è quella che non dovremo mai insegnare” (ivi, p.117) L’avversione al latino è totale, pensate che gli insegnanti pretendevano “perfino che si traduca dall’italiano in latino” (Ibidem). Con Lettera ad una professoressa si delinea una nuova scuola. Siamo nel ’68 del secolo scorso e la la rivolta degli studenti inizia proprio mentre il comunismo sovietico invade Praga e la sua richiesta di libertà. La sinistra italiana cavalca il movimento e il mondo cattolico, forte delle parole di Don Dilani, si unisce e progetta nuovi lidi con varie riforme, tutte orientate ad una scuola sociale, integrativa e soprattutto orientata ideologicamente nel marxismo nelle sue varie, troppo,declinazioni fino a quella del nazimaoismo patavino o in quella dei “Cristiani per il socialismo” o del cosiddetto cattocomunismo di cui nessuno ha mai saputo dare precisa indicazione, tanto confuso è sempre stato, anche se coltivato da qualche presbitero in vena di essere “alla moderna”. Questo ha finito i suoi giorni, in attesa di mors certa, come gregario di un partito dove né il latino, né la fede cristiana, nonostante i voti delle suore vicentine alle primarie qualche anno fa, hanno vera sede.

 

La chiesa cattolica post Concilio vaticano II risente del clima e una prospettiva teologico, quella della liberazione, invade in modo ahimè confuso perfino le sale parrocchiali, e monta l’avversione al latino. Apice di ciò è la riforma liturgica, che, in realtà, è scritta in latino, in ossequio a quanto prescrive la Costituzione Sacrosactum concilium sulla sacra Liturgia: “ L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (n.36), concedendo “alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle monizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti”. Il riferimento era al Messale romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962. Solo nel 1971 fu da parte del papa Paolo VI autorizzato un nuovo Messale romano ed è quello in uso, scritto in latino e ne è consentito l’uso nelle lingue locali, ma non è certo il Messale delle fantasie liturgiche oggi molto diffuse.

Abbasso il latino (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

Paolo VI

 

Nel 1976 con avvedutezza Paolo VI, ben consapevole del valore della lingua latina, espressione anche di unità della Chiesa cattolica, istituì la Fondazione con il chirografo Pontificio Romani sermonis, che voleva conseguire i seguenti obiettivi:

1) Favorire lo studio della lingua latina, della letteratura classica e cristiana e del latino medioevale;

2) Uso e incremento della lingua latina per mezzo della pubblicazione di testi in latino e con altre vie appropriate.

Tra le sue principali attività figurano:

- la rivista “Latinitas”, fondata nel 1953. Redatta completamente in lingua latina, esce quattro volte l'anno; tratta argomenti culturali di letteratura, filologia, storia, scienze ed altre discipline. Particolare risalto viene dato al Diarium Latinum che sviluppa argomenti di attualità con stile giornalistico;

- il Certamen Vaticanum, concorso internazionale di poesia e prosa in lingua latina, istituito parimenti nel 1953. La consegna dei premi ai vincitori viene fatta verso la fine di ogni anno civile;

- organizzazione di Corsi Intensivi di lingua latina secondo il così detto metodo natura, cioè insegnamento del latino parlando latino;

- istituzione di Congressi, Conferenze e Discussioni che abbiano come tema dominante la cultura latina;

- divulgazione del Lexicon recentis Latinitatis, prestigioso dizionario di neologismi: contiene oltre 15.000 vocaboli. Hanno dato la loro collaborazione esperti di tutto il mondo. A questo Dizionario ha collaborato la professoressa Agostinelli di Vicenza.

 

Nel corso di circa 50 anni il latino in Italia ha subito dura avversione che oggi più che manifestarsi nelle scuole, dove sopravvive solo nel liceo Classico e in qualche sezione di quello Scientifico, è in taluni ambienti della Chiesa Cattolica, soprattutto dopo l’uscita del Motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum del 2007 nel quale dava possibilità. seguendo in questo le decisioni di Giovanni Paolo II, di celebrare secondo il Messale romano del 1962. Ciò per venire incontro a coloro che trovano in quel Messale una forma orandi consona alla loro spiritualità. Con la chiarezza che gli è nota Benedetto XVI scrisse. “Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.”

Ogni avversione anche solo pensata è contraria a quanto stabilisce il papa, ossia il capo supremo della Chiesa cattolica. L’attuale pontefice non ha certo negato valore al rito antico che affianca quello nuovo e ambedue si servono della lingua latina. Ma si sa che gli alunni spesso non prendono buoni appunti e trascrivono e divulgano ciò che piace a loro. Così si ha modo di sentire sacerdoti che negavo perfino valore al rito latino del Messale del 1962 e talora qualche presbitero cerimoniere l’ha pure deriso, considerandolo “un teatrino”.

Il latino oggi è patrimonio culturale comunque e patrimonio anche della liturgia della Chiesa Cattolica che si definisce anche “latina” e il suo valore, di là delle mode politiche e strumentali, rimane un grande terreno nel quale fertilizzare l’intelligenza e sarebbe un gran bene che lo si studiasse, visto e considerato anche che molte parole nella lingua inglesi hanno derivazione latina.

A Vicenza e dintorni si fa qualcosa nella direzione della valorizzazione della lingua latina? A parte la manifestazione del Liceo “A. Pigafetta” “Classici contro” che è considerazione della cultura antica in relazione alla contemporaneità. Gli spettacoli classici al Teatro Olimpico di Vicenza sono solo un bel ricordo, e lo studio del latino è di pochi docenti e alunni, tra cui merita di essere ricordato Francesco Grotto, forse discendente (?) di quel Luigi Grotto (1541-1585) il cieco di Adria, cultore e traduttore dal greco che ha avuto il secondo premio nazionale nell’ambito del concorso “5° Certamen di poesia latina V. Tantucci” indetto dall’Accademia italiana di poesia. Grotto si è guadagnato un secondo posto ex aequo con la composizione “In naufragi sepulchrum”. E bella la sua risposta alla domanda: “Dove nasce questa innata passione per il latino? «Mi ha sempre attirato. Per me il latino è quasi una lingua familiare: fin da piccolo l’ho sentito parlare in casa perché i miei genitori sono musicisti e in particolare mia mamma, direttrice di coro”

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Mons B. Pizziol, don Pierangelo Rigon e il piccolo chierichetto Davide

 

Ma non solo nel giovane studioso vive il latino nella provincia di Vicenza, vive anche quello della liturgia in due chiese. Uno, in Vicenza città, nella chiesa di San Vincenzo, dove ogni domenica mons. Giandomenico Tamiozzo celebra in latino secondo il Messale di Paolo VI. L’altro nella parrocchia di San Pancrazio di Ancignano-Sandrigo ci celebra la S. messa secondo il messale del 1962, seguita da quasi un centinaio di fedeli, spesso il rito è accompagnato dalla Schola Cantorum diretta dal maestro Mattia Cogo, fino a febbraio scorso dal compianto don Pierangelo Rigon e oggi dal Rev. Don Fabrizio Girardi della diocesi di Padova e sempre con il benestare del vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol che ben consoce la realtà e si spera l’abbia sempre nel suo cuore.

Il latino, nonostante le ferite e le maledizioni pepponesche, che si volevano mortali, vive ancora e credo avrà ancora lunga esistenza, alla faccia dei detrattori politici, pseudoculturali e falsamente pedagogici, perché esso è un riferimento che è capace di produrre cultura e nell’ambito liturgico fede.



nr. 18 anno XXI del 14 maggio 2016

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