NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La storia insegna, se la si rispetta

di Italo Francesco Baldo

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La storia insegna, se la si rispetta

È stato riproposto al pubblico italiano uno dei testi più emblematici del Novecento, un libro che si sarebbe preferito non fosse né scritto né edito prima in tedesco e poi anche in italiano, ma la storia è quello che è avvenuto, non quello che si desidera. In questo la grande lezione di Luciano di Samosata, Come si deve scrivere la storia (Milano, mondatori, 2002) dovrebbe esser tenuta presente, perché troppo spesso anche storici accademici e insegnanti fanno precedere ai fatti la loro valutazione, condizionando in tal modo la lettura degli avvenimenti stessi. Come in tutti gli ambiti scientifici sono le fonti, i dati che consentono le analisi che per essere compiute abbisognano di chiare procedure e non di “letti di Procuste”. Quando un medico trova una malattia, deve attenersi ai dati e all’osservazione in modo da poter fornire una valutazione e dei rimedi. Se non vi è osservazione, non vi è procedura scientifica. Per la storia è sempre Luciano di Samosata che ci avverte: Uno solo è il compito dello storico, raccontare i fatti come sono accaduti. Non potrà farlo finché avrà paura di Artaserse essendo il suo medico o spererà di ottenere una sopravveste di porpora e una collana d’oro o un cavallo niseo come compenso degli elogi che ha messo nella sua opera”(ivi, p.41). Prosegue sempre nello stesso saggio a proposito dello storico che deve essere “ senza paura, imparziale, libero, amante della libertà di parola e della verità; come dice il comico che chiama fico il fico e barca la barca: uno che né per odio né per amicizia concede o tralascia qualcosa, che non ha compassione o vergogna o timore, un giudice giusto, benevolo con tutti ma solo finché non si conceda più del dovuto a una delle parti; nei suoi libri straniero e senza città, indipendente, senza re (oggi senza partito); uno che non sta a fare i conti su cosa penserà questo o quell’altro, ma dice quanto è accaduto”. (ibidem). Se si avesse il coraggio di tener presente quanto sopra riportato, facilmente individueremo quegli studiosi che più di analisi, fanno i laudatores di questa o quella visione partitica e anziché suscitare la ricerca della verità, spesso finiscono con l’accentuare la divisione tra i cittadini, servendosi, magari solo per fini propri di vantaggio, della storia, abilmente manipolandola o nascondendo questo o quell’avvenimento. “per la mente dello storico” invece,” abbiamo stabilito come obiettivi la libertà di parola e la verità, così del suo modo idi esprimersi lo scopo principale è uno solo: mostrare chiaramente e illustrare nel modo più limpido il fatto, non con parole astruse ed estranee all’uso comune e nemmeno triviali e da bottega, ma in modo che i più capiscano e i colti apprezzino” (ivi, p. 43).

 

La storia insegna, se la si rispetta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Compito non facile, quello dello storico, ma pervaso da autentica onestà intellettuale, dove prima di tutti siano i fatti ad essere esposti in ordine, poi siano dati i contesti, le connessioni sempre con precisi riferimenti alle fonti di cui ci si è serviti. A tale scopo, Giovanni Turmair detto Aventinus (1477-1534 ) nei suoi Annales ducumm Boyariae aveva con chiarezza detto che tutto serve allo storico: archivi, biblioteche pubbliche e private, manoscritti, tavolette votive, narrazioni, annali, diplomi e strumenti pubblici e privati, statue, reliquie, lapidi, trofei, iscrizioni funebri, dipinti, epigrafi, chiese in una parola tutte le testimonianze del passato e non solo quelli che “ci piacciono”.

 Si tratta di avere per lo storico quella tempra di scienziato che è oggi richiesta e non quella dell’ideologo che trova nella storia solo quanto è funzionale alla propria visione politica. Certo lo storico ha una visione politica, come la può avere qualsiasi altro scienziato, ma come il medico non cura secondo la sua “visione imperiale”, così lo storico non narra le vicende di Trebisonda secondo la sua visione del partito popolare sudtirolese.

 Lo storico così per prima cosa raccoglierà tutto quello che serve alla narrazione e senza timore anche di fronte a ciò che gli spiaccia o a ciò che, purtroppo, ha portato a visioni negative dell’uomo e alla sua soppressione violenta. Il Gulag è nato prima del Lager e ambedue non hanno dato dignità all’uomo e questo non è una visione di parte, ma il dato oggettivo per tutti, anche per coloro hanno seguito o seguono, ahimè, una delle due visioni che quei campi hanno generato.

 Alta la voce si è levata contro la pubblicazione e la distribuzione del libro di cui parliamo, come se non fosse disponibile da sempre in librerie, in biblioteche ecc., in edizioni del 2002, 1997, 1983, 1980, 1968, 1975, 1961, 1958, 1941, 1936, 1939, 1934 ecc.; nella Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza è presente in ben quattro edizioni ( 1941,1961; 2002, 2006), tra cui quella edita da V. Bompiani, dopo che Mondadori aveva decisamente rifiutato, che così fu l’editore del testo, uscito in prima edizione italiana, un po’ ridotta, il 15 marzo del 1934 ed ebbe come traduttore l’ebreo Angelo Treves. Il testo fu preceduto da Vita di Adolfo Hitler e fu inserito nella collana “Libri scelti per servire al panorama del nostro tempo” dove vi erano gli scritti di don Bosco, di Gandhi, F. Roosvelt. V.G. Rossi, A. Zishka e altri. Il volume uscì poco prima che si compisse la visita in Italia del Cancelliere del Reich tedesco–repubblica (Cfr. La Costituzione di Weimar, art.1, Firenze, Sansoni, 1946, p.87, art.1) il 14 giugno 1934, che incontrò a Venezia con il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Il testo, definito dagli inglesi:”il libro nero dell’umanità” non fu salutato da grande entusiasmo. A questo proposito nel 1949 Valentino Bompiani espresse il suo rammarico di editore in una lettera a Curzio Malaparte e così scriveva: “che non tutti gli italiani abbiano letto abbastanza quel libro, perché in quel caso, forse, molte cose sarebbero cambiate e molte disgrazie sarebbero state evitate” Ben commenta P.M. Fasanotti ne “Il giornale” del 27 agosto 2004, p.34:” Nobile riflessione, ma assai tardiva” e poco credibile, visto che l’editore aveva per undici volte riedito il volume:1934, 1934, 1936, 1937, 1937,1938, 1939, 1940, 1941, 1942, 1943. Non si conoscono gli introiti, ma non certo si pubblicava “in perdita”..

 Delle edizioni successive al secondo conflitto mondiale abbiamo già accennato, alcune uscirono anonime altre con il nome dell’editore e pur stigmatizzata la pubblicazione, non fu vietata.

 L’Autore del testo, scrisse una Prefazione all’edizione italiana, datata 2 marzo 1934 dove affermava: “ Il fascismo e il nazional-socialismo, intimamente connessi nel loro fondamentale atteggiamento verso la concezione del mondo, hanno la missione di segnare nuove vie ad una feconda collaborazione internazionale. Comprenderli nel loro senso più profondo, nella loro essenza significa rendere servigio alla pace del mondo e quindi al benessere dei popoli”. E fu così?

 Sappiamo quali furono gli esiti del nazionalsocialismo, alleato al fascismo e pure al comunismo sovietico, con il quale progetto e realizzò la spartizione della Polonia, dando inizio al secondo conflitto mondiale.

 Ma ciò che preme di più sottolineare è che la lettura del testo non lascia certo dubbi al programma che s’intendeva perseguire: Fin dalla sua prima edizione nel 1925, quando, dedicato a Hermann Hesse, il nazionalsocialismo mosse i primi passi e mostro la sua avversione al marxismo internazionale, salvo poi allearsi, e il razzismo, ma anche l’eugenetica e quella cosiddetta superiorità della razza tedesca che coagulò il popolo germanico, vessato dalla pace di Versailles che imponeva addirittura la consegna di mucche, scrofe, legna ecc. al vincitore francese che si vendicò dell’odiato nemico, ma avviò anche al secondo conflitto mondiale.

 Il testo in italiano consta di ben 423 pagine, non è nemmeno di facile lettura, e soprattutto per il contenuto che non è mai a favore del bene dell’uomo e della convivenza, ma insegue quella visione che si esprime in un unico termine: eugenetica, tanto aborrito ideologicamente, quando praticato con gli aborti selettivi tanto diffusi oggi in Italia e non solo chiaramente.

La storia insegna, se la si rispetta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

  L'eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

 

 Così si condanna il nazionalsocialismo e si stigmatizza la pubblicazione del suo testo guida, ma forse bisogna chiedersi quanto abbia comunque inciso nella visione di un desiderio di non avere problemi con persone disabili, fisici e psichici, con persone di altri gruppi estranei a quelli europei, in particolare ariani.

 Un libro che aprì alla costruzione dei Lager, dove si negò perfino l’esistenza materiale di milioni di essere umani, ma non fu l’unica negazione della dignità umana, anzi prima del Lager era nato il Gulag di matrice ideologica marxista-leninista che negava la possibilità stessa di un pensiero non conforme al potere politico e che pertanto andava relegata e rieducata, magari come di fece con il sacerdote, filosofo matematico Pavel Aleksandrovič Florenskij, fucilato dopo anni di detenzione e stessa sorte toccò al fratello Aleksandr.

 Al termine di una narrazione è anche licito allo storico porsi non solo nell’ambito di una valutazione, ma anche di alcune considerazioni che non sono “storia”, ma onestà intellettuale.

 

 La storia insegna, se la si rispetta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il Nazional-socialismo con il suo testo guida, ben conosciuto e diffuso è la matrice di sofferenze disumane e la coscienza lo rifiuta, pur consapevole che il male può essere sempre presente, ma gridare allo scandalo per la pubblicazione di questo testo è eccessiva soprattutto da parte di coloro che per anni e ancor oggi nei loro pensieri, coltivano visioni del mondo anch’esse negatrici della dignità umana. È quindi compito dell’onestà chiarire tutto ciò e se si vuole stigmatizzare chi nega l’uomo e lo uccide, allora non deve aver timore di negare valore anche a quell’ideologia e ai suoi testi che nel nome illusorio di uguaglianza, libertà e benessere, hanno eliminato fisicamente, moralmente milioni di persone e non facciamo finta di dimenticare che l’ultimo capoverso de Il manifesto del Partito comunista di K.Marx e F. Engels che afferma la violenza come arma politica e per favore non s’ignori il ponderoso volume Il libro nero del Comunismo, Milano, Mondadori, 1997, stigmatizzando il lager, ma tacendo sul gulag.

 La storia insegna, se la si rispetta (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

I gulag in Unione Sovietica

 

nr. 23 anno XXI del 18 giugno 2016

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