NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Unica libertas

di Italo Francesco Baldo

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Unica libertas

“La sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo,

purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca”.

(John Stuart Mill)

 

L’elaborazione intorno alla libertà ha nel pensatore inglese John Stuart Mill un riferimento importante e preciso con il suo saggio On Liberty, iniziato a Napoli nel 1855 e pubblicato nel 1858(tr. it S. Magistretti, Prefazione G. Girello e M. Mondadori, Milano, Net, 2002). La sua riflessione intorno a questo tema è entrata nella definizione più comune della libertà stessa. Infatti, l’espressione che definisce quest’importante condizione dell’uomo è: ”la mia libertà finisce là dove inizia quella degli altri”, ma, a differenza, precisiamo subito, di quanto afferma Stuart Mill, la libertà è intesa come quella “della volontà”(faccio quello che voglio), mentre il filosofo, lo precisa all’inizio del suo saggio, elabora “la libertà civile, o sociale: la natura e i limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull’individuo" (ivi, p.3).

Il testo, cui lo stesso Autore attribuiva grande valore, “sopravvivrà più a lungo di qualsiasi altro mio scritto". (Autobiografia, a cura di F. Restaino, Bari, Laterza, 1976, p.197) può essere considerato il manifesto del liberalismo ottocentesco, contrapposto alla visione sociale del positivismo di A. Comte, che viene criticato(cfr. On Liberty, op. cit. p. 17).

La libertà è un tema che proprio nell’ambiente inglese di metà ottocento avrà un importante dibattito che maturerà soprattutto nel problema della “libertà di coscienza”, affermata, obiettivo polemico classico dell’anglicanesimo, contro i papisti, il dogma dell’infallibilità pontificia quanto il papa definisce una dottrina sulla fede o sui costumi diversi da tenere da tutta la chiesa; cfr. Costituzione dogmatica del Concilio vaticano I Pastor Aeternus approvata il 18 luglio 1870.

L’importante saggio di Stuart Mill ci apre le porte ad una visione nuova, che tanto successo avrà nel mondo anglosassone in campo sociale e statale ed è l’apice di quel dibattito che maturò nel mondo inglese a partire dal Cinquecento con vari esponenti(cfr.Il Grillo parlante, in “La domenica di Vicenza”, nr. 12 anno XIX del 29 marzo 2014, parte XII). I

Unica libertas (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 

John Stuart Mill

 

John Stuart Mill (Londra 1806 - Avignone 1873), filosofo ed economista, ebbe uno sviluppo intellettuale fin dalla più tenera età sia nelle scienze sia nello studio dei classici greci e latini. Non trascurò certo la filosofia e prestò sempre attenzione ai pensatori inglesi, quelli della corrente empirista, in particolare a J. Bentham (1748-1832), il padre dell’utilitarismo. Eccelse anche negli studi sugli economisti inglesi, in particolare D. Ricardo(1772-1823), molto studiato e criticato anche da K. Marx(1818-1883). Fin da giovane fu annoverato tra “i radicali” che promuovevano una riforma in senso democratico del Regno Unito, che doveva essere adeguato alle nuove condizioni d che l’economia industriale aveva dettato alla società.

In campo filosofico cercò di rinnovare i contenuti filosofici, com’è prova proprio il saggio On Liberty. Approfondì anche la logica (cfr. System of logic (tr.it. a cura di M. Trinchero, Introduzione di F. Restaino, Torino, UTET, 1988) e i suoi lavori sono considerati alla base degli studi successivi per tale disciplina, che doveva sempre essere in stretto collegamento con il mondo empirico, dal quale e sola dal quale traeva la propria ragion d’essere. Non una visione della scienza nel senso kantiano, ossia del trascendentale (le forme della conoscenza sono a priori) e nemmeno quelle che affermavano strutture extra-empiriche, come il principio di causalità aristotelico, sostituito da quello della costanza di antecedente e conseguente, come avviene nel mondo empirico, senza la pretesa di individuare cause invariabili e fondamentali.

Apprezzò la filosofia di A. Comte, ma non ne condivise la prospettiva sociale e la sua elaborazione in campo economico, maturata nel 1848 nei Principles of political economy. Con il concetto di distribuzione della ricchezza determinato dalle condizioni storiche, instaurò un preciso confronto con le teorie socialiste, sia quelle degli utopisti sia quelle marxiane, ma non condivise le prospettive rivoluzionare, favorendo invece un preciso processo di revisione della partecipazione democratica del popolo agli organismi statali in una visione equilibrata, frutto anche di un preciso processo educativo e morale. I saggi etico-politici sono importanti per comprendere questa prospettiva e merita di essere ricordato anche il suo interessamento, tra i primi, per la condizione femminile: La servitù delle donne tr. it. e Prefazione di A. M. Mozzoni, Lanciano, R. Carabba, 2011. Il filosofo considerava la condizione di subordinazione della donna solo come il frutto di pregiudizi sociali e addirittura biologici cui bisognava porre rimedio con nuove prospettive culturali, e educative e sociali nel campo anche del diritto.

Unica libertas (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Mill sviluppò per la prospettiva sociale una sorta di aggiornamento delle tesi di J. Bentham e considerò non solo l’aspetto quantitativo del piacere, ma anche quello qualitativo e soprattutto del piacere intellettuale, dei sentimenti morali comuni all’umanità. In tale direzione va letto il saggio On liberty, uscito nel 1859, dove la libertà è intesa sempre come possibilità di progresso umano e sociale, quasi una sorta “di religione” dell’umanità come l’aveva intuita A. Comte, ma senza quella prospettiva di farne quasi una sorta di chiesa.

Il contributo di Mill alle tesi del liberalismo è importante e privilegia l’uomo nella sua realtà storica, ma non lo riconduce alla sola dimensione materiale, a differenza di K. Marx, perché ha in ogni modo una visione “umanistica” dove l’uomo è al centro anche dello Stato, che non può pretendere dai suoi cittadini l’essere docili strumenti nelle sue mani, come affermerà proprio il totalitarismo originato dalle teorie politiche marxiste o affini con i loro “socialismi”, variamente declinati.

 

On liberty

Il saggio fu pubblicato dopo una f gestazione di tre anni nel 1858, è un testo destinato alle “persone colte” non agli specialisti, in altre parole a quel ceto sociale che nell’Inghilterra vittoriana faceva opinione. Il tema era quanto mai di attualità per il mondo inglese, che nel boom industriale si chiedeva anche quale dovesse essere il ruolo dello Stato nei confronti degli individui che lo componevano. La risposta è chiarita da Mill fin dalle prime righe, perché egli non intende analizzare “ la libertà della volontà”, ma “la libertà civile o sociale: la natura e i limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull’individuo”(Saggio sulla libertà, op. cit. p.3). Lo Stato, la collettività può interferire sulla libertà dell’individuo solo al fine di proteggersi e null’altro. Questo principio è proprio dell’uomo, anche se spesso è condizionato da molteplici cause(opinioni, desideri umani, pregiudizi superstizioni, passioni sociali e antisociali come l’invidia o l’arroganza) e spesso è influenzato dalla classe dominante. Infatti, “dovunque vi sia una classe dominante, la morale del paese emana, in buona parte, dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità di classe” come fu tra Spartani e Iloti, ad esempio(ivi, p.9). La condizione storica determina le sovrastruttura morali, ma non può essere “eterna” perché l’istanza di libertà individuale è più forte, riguarda l’individuo e soltanto lui, ”se riguarda anche altri, lo è con il loro libero consenso e partecipazione volontariamente espressi e non ottenuti con l’inganno". (ivi, p15).

Con grande chiarezza Mill sostiene che la libertà riguarda soltanto l’individuo: questa, quindi, è la regione propria della libertà umana. Comprende innanzitutto, la sfera della coscienza interiore, ed esige libertà di coscienza nel suo senso più ampio, libertà di pensiero e sentimento, assoluta libertà di opinione in tutti i campi, pratica o speculativo, scientifico, morale o teologico". E ciò pubblicamente(ibidem), tanto che “la sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a modo nostri, purché non cerchiamo di privare gli altrui del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca. Ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale. Gli uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri". (ivi, p.16)

Un così chiaro manifesto del liberalismo non fu mai scritto, esso contempera non una dimensione sociale come fondamento dell’uomo, ma l’individuo che non si associa, ma delega alla magistratura, lo Stato è una Magistratura nella visione di Mill, solo la protezione della propria libertà da danni che altri le possono causare.

Lo Stato non è datore di diritti, come nelle visioni dello Stato etico di origine hegeliana; esso non “fornisce” e stabilisce le condizioni di esercizio della libertà, ma l’individuo, il regnicolo, è a se stesso sovrano, e solo a lui competono le decisioni relative alla propria sfera e con il consenso con quella degli altri. Lo Stato interviene al fine di proteggere la sfera libera individuale da “attentati” o azioni negatrici.

Tutto è per ogni individuo espressione della sua individualità, non ci possono essere limitazioni a priori. La libertà di stampa deve essere totale in tutte le possibili opinioni; con tipico sprezzo anglicano, considera che perfino la chiesa cattolica “la più intollerante di tutte” (ivi, p.25) esamina e mette in luce con cura nelle canonizzazioni tutte le possibile “pecche” e con l’avvocato del diavolo dubita della bontà del possibile futuro santo.

Nessun giudice può negare la possibilità di opinioni le più varie; l’esempio di Socrate e della sua condanna sta sempre vicino a noi per ammonirci a non negare la libertà d’opinione e di renderla pubblica. Il fine di svelare al mondo qualcosa che lo riguarda da vicino è importante, ma com’è possibile divulgarle, così non si può imporre agli individui qualcosa che sia contrario alla loro libertà di coscienza. che è l’arbitro assoluto della vita. Nessuna opinione deve essere disprezzata, perché ognuna ha la sua ragione di essere nell’individuo e l’autentica tolleranza parte da questo presupposto: ogni individuo ritiene vero quello che ritiene tale egli altri debbono considerarlo valido anche se diverso dal proprio modo di intendere il mondo e lo Stato riconosce ciò e lo protegge.

Alle proprie opinioni individuali seguono le proprie individuali azioni e solo “gli atti di qualunque tipo che senza causa giustificata danneggiano altri possono essere controllati, e nei casi più importanti devono assolutamente esserlo, dai sentimenti a essi sfavorevoli, e, quando sia necessario, dall’intervento attivo degli uomini. La libertà dell’individuo deve avere questo limite: l’individuo non deve creare fastidi agli altri. Ma se evita di molestare gli altri nelle loro attività, e si limita ad agire secondo le proprie inclinazioni e il proprio giudizio nell’ambito che lo riguarda, le stese ragioni che dimostrano che l’opinione deve essere libera provano anche che gli si deve consentire, senza molestarlo, di mettere in pratica le proprie opinioni a proprie spese. Gli uomini non sono infallibili; le loro verità sono per la maggior parte delle mezze verità; l’umanità a meno che non sia il risultato del più completo e libero confronto di opinioni opposte, non è auspicabile, e la diversità non sarà un male ma un bene fino a quando gli uomini non saranno molto più capaci di riconoscere tutti gli aspetti della verità: questi principi sono applicabili alle azioni altrettanto che alle opinioni”(ivi, pp.64-65).

Unica libertas (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

Io stabilisco dove andare

 

Non vi è quindi un uomo che per natura sia ”animale sociale” come lo definiva Aristotele nella Politica(1252°0: ”L’uomo è per natura un essere sociale, e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo, come anche quello che è biasimato da Omero: “empio senza vincoli sociali”; infatti, un uomo di tal fatta desidera anche la guerra. Perciò, dunque, è evidente che l’uomo sia un essere sociale più di ogni ape e più di ogni animale da gregge". Per Mill esiste solo l’individuo e il suo aggregarsi dipende dalla sua volontà perché: "il libero sviluppo dell’individualità è uno degli elementi fondamentali del bene comune, che non solo è connesso a tutto ciò che viene designato da termini come civiltà, istruzione, educazione cultura, ma è di per se stesso parte e condizione necessaria di tutte queste cose". (ivi, p.65).

È il radicale superamento di tutte le teorie contrattualistiche sia quelle riferibili a T. Hobbes sia a quelle di J. Locke. Esistono individui che sviluppano per sé la propria esistenza, incontrandone altre, ognuno agisce per la propria, ma non può negare o limitare quella altrui salvo che non vi sia un danno per la propria. A sovrintendere a questa dinamica interindividuale la magistratura, lo Stato. Non esistono doveri, come per la teoria calvinista per la quale tutto è dovere, tanto che “ tutto quello che non è dovere è peccato". (ivi, p.71), ma libertà individuali che operano nel mondo a proprio arbitrio anche quello che è saggio e nobile è iniziato da uno solo (ivi, p.77), ma lo è anche il male. In questo secondo caso lo Stato interviene, ma solo e soltanto se nuoce a qualcun altro. Infatti il vivere in società impone degli obblighi, che però debbono essere ripagati; i principi del vivere insieme sono:

1. Non danneggiare gli interessi reciproci, o meglio certi interessi che, per esplicita disposizione di legge o per tacito accordo, dovrebbero essere considerati diritti.

2. Sostenere la propria parte(da determinarsi secondo principi equi) di fatiche e sacrifici necessari, per difendere la società o i suoi membri da danni e molestie.

 

Non vi è un fine morale, come in quegli anni prospettava A. Rosmini nel suo saggio La società ed il suo fine(Milano, Boniardi-Pogliani, 1849) e che consisteva nel “bene vero ed umano(ivi, p.84), ma un tacito accordo a non “farsi del male” o meglio a non interferire nelle opinioni ed azioni di altri individui. È vero che Mill riconosce “il reciproco dovere di aiutarsi a distinguere il bene dal male, e incoraggiarsi a scegliere il primo e evitare il secondo” “Saggio sulla libertà, p.87), ma questa mutualità, promossa anche dall’educazione, non è assolutamente vincolo totale per l’individuo, cioè non ha vera natura morale. Non a caso “i cosiddetti doveri morali verso di sé non sono socialmente obbligatori, a meno che le circostanze non li rendano contemporaneamente doveri verso gli altri”(ivi, p.90), ma si tratta di circostanze, non di autentici doveri.

Nessuno può violare la libertà privata, infatti:

  1. L’individuo non deve rendere conto alla società delle proprie azioni nella misura in cui esse non riguardano gli interessi di altri che lui stesso.

  2. L’individuo deve rendere conto delle azioni che possono pregiudicare gli interessi altrui, e può essere sottoposto a punizioni sociali o legali se la società ritiene le une o le altre necessarie per proteggersi, come nel caso del commercio che è un atto sociale, perché la cosiddetta” dottrina del libero scambio ha principi diversi da quelli del principio della libertà individuale (ivi, p.108 e p.109).

 

Una parte importante nel progetto di ben costruire la libertà individuale, lo ha l’educazione, dove non è il fine morale che importa, ma la salda costruzione della libertà individuale consapevole dei principi enunciati. L’indicazione è oltremodo importante: “gli esami riguardanti religione, politica o altri argomenti controversi non dovrebbero vertere sulla verità o falsità delle varie opinioni, ma sul fatto che date opinioni sono sostenute, in base a date argomentazioni, da dati autori, scuole o chiese".

 

Nota: un interessate applicazione di questa indicazione è costituita dai testi scolastici di G. Boniolo e del vicentino P.Vidali Argomentare: corso di filosofia, Milano, Ed. scolastiche B. Mondadori, 2002, 3 voll.

 

Lo Stato non deve però interferire troppo e viene sempre e comunque privilegiata l’attività individuale, tanto che se un’azione “ha la probabilità di essere compiuta meglio da singoli individui che dal governo” allora essa va esatta dall’individuo, tanto che è auspicabile che venga compiuta come” mezzo di educazione intellettuale”anche se si manifestino delle difficoltà di esecuzione (ivi, pp.125-26). Infine “la terza e più valida ragione per limitare l’interferenza dello Stato è la grande sciagura costituita da un’inutile estensione del suo potere”(ivi, p.127), che limita la libertà dell’individuo e ciò perché “il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono; e uno Stato che agli interessi del loro sviluppo e miglioramento intellettuale, antepone una capacità amministrativa lievemente maggiore, o quella sua parvenza conferita alla pratica minuta; uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini d benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire". (ivi,p133)

È la Conclusione del Saggio sulla libertà, che evidenzia come solo la libertà dell’individuo sia il vero motore della vita anche di quella comune. Lo Stato ridotto a magistratura non ha un preciso fine, se non quello di garantire l’individuo e la sua libertà

(cfr. S. Raneli, Guida allo studio di Sulla libertà di John Stuart Mill in “Il Giardino Dei Pensieri - Studi di Storia della Filosofia”, Settembre 2009).

 

Conclusione

Il saggio di John Stuart Mill è un vero inno alla libertà individuale, intesa come civile o sociale. Nell’esercizio della libertà non vi debbono essere condizionamenti o ostacoli, perché ciascuno pensa e fa quello che ritiene benessere per la sua esistenza, lo Stato assume un ruolo ridotto e interviene solo se vi è un palese danno di un individuo nei confronti di altri. La sua sfera d’azione è limitata e soprattutto l’esercizio della libertà individuale è “a spese” dell’individuo non della collettività, come un’errata frammistione di statalismo e liberalismo, oggi tanto di moda nei partiti o movimenti italiani, viene proposta come nuovo orizzonte di realizzazione dello Stato, si legga in questo la proposta del reddito di cittadinanza.

Infine né l’individuo né tanto meno lo Stato hanno un fine morale, perché la morale non è che il frutto di circostanze storiche e politiche, sovrastruttura la chiamerà nel 1859 K. Marx nell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica, aggiungendo però che il vero condizionamento è l’economia, cosa alla quale Mill accennò, tanto da essere considerato “un semisocialista”. In realtà Mill appartiene a quella correnti di liberalismo che non ha il suo fondamento nella visione di J. Locke, ma piuttosto in quella della visione che esista solo il singolo individuo e che a lui sia demandato ogni realtà. Non è una visione “anarchica” come la chiamerebbe il Moro di Treviri, ma solipsistica che si pone da sé dei limiti nei confronti di altri, prima che glieli presenti lo Stato.

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Ognuno è il sole, ma solo a casa sua

 

J. Stuart Mill propone il modello del quieto vivere, facendo quello che si desidera nella carne e nello spirito, senza invadere la sfera altrui o sociale. Nessuno può giudicare, dato che non è una verità e le semiverità umane sono sostenute sofisticamente per argomentazione e non per criterio di verità. Questo è il modello e in questo l’uomo, soprattutto se genio, può respirare la propria libertà, eliminando quel mondo che è lo stesso per tutti e che finisce per negare proprio la vera condizione con la quale deve esistere l’individuo: la libertà.

 

nr. 26 anno XXI del 9 luglio 2016

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