NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
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Il grillo parlante: Liberi dal lavoro

di Italo Francesco Baldo

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Il grillo parlante: Liberi dal lavoro

K. Marx e F. Engels

Parte XXV

 

Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna”

(K. Marx, Il capitale, vol. III)

Introduzione

L’ottocento è il secolo che vede nascere con K. Marx e F. Engels la forma moderna di comunismo, che si pone fin dai suoi esordi contro la visione idealistica della libertà quale aveva teorizzato G.F.W. Hegel, che fu pure loro riferimento filosofico, sia quella teorizzata dai liberali inglesi in campo sociale ed economico. Il tema della libertà non verrà elaborato dai fondatori con specifiche opere, esso, però è rintracciabile ne La questione ebraica, ne Il manifesto del Partito Comunista e ne Il capitale, vol. I e III e per Engels in particolare nell’opera Anti-Dühring.

L’importanza storica del comunismo, di là dai giudizi che se ne possono dare, è riconosciuta proprio per le realizzazioni che, in suo nome, hanno trovato, soprattutto nel Novecento con V. U. Lenin e J. Stalin (ricordiamo i corollari italiani A. Gramsci e P. Togliatti) una realizzazione politica a partire dalla fondazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In molti altri Stati il comunismo ha avuto grande influenza e ha determinato tensioni politiche, in alcuni è diventata la realtà stessa dello Stato, come i nei paesi dell’Europa dell’est, ma anche in Asia, (Cina, Corea del Nord, Vietnam) e in America (Cuba). In ogni dove il comunismo richiama i suoi fondatori, che nelle loro elaborazioni nulla hanno a che vedere con quello antico, di Platone o quello cristiano delle prime comunità o degli ordini religiosi che fanno voto di povertà. La differenza è che tutti questi ricordati hanno a proprio fondamento la dimensione etica, che invece quello ottocentesco non ha per stessa dichiarazione dei fondatori. Nemmeno con le variegate correnti del socialismo nato tra settecento e ottocento il comunismo marxista-leninista ha a che spartire. Infatti, proprio la qualifica dispregiativa di “socialismo utopistico” fu affibbiata a H. de Saint Simon, R. Owen, P.J. Proudhon proprio da chi propose un comunismo, qualificato come “ scientifico”, in opposizione a quelle elaborazioni.

È facile, come vedremo, tracciare la linea del pensiero di K. Marx, seguendo con semplicità proprio l’ordine con il quale scrisse le sue opere. Difficilissimo invece considerare tutte le interpretazioni che ne sono state fatte. Possiamo affermare che ogni movimento, partito, gruppo abbia proposto la sua linea di lettura del pensiero marxiano, in una “babele”, dove vi è di tutto e di più, perfino negli anni della contestazione del 1968 una visione “nazimaosita” che univa il nazionalsocialismo di A. Hitler con la visione politica di Mao Tse Dong, un ircocervo! Ad esso si uniscono ben altre 300 visioni, senza contare quelle degli intellettuali che più dell’analisi scientifica di Marx de Il Capitale, hanno elaborato, soprattutto in Italia, una filosofia marxista, a partire dall’italiano A. Labriola e i suoi Saggi intorno alla concezione materialistica della storia: (in memoria del manifesto dei comunisti), Roma, E. Loescher, 1895. Forse con questa visione il padre del comunismo non sarebbe certo stato in sintonia, ma ciò è il gioco della storia che con le interpretazioni da un lato fa proprio il pensiero di un Autore e dall’altro tende a farne “altro” da quello che un ulteriore interprete farebbe.

Ciò che è importante del pensiero di Marx, come vedremo per il nostro proposito, è che la libertà quale era stata fino allora elaborata, non è accettata dal pensatore perché considerata come esito di una visione liberale di tipo economico ed incapace di approdare a quella liberazione dalle necessità che è lo scopo cui tende il comunismo. Ciò attraverso una rivoluzione di tutte le relazioni esistenti tra gli uomini, proprio perché determinate dalla necessità e dalla storia della società “che è stata la storia di lotte di classe… La borghesia ha distrutto i rapporti feudali, patriarcali, idillici, dovunque abbia preso il potere…Essa ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio, e al posto delle innumerevoli libertà patentate e ben meritate ha affermato l’unica libertà, quella di commerciare, una libertà senza scrupoli". (K. Marx, F. Engels, Il manifesto del partito comunista, p., 5 tr. it. L. Caracciolo, Introduzione L. Colletti, Milano, S. Berlusconi Ed., 1999, p.5 e pp.9-10).

Per questo motivo “i lavoratori moderni, i proletari…” debbono contestare il mondo del lavoro industriale e attraverso una presa di coscienza chiara dell’antagonismo delle classi, della loro condizione abbattere il capitalismo e costruire un nuovo mondo (cfr. ivi, p.19 e p. 76).

Questa strada porterà alla liberazione dalla necessità e, ma qui i dubbi sono molti e le verifiche storiche non danno certo ragione, ci sarà la vera libertà. Non si tratta di utopia, ma di un cambiamento epocale che verrà costruito dai protagonisti stessi. Lenin, il grande rivoluzionario russo, opererà questa mutazione della società, i cui esiti conosciamo, anche se non del tutto. Il rivoluzionario attuare una sistematica eliminazione, nei gulag o con i fucili di tutti coloro che non “ pensavano alla Lenin” e in questo Stalin proseguì la sua opera, e quando non era possibile l’internamento per la rieducazione, si operava con la sistematica denigrazione dell’avversario; cosa proseguita perfino dagli epigoni del ventunesimo secolo.

 

K. Marx

La vita di K. Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883) si svolse tra la Germania, la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. La sua formazione è essenzialmente filosofica e sulla scia del dibattito che Hegel aveva inaugurato e che aveva trovato in L. Feuerbach un’elaborazione originale. Per la biografia del pensatore rimandiamo, tra le tante, a quella di F. Mehring, Vita di Marx, tr. it F. Codino e M. A. Manacorda, Prefazione di E. Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1972; ed. recente Rimini, Shake, 2012.

Merita di essere ricordata la tesi dottorale: Differenze tra le filosofie naturali di Democrito ed Epicuro con un’Appendice (dedicata alla critica della polemica plutarchea contro la teologia di Epicureo. Premessa. La Dissertazione era dedicata a Ludwing von Westfalen, un aristocratico che era consigliere segreto del governo prussiano. Il giovane Karl si era fidanzato con la figlia Jenny, alla quale dedicava poesie e che sarà la sua buona moglie.

Il testo rivela già un giovane capace e ben intenzionato nella prospettiva di una riflessione intorno all’uomo e ad una critica contro Dio. Ne fa fede la chiusa della Prefazione dedicata ai versi del prometeo di Eschilo (vv.966-969): ” …Io, t’assicura, / non cangerei la mia misera sorte/ con la tua servitù (di Ermete). Meglio d’assai/ lo star qui ligio a questa rupe io stimo/ che fedel messaggero esser di Giove".

Non seguì il giovane però la via della ricerca filosofica in campo accademico, ma si dedicò quasi subito all’attività giornalistica nell’analisi delle condizioni materiali del popolo (i vignaioli del Reno e della Mosella e d sul problema del divorzio tra i tanti) e all’approfondimento di alcuni temi filosofici, in particolare l’ambito della critica alla religione come l’aveva sviluppato L. Feuerbach e alla critica del pensiero hegeliano. Del “torrente di fuoco”(feuer-bach) prese la critica alla religione come elemento decisivo per il ritorno dell’uomo a se stesso. L’uomo alienato in Dio non sa della propria umanità, ma se ha coscienza dell’essenza antropologica di Dio, allora egli si libera, si emancipa come dirà ne La questione ebraica. Ma alla fine nemmeno il filosofo di fuoco soddisferà alla riflessione marxiana, anche lui troppo pensatore. Nell’XI tesi su Feuerbach con chiarezza Marx delinea, criticando il pensatore, la sua prospettiva: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo”.

Proprio da qui possiamo tracciare l’itinerario intellettuale del pensatore di Treviri. Dapprima ha criticato in termini filosofici la religione, poi in termini politici sia la religione sia la filosofia, infine con la critica dell’economia politica sia la politica sia la filosofia sia la religione. Da Il capitale inizia la storia del marxismo, ma quest’opera di cui Marx editò solo il primo volume, mentre gli altri due furono curati e pubblicati da F. Engels. Purtroppo, come abbiamo detto sopra, non sarà l’opera maggiore ad essere considerata, ma quelle “filosofiche” e si parlerà di una concezione materialistica della storia, come fondamento dell’intera elaborazione. Basti verificare come gli studi su Il capitale siano pochi, rispetto a quelli sul pensiero filosofico. Come si ricorda sono più i capitalisti a studiare il Marx “economista” che non i marxisti, impegnati soprattutto nel fronte politico nella realizzazione della rivoluzione oppure di studi sugli aspetti appunto filosofici del pensiero cui pone capo la stessa riflessione marxiana sull’economia politica, relativa al capitalismo ottocentesco e alla struttura sociale di quell’epoca.

Fu fatto solo qualche tentativo durante gli anni Settanta del secolo scorso di riprendere in mano l’analisi de Il capitale, ma poco è stato elaborato, domina sempre la prospettiva ideologico/politica di movimenti, gruppi o partiti che si richiamano a Marx e alle riflessioni che da lui promanano. (cfr. AA. VV., Marx. Vivo, a cura di M. Spinella, Milano, Mondadori, 1969, 2 voll., che raccoglie i contributi di studiosi di tutto il mondo, pronunciati a Parigi nel maggio del 1968: dum consulitur, Lutetia expugnatur... a discipulis; segnaliamo tra i tanti quelli di A. Negri, Crisi dello Stato-piano: comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Firenze, Edizioni CLUSF, 1972 e di U. Curi, Sulla scientificità del marxismo, Milano, Feltrinelli, 1975, molto criticato da R. Tosi su “L’unità” del 10 aprile 1975, p.8).

Il pensiero di Marx ha la sua più chiara, seppur breve, esposizione completa con annotazioni biografiche nel 1859, nello scritto Per la critica dell’economia politica, dove nella Prefazione precisa:

“La mia specialità erano gli studi giuridici, ma io non li coltivavo se non come disciplina subordinata, accanto alla filosofia e alla storia. Nel 1842-43, come redattore della Rheinische Zeitung fui posto per la prima volta davanti all'obbligo, per me imbarazzante, di esprimere la mia opinione a proposito di cosiddetti interessi materiali. …

Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una controllo critica della filosofia del diritto di Hegel, lavoro di cui apparve l'introduzione nei Deutsch -französische Jahrbücher, pubblicati a Parigi nel 1844. La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere comprese né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza il cui complesso è abbracciato da Hegel, seguendo l'esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di "società civile"; e che l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica. Avevo incominciato lo studio di questa scienza a Parigi, e lo continuai a Bruxelles, dove ero emigrato in seguito a un decreto di espulsione del sig. Guizot. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza".

 

La struttura materiale della vita degli uomini produce la sovrastruttura filosofica, etica, addirittura artistica e quindi solo dalla conoscenza scientifica dei fenomeni materiali, rapporti di produzione, non considerati ideologicamente come facevano gli economisti classici inglesi (ricordiamo solo D. Ricardo 1772-1823, A. Smith 1723-1790 e R. Mathus), perché, citando Dante: “qui si convien lasciare ogni sospetto/ Ogni viltà convien che qui sia morta". (Divina Commedia, Inferno canto III, vv-10-12).

 

La libertà e coscienza

Ogni concezione della libertà, della coscienza non sono che derivazioni della struttura economica e quindi esse non hanno in verità alcun valore, se non quello che serve alla classe dominante per imporre il proprio potere". Le idee di libertà di coscienza e di libertà religiosa servirono a proclamare il principio della libera concorrenza nel campo coscienziale (in altre edizione della conoscenza) ” (K. Marx-F. Engels, Il manifesto, op. cit. p. 47)

La libertà potrà apparire solo e soltanto se avverrà un autentico ribaltamento della società e della sua struttura economica. Questo fu espresso da Marx fin dal 1843 ne La questione ebraica (tr. it. R. Panzieri, Roma, Editori Riuniti, 1969² p. 81 e p. 82): ”Ebbene. L’emancipazione dal traffico e dal denaro (il geloso Dio d’Israele, il Dio mondano degli ebrei dice sempre Marx), dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo… L’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è l’emancipazione dell’umanità dal giudaismo” Solo un’emancipazione politica quindi è vera emancipazione umana perché è dissoluzione della vecchia società, sulla quale riposa l’essenza dello Stato estraniato dal popolo, la potenza sovrana. La rivoluzione politica è la rivoluzione della società civile( ivi, p.75). Infatti non sono gli astratti diritti dell’uomo e del cittadino che ammettono (cfr. Costituzione francese del 1793) la libertà dell’egoismo con la proprietà, ma solo se riconosce la proprie forze come forse sociale “ e perciò non separa più da sé la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta". (ivi, p.79.

 

Nota: certo una visione negativa degli ebrei che il comunismo ha portato con sé (cfr. il mio “Ma il marxismo e il nazionalsocialismo con motivi diversi furono contro gli ebrei”, Il Giornale di Vicenza" 55 (2001), n.183, p.33.

 

Dal tema dell’emancipazione degli ebrei che da questione teologica deve diventare questione mondana, politica, Marx elaborerà quella visone di liberazione dal lavoro capitalistico e della società che ne è la sovrastruttura e questa si riassume nell’abolizione della proprietà dei mezzi di produzione (terreni, industria, banche ecc.) e di ogni proprietà ma prima di tutto: “Prima si tratta certamente di abolire la personalità, l’indipendenza e la libertà del borghese". (ivi p. 38) e quindi “Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente – solo con il rovesciamento violento e interventi dispotici (ivi, p.49, p.50 e p.78 per i corsivi), come ben riassunto nei 10 punti (ivi, pp. 50-51).

 Il grillo parlante: Liberi dal lavoro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 

Giuseppe Polizza da Volpedo, La marcia del quarto stato.

 

Nel mondo che verrà “al posto della vecchia società borghese con le sue classi e le sue contrapposizioni di classe, subentra un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti” (ivi, p.52). Da queste parole inizia la storia della realizzazione del comunismo. che tante masse di popolo attirerà e attira ad oggi nel nome dell’abolizione della proprietà e della libertà, quella che Robespierre, così apprezzato da Marx. Realizzò con la ghigliottina e il comunismo con i gulag e soprattutto con quella aristocrazia delle avanguardie intellettuali e operaie che hanno guardato e guardano coloro che non pensano come loro, come nemici da eliminare in tutti i modi come ha ben delineato in tempi recenti A. Negri nel suo saggio Il dominio e il sabotaggio, Milano, Feltrinelli, 1978, p.58, quando afferma la necessità dell’intensità rivoluzionaria, l’unica che con il sabotaggio “organizza l’assalto proletario al cielo. E finalmente non ci sarà più quel maledetto cielo!”(ivi, p.71):”.

 

Accanto a K. Marx, vi è il suo amico, l’industriale tessile F. Engels, (Barmen, 28 novembre 1820 – Londra, 5 agosto 1895). Fin da giovane, a 19 anni, si preoccupa della miseria e delle terribili condizioni degli operai, scrivendo le Lettere dal Wuppertal. Gli studi lo portano a considerare che i Vangeli sono solo miti, privi di validità storica, come aveva sostenuto D.F. Strauss nella sua La vita di Gesù e i cui presupposti erano già in Hegel come si saprà alla pubblicazione dell’opera giovanile Vita di Gesù e si avvicina alla filosofia di Hegel che però criticherà come pure la filosofia di Schelling. Raggiunta Londra, per occuparsi degli affari dell’industria di famiglia, produce il suo primo importante scritto Lineamenti di una critica dell'economia politica (Roma, Edizioni Samonà e Savelli, 1971), che invia alla rivista “Deutsch-französische Jahrbücher”, diretta da Marx e A. Ruge (1802-1880). Conosce Marx e con lui intesse una relazione di studi, di pubblicazione insieme e di amicizia che durerà tutta la vita. Engels sottolineerà sempre la prospettiva che l’analisi dell’economia politica è la chiave per comprendere la società e i suoi studi saranno orientati in tale direzione. Engels certamente fece interessare Marx alla critica dell’economia politica. Accanto a ciò anche un’intesa attività organizzativa del nascente movimento degli operai, soprattutto a partire dalle rivoluzioni del 1848 che proseguì sino alla morte.

Il suo contributo alla riflessione filosofica è la concezione del materialismo dialettico, elaborata contro il pensatore positivista e socialista Karl Eugen Dühring (1833-1921), che sosteneva la tesi che la materia fosse il sostrato di tutto, l’essere cui riferirsi e le sue leggi sono le leggi del pensiero. Engels sostenne invece nel suo celebre Anti-Dühring (a cura di V. Gerratana, Roma, editori Riuniti, 1971²) che il modo di esistere della materia, cui appartiene integralmente l’uomo, è il movimento e questo movimento è dialettico. Engels elabora quindi le tre leggi del movimento dialettico della materia

  1. la legge della conversione della quantità in qualità e viceversa;

  2. la legge della compenetrazione degli opposti;

  3. la legge della negazione della negazione.

Queste determinano anche la vita dell’uomo e il suo progresso. Comprendendo la necessità naturale di queste leggi si costruisce la vera relazione con la natura e con gli uomini: Questa è la libertà e sulla scia di Hegel, Engels scrive:”La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza delle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l’esistenza fisica e spirituale dell’uomo stesso: due classi di leggi che possiamo separare l’una dall’altra tutt’al più nell’idea, ma non nella realtà: Libertà del volere non significa altro perciò che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie,sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali: essa è perciò necessariamente un prodotto dello sviluppo storico". (ivi, p.121)

In realtà un misto di materialismo storico e visione positivista della natura, che Dühring aveva considerato per la libertà frutto di conoscenza razionale e determinazioni istintive (ivi, p.120); Engels considera invece che la natura stessa sia razionale e dotata di leggi razionali, quindi non vi è arbitrio, ma consapevolezza e nella storia questa consapevolezza produce progresso. “Alla soglia della storia dell’umanità sta la scoperta della trasformazione del movimento meccanico in calore, la produzione del fuoco per sfregamento…un’azione liberatrice superiore a quella della macchina a vapore". (ibidem).

Il materialismo dialettico ebbe successo soprattutto in Lenin che se ne servì contro lo scienziato e socialdemocratico e buon violinista E. Mach (1838-1916) da lui considerato “un violino delirante”, sempre meglio, leninianamente, offendere. In Unione Sovietica durante il periodo staliniano, fu la concezione fondamentale cui dovevano riferirsi gli scienziati, che non considerarono la Teoria dei quanta, perché si fondava sulla possibilità che il tempo eguale a zero. Neppure la logica formale era accettata, perché non teneva conto della dimensione della natura e delle sue leggi. Dopo la morte di Stalin fu abbandonata, e ogni tanto, ora viene riesumata più ideologicamente che non scientificamente. Resta in ogni modo la più chiara visione della libertà nel comunismo, per questa coniugazione “dialettica” tra natura e uomo nella dimensione materiale

 

Conclusione

Certo nel nome dell’eguaglianza, della libertà quanti delitti, ma ancora oggi si fatica a considerare che il comunismo proposto da Marx e Engels, ha prodotto nel nome d’ideali, più esibiti che praticati, non è che una prevaricazione della libertà della persona e della sua coscienza, la quale può certo rinunciare ai propri beni materiali, ma questo non gli può essere imposto. (cfr. il mio La proprietà non è un furto, Roma, LUISS, 1998). La proprietà, avverte il filosofo A. Rosmini che fin dal 1846 segnalò gli errori del comunismo (Ragionamento sul comunismo e socialismo, a cura di B. Brunello, Padova, Cedam, 1948), è un bisogno morale e materiale per soddisfare il raggiungimento del fine che la libertà di una persona si propone nel quale è coinvolta e non ridotta a semplice parte inerte del tutto o la sede di diritti esercitati anche contro gli altri membri della società.

Il grillo parlante: Liberi dal lavoro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Che cosa sia la libertà per i padri del comunismo non è ben chiaro, certo si parla di emancipazione politica, di liberazione dal capitalismo, di raggiungimento di una società libera, ma la natura di questa libertà è considerata solo dal punto di vista economico e politico, ossia in una dimensione parziale dell’uomo e pertanto riduttiva che finisce, come tutti i riduzionismi, la cui natura è sostanzialmente atea, in una visione e prassi totalitaria, come è avvenuto a partire dalla Russia dal 1917, coinvolgendo molti popoli e nazioni, e vivendo ancor oggi come una sorta di psicoideologia nella quale l’analisi scientifica, storica, filosofica ecc. non hanno considerazione, ma vive di slogan o di ricordi, dimentichi che il bene della libertà è prima di tutto nella coscienza al bene nella sua massima espressione che non lede il bene di nessuno.

 

nr. 27 anno XXI del 16 luglio 2016

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