NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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I preti in fabbrica
nella Sacrestia d'Italia

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Dal Lago

Perché un libro sul 68' e i preti a Vicenza?

Dal Lago (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)"Perché pensavo che anche a Vicenza ci sarebbe stato un gran fermento di discussioni, dibattiti, ricorrenze su un passaggio epocale che, comunque lo si consideri, ha segnato una svolta nella storia. E, invece, qui da noi a Vicenza niente, e in Italia poco. Non avevo fatto i conti con il centenario della fine della Grande Guerra, che ha fagocitato ogni interesse; non avevo calcolato che più di un protagonista se n’era andato; non pensavo che tra i rimasti fossero prevalenti il disagio, il fastidio, la rassegnazione per la piega liquidatoria nei confronti di quella stagione; non immaginavo che dopo aver sognato il cielo, si dovesse tornare sotto terra. Fatto sta, che tutto quel fervore di celebrazioni sessantottine non c’è stato o, almeno io, non l’ho percepito. Io volevo soltanto battere un colpo, far presente, con un po’ di orgoglio, che c’eravamo stati pure noi del seminario. Anche tra le sue turrite mura, tetragone a ogni cambiamento, erano spirati refoli d’aria fresca. Il vento del cambiamento scuoteva la politica, la chiesa, la scuola: in seminario arrivavano spifferi fatali. Allora non sapevamo di essere nel Sessantotto. Dopo cinquant’anni ce ne siamo accorti. Perché non parlarne?"

Vicenza era chiamata la sagrestia d'Italia: oggi non è più così?

"Che Vicenza fosse la provincia più legata al e dal clero, è un luogo comune, penso, meritato. L’alleanza trono-altare era più capillare di quanto si possa immaginare. Ora si scoprono anche legami economici, finanziari; allora si pensava fossero più di natura culturale, sociale, politica. E lo si trovava normale. Chiesa e Stato concorrono al bene comune, si diceva. Il prete, depositario della verità, insegna al politico qual è il bene; il politico, che tiene la borsa, aiuta il prete, il quale ... Un circolo virtuoso, insomma. A vedere quello che c’è in giro oggi, vien quasi da rimpiangere quei tempi. Allora, almeno, un po’ di rispetto per tutti, c’era; un occhio di attenzione per i più deboli, c’era. Ora se non dai la caccia ai migranti, sei un buonista".

Chi era Zinato e oggi un vescovo così sarebbe decisamente fuori contesto?

"Chi fosse Zinato, qualcosa spero lo si capisca da quel che ho scritto nel libro. Non mi ha mai interessato saperne di più. Per dire che qualcosa di buono l’aveva fatto, si ricorda spesso la sua azione apostolica durante la seconda guerra mondiale, dopo l’Otto Settembre, quando è giunto in diocesi. Poi si legge il libro del professor Frigo, docente del seminario, partigiano, e anche quel poco viene ridimensionato. Detto questo, ritengo che nell’Italia di allora, almeno fino al Sessantotto, Zinato fosse nel contesto “giusto”. Oggi, ovviamente non lo sarebbe più, per il semplice fatto che il contesto non è più quello. Grazie anche al Sessantotto".

Lei racconta anche la storia di don Bruno Scremin, prete "sui generis" dal travagliato percorso di vita. Oggi ci sono ancora simili figure di sacerdoti?

Dal Lago (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)"No, per fortuna loro. Penso che don Bruno abbia sofferto il soffribile. Io l’ho avuto insegnante di religione in seminario, tra il ’67 e il ’68: una pentola a pressione pronta a esplodere. Personalità forte, intransigente, con se stesso e con la chiesa, che voleva per i poveri. Non poteva durare. Sono andato a sentirlo in Piazza dei Signori quando ebbe l’infelice idea (l’ha detto lui stesso) di candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del PSIUP. Stessa foga, stessa determinazione. Stesso disastro: neppure un voto, nemmeno il suo. In quella stagione del lungo Sessantotto maturarono diverse figure di buoni preti, figli della campagna e dell’officina, che si portavano dentro la cultura e le istanze dei loro padri e fratelli. Oggi mi sembra che succeda la stessa cosa. I preti, pochi, sono anche loro in sintonia con la società, solo che la società è un’altra. E anche la chiesa. Mi sembra ci siano forte spinte a tornare alle origini, solo che queste non sono quelle di Cristo, ma del concilio di Trento".

Tra i molti episodi che racconta, ce n'è uno al quale è più legato o che le sembra più significativo per comprendere il senso del libro?

"A me piace ricordare, perché ne fui protagonista unico, il rifiuto del baciamano al vescovo Zinato, noi due soli nell’ampia sala di ricevimento, lui che protende la mano languida inanellata al sacro bacio, io che gliela stringo forte. Non so se l’episodio renda bene il clima di allora (1967), però per me ha significato molto. I fatti raccontati nel libro sono un po’ tutti così, minimali, leggeri nella loro gravità. Presi uno per uno dicono poco; nell’insieme, spero, creano un po’ il clima di quegli anni".

 

Reginaldo Dal Lago è stato insegnante di Lettere alle scuole superiori. Appassionato di storia locale, ha pubblicato diversi volumi su singoli paesi della provincia di Vicenza e su personaggi minori, tra cui Vittorio Lanulfi e Luigi Turatto, di cui ha curato la pubblicazione del diario di guerra. Per Cierre ha curato, insieme ad Alberto Girardi, I Colli Berici (2015).

 

nr. 44 anno XXIII dell'8 dicembre 2018

Dal Lago (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)



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