NR. 16 anno XXIV DEL 27 APRILE 2019
la domenica di vicenza
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Dall'Alaska al romanticismo in danza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Dall'Alaska al romanticismo in danza

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

foto ROBERTO DE BIASIO

 

Si è conclusa la rassegna collaterale Danza in rete Off del Danza in Rete Festival Vicenza_Schio con una doppia piè-ce in prima nazionale messa in scena dalla compagnia Naturalis Labor. Lo spettacolo è stato suddiviso in 2 numeri diversi, il primo, “Alaska | Chopin” con 3 danzatrici e il successivo “Van Beethoven” dove si aggiunge un altro danzatore. Due numeri dalle suggestioni molto differenti che sono stati presentati al TCVI con gli spettatori sul palco. Ne abbiamo parlato con la coreografa Silvia Bertoncelli.

 

Cominciamo da quello che dicevi nell’incontro con il pubblico: il secondo numero, quello su Beethoven, lo avete realizzato in 15 giorni. È un numero molto complesso: ci sono 4 danzatori con una coreografia interattiva tra loro, c’è una introspezione molto stratificata. Quanto tempo ci hai messo per scriverlo e immaginarlo?

Dall'Alaska al romanticismo in danza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Silvia Bertoncelli: “Di solito immagino e strutturo delle idee e ho cercato di aggrapparmi a un’idea che era quella di volare sull’aria, soprattutto dopo gli ultimi lavori che avevo fatto che erano un po’ più “terreni” a livello drammaturgico, ho cercato di prendere solo un’idea e di lavorare su tutte le sfumature possibili. Poi ho cercato di lavorare da sola nella ricerca del materiale, in modo da poi essere più rapida in sala prove: questa idea dell’elica, della corrente d’aria e il suo flusso continuo che prende velocità differenti, si placa e ritorna a scorrere e a fluire. Quindi trasferire questo sul corpo e vedere quello che succedeva".

Come scrivi una coreografia, prendi appunti video?

“Ho deciso di stare fuori questa volta perché quando si è dentro c’è sempre questo doppio passaggio, attraverso i video o la sensazione personale ma non è mai la stessa cosa come guardare veramente i tuoi danzatori dall’esterno, quindi c’è sempre questo gioco di dentro e fuori quando si danza il proprio lavoro. Avevo voglia veramente di stare fuori e di trasmettere quello che io sentivo poi di lavorarlo e mallearlo veramente come un artigiano e quindi di lavorare proprio sul gruppo di danzatori e sul movimento".

Dicevi che è molto cambiato il modo di produrre un numero di danza perché fino a un po’ di tempo fa le compagnie disponevano di più sostengo e si aveva più tempo anche addirittura di distruggere una coreografia e riprenderla completamene da capo. Il modo di lavorare oggi è molto più stringato e sintetico: c’è il rischio di tralasciare qualcosa?

“C’è meno possibilità di stare sulle cose: è finito questo lavoro? Assolutamente no. C’è anche bisogno di lasciar sedimentare, se regge anche dopo un tot di tempo, vedere come si trasforma attraverso i danzatori che lo rendono proprio e che cominciano a passare altre cose rispetto a quello che gli si chiede inizialmente. È un continuo gioco di rimandi, non è solo il movimento preciso è un continuo scambio e se si ha tempo ovviamente si ha la possibilità di rivedere delle parti che non funzionano. C’è un po’ questa formula di avere dei primi studi e presentazioni, scambi con il pubblico in modo da avere dei rimandi, che è positivo, non blocchi il lavoro".

Sempre nel secondo numero su Beethoven si comincia con una coppia poi arriva un terzo personaggio che non si capisce se è divisorio o un collante, un medium che aiuta i due a comunicare meglio. Poi c’è un quarto personaggio che entra ed esce. però diciamo che nell’ambito della coppia, forse tutta l’economia visiva e drammaturgica dello spettacolo è la terza ragazza che arriva vestita di blu e rimane sempre vestita di blu.

“Per me lei è quella che sostiene un po’ le nuvole, che tiene l’equilibro tra le cose, che si appoggia su questa leggerezza e ne porta anche nel dialogo. In questo caso è una coppia ma per me potrebbe essere veramente anche tra due uomini o due donne perché questo inizio non è amoroso, è un dialogo più caldo come atmosfera ma se hai notato giocano sullo sguardo: o non si guardano mai, in uno spazio molto ravvicinato, ma si guardano invece se sono più distanti, si cercano, in un continuo stratificare e dare piani di lettura diversi".

Hanno un equilibrio in qualche modo sostenuto dalla terza ragazza: i costumi cambiano, rimangono, nel taglio, gli stessi ma diventano tutti del colore del suo, come se fosse uno spirito guida ma ambiguo.

“È un lavoro anche un po’ contrario rispetto al primo dove si passa da una situazione più materica a una più emotiva e vibrante. Nel secondo è quasi il contrario: da una situazione più “umana” e di scambio passionale si arriva ad un unisono che è aria pura; quindi diventa un percorso inverso.Per me l’ultimo cenno era lasciare un segno di leggerezza e via. In questo lavoro c’è anche questa gioia nel cercare la bellezza, credo che il movimento possa essere anche questo".

Poi dicevi che è una coppia di individui, potrebbero essere anche due uomini o due donne.

“È più sbilanciato, per esempio a me piacerebbe avere una seconda figura maschile per ribilanciare perché, è inevitabile,uomo-donna fa subito duetto".

Dall'Alaska al romanticismo in danza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Però li vedevo più complici rispetto alle tre ragazze di prima: molto spesso è facile, per noi spettatori, il “tranello” dello specchio: ci sono 3 donne ma in realtà sono 3 aspetti della stessa persona che magari è in difficoltà, cerca un sostegno dentro se stessa ma non lo trova.

“No, lì, per me, no. Sono molto diverse e con personalità completamente diverse. A me piace cercare l’insieme nella totale diversità dei corpi, nelle presenze e nel modo di stare in scena. non sono 3 aspetti di un’unica persona, sono proprio 3 personalità diverse che si trovano in uno stesso stato di desiderio di liberazione. Una signora che aveva visto l’anteprima a Milano mi ha detto che finalmente aveva visto 3 donne libere".

Come mai hai scelto proprio Alaska? Il grigio, il freddo, il ghiaccio, tutta una serie di segni che sono sedimentati nella nostra percezione. Volevo capire se c’è un richiamo in qualche modo a dei segni che ti crei con la coreografia e che può ricordare il paesaggio artico.

“L’ho fatto un po’ d’istinto inizialmente, per andare in contrasto rispetto a quello che è l’immaginario legato a Chopin, il compositore romantico per eccellenza, passionale e appassionato. Secondo me dentro a questo Romanticismo dei Notturni o della Ballata che ho scelto c’è una potenza incredibile, una forza che poi c’è nelle donne, secondo me".

Questo Romanticismo e introspezione si contrappongono alla prima parte: come mai hai scelto la suggestione “Alaska”?

“Per contrappormi a questo calore: ho iniziato a lavorare su questa qualità di movimento molto lenta e molto dilatata. Inizialmente mi avevamo colpito le maschere dell’Alaska , grandi, di differenti colori, con queste punte che escono e questi ghigni, che sono legate a delle figure più spirituali. Inizialmente avevo fatto delle prove tutta la prima parte con i loro visi coperti da un tulle per deformare il viso, poi con dei tulle con dei segni marcati che riprendevano queste maschere proprio ad isolare il più possibile qualsiasi tipo di vibrazione, di emozione. Poi ho tolto tutto, quindi questo desiderio di lavorare tutto sul freddo, la temperatura interna di questo ghiaccio che non riusciamo a sciogliere, si scalda giusto un pochino la luce nella seconda parte".

È la musica che crea tutt’altro registro.

“Sì, tutt’altra ambientazione. Sulle luci mi piaceva lavorare su queste pareti più che degli speciali su di loro che li chiudessero un uno spazio, mi piaceva che loro lo aprissero: sono luci che arrivano dal lato opposto, questi sagomatori laterali che creano lo spazio e lo modificano in maniera rigida, questo mi piaceva".



nr. 15 anno XXIV del 20 aprile 2019

Dall'Alaska al romanticismo in danza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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