NR. 17 anno XXIV DEL 4 MAGGIO 2019
la domenica di vicenza
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R.OSA bravura e pregiudizio
una performance che fende i pregiudizi

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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R.OSA bravura e pregiudizio<br>
una performance c

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

R.OSA bravura e pregiudizio<br>una performance c (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Trionfale accoglienza la settimana scorsa al ridotto del TCVI per la performance “R.OSA”- 10 esercizi per nuovi virtuosismi” firmata dalla coreografa Silvia Gribaudi e portata in scena dall’attrice Claudia Marsicano. Proposta nell’ambito del festival Danza in Rete Vicenza_Schio la performance è one-woman show che spazia dall’arte del mimo, al canto, all’animazione da villaggio turistico che prevede il coinvolgimento del pubblico. Applausi a scena aperta, standing ovation del pubblico e continue curtain calls con grande coinvolgimento del pubblico nell’incontro con lì’artista dopo lo spettacolo.

 

All’inizio è come se stessi registrando una canzone di cui noi non sentiamo la base. Poi ti giri verso il pubblico e cominci a muovere le mani. Questo movimento si evolve e assume segni da mimo. Tu arrivi dalla recitazione: quali indicazioni ti ha dato Silvia rispetto a questo controllo totale del movimento, a questa fluidità? Cosa ha voluto dire per te confrontarti con questo tipo di espressività?

Claudia Marsicano: “Quel pezzo, dove c’è il primo esercizio e il secondo, io e Silvia lo abbiamo sempre chiamato “la sigla”, il pre-spettacolo. Quello è un movimento che io ho imparato a fare a 13-14 anni. Silvia lo chiama “il movimento funky” anche se di funky ha poco: abbiamo dovuto cercare delle parole che ci facessero andare sulla stessa lunghezza d’onda perché tra danza e teatro c’è proprio un glossario diverso. Io all’inizio non avevo tutta questa esperienza. C’è un attore mimo, Andrea Ruberti, che vidi da piccola, durante uno spettacolo fare questo tipo di movimento, che poi ho scoperto essere scomposizioni, metodo Lecoq. imparo le cose guardandole, molte volte, quindi anche con Silvia il modo di lavorare è stato questo".

Lo spettacolo è recitato quasi tutto inglese con dizione impeccabile: fa anche ridere perché noi sappiamo perfettamente che tu sei italiana e sembra la performance di un’artista straniera che arriva e si barcamena con un italiano maccheronico. Eravate consapevoli di questa ironia? Sappiamo che sei italiana ma sembri davvero l’ospite straniera.

R.OSA bravura e pregiudizio<br>una performance c (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Sicuramente Silvia ne era consapevole, io no, non mi sarei mai aspettata una reazione del genere: ogni tanto qualcuno viene in camerino e mi dice “compliments, very good!”! All’inizio non avevo idea che facesse ridere; devo dire che certe volte il pubblico si indispettisce con l’inglese, è successo un paio di volte: può succedere che all’interno di un lavoro non capisci il testo, ma anche dirsi “ vado al di là di quello che non capisco e mi faccio catturare da quello che vedo e percepisco”. Non è colpa del pubblico che non capisce l’inglese ma di un teatro che sempre più negli anni ha allontanato il pubblico. il pubblico è abituato a capire le cose che vede, non a sentirle. Quindi questo lavoro funziona quando il pubblico è disposto a fare un sacrificio e a guardare con un altro tipo di sguardo e ascoltare con altro tipo di orecchie".

Durante l’incontro col pubblico dicevi che i bambini fanno tutto come se fossero loro i performer.Una performance come questa abbatte qualsiasi barriera, che tipo di riscontro hai dal punto di vista generazionale?

“Dipende. Questa sera c’era una signora che è rimasta estasiata dal lavoro, ci ha tenuto a dirmi con le lacrime: “Sei bellissima, sei meravigliosa, continua così". Altre in cui il pubblico un po’ più agée, abituato a vedere un certo tipo di spettacolo di un certo tipo a teatro se la prende col teatro stesso, con gli organizzatori".

E cosa dicono??

R.OSA bravura e pregiudizio<br>una performance c (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Dicono: “Non dovevate programmare una cosa del genere”, “ma come è possibile che abbiate programmato questo lavoro”. È successo 2 volte ma sono quelle che mi hanno segnata perché mi sono chiesta dove devo lavorare io come artista per andare a scardinare loro: non esiste un pubblico di serie A e uno di serie B, c’è UN pubblico e questo pubblico deve vivere un’esperienza. Ora, se l’esperienza è stata negativa devo chiedermi perché. Generazionalmente è chiaro che c’è un divario enorme, in questo spettacolo il pubblico lo puoi veramente sezionare: i bambini sono performers insieme a te. Alle medie iniziano ad avere quel giudizio, inizia a nascere dentro di loro e quindi tu glielo vai a stroncare con un lavoro come questo. Con le superiori è ancora diverso perché loro sono proprio nella piena fase del giudizio: si giudicano, giudicano gli altri, è tutto brutto, gli altri sono più belli, più brutti per cui un tipo di lavoro come questo è per me e per loro fondamentale perché possiamo raccontarci che non è uno spettacolo sul corpo, sul virtuosismo però l’immagine è quella, una persona grassa sul palcoscenico. Per quanto non sia un mio messaggio personale che voglio emanare nel mondo, il body positive, è chiaro che con loro funziona quello. Poi ci sono fasce d’età in cui il corpo sta ancora cambiando, i 40-50 anni, in cui uno può avere paura di quello che vede nel mio corpo, ti spaventa e ne prendi subito la distanza, magari la sciogli durante il lavoro e alla fine ne esci diverso o magari rimani ancora con quella paura lì. È un lavoro che a tutte le età smuove e smuove tanto".

Il problema dello sguardo degli altri lo conosco benissimo; tu vivi una condizione protetta quando sei sul palco: quello che succede è legato a quello su cui stai lavorando e nel momento in cui sei lì, fai qualcosa e sei bravissima, ti apri la possibilità a uno sguardo diverso di chi guarda. Fuori, lo sguardo degli altri è crudele, spietato, non ti giustifica niente e non ti lascia passare niente. Come vivi questa realtà in cui le persone “come noi” diventano “gli altri”? Forse il background napoletano ti ha aiutata, perché a Napoli l’aspetto fisico conta e non conta, viene data molta più importanza all’essenza della persona e c’è tutt’altro tipo di dinamica relazionale?

“Sì, è vero, mi sono resa conto di avere un corpo “diverso” quando mi sono trasferita a Milano a 14 anni. È chiaro che c’è una differenza Nord e Sud: a Napoli, se vuoi , c’è più l’immagine della matrona , della mamma grande, della sciantosa, quindi non è mai stato un peso per me il mio corpo mentre crescevo, ho sempre fatto tanto sport e tutto quello che volevo. È vero che ho una famiglia con “due palle così”, che non mi ha mai fatto pesare il mio corpo, una famiglia che ti protegge le spalle, che ti cresce dicendoti che va tutto bene non perché SEI bella ma perché SIAMO belli. Gli sguardi di orrore, terrore, disgusto li ricevo. In tutta la fase adolescenziale avevo capelli rosa".

Non ti ha portato a un isolamento?

“Assolutamente, anzi. Mi ha portato a dire: “io esisto e non sarà il tuo sguardo a non farmi esistere. Anzi, il tuo sguardo mi fa esistere ancora di più perché mi stai guardando e ora io esisto, esisto e voglio esistere in questo mondo”. Poi non posso nascondere il mio corpo, se mi vedi così o nuda non è chissà quale sorpresa. A volte mi chiedono se è stato difficile mettermi in costume: no perché io vivo la mia vita esposta al mondo, sono più grande e mi si vede di più, ci sono delle convenzioni sociali per cui il mio corpo è strano e diverso, ad alcuni provoca disgusto, lo so e lo vedo, altri no. Credo che le cose stiano cambiando soprattutto nelle nuove generazioni, c’è molta più accoglienza negli sguardi proprio nel diverso che tra gli uguali, vedo nelle classi miste “multirazziali”".

Capita a volte che nell’abito della diversità fisica ci sia un pubblico legato all’ambiente LGBT che magari si riconosce in questa diversità. Riscontri una maggiore familiarità o accoglienza da parte di un pubblico “queer”?

“Per certi versi è chiaro che ci sono note trash e di cultura pop come Britney Spears e Lady Gaga: è come quando suoni l’inno nazionale e nel pubblico c’è un altro italiano e vi guardate. Però ho imparato a capire, grazie a questo lavoro, che tutti noi viviamo le stesse vite, siamo tutti emarginati a nostro modo, ognuno di noi vive la propria tragedia che è simile alle vite degli altri e secondo me questo spettacolo, e lo dico dandone veramente il merito a Silvia, unisce, tutti, nell’atto di agire insieme. Quindi non è importante se sei gay, alto, basso, grasso, magro".

Born this way!

Esatto! Non a caso!”.



nr. 16 anno XXIV del 27 aprile 2019

R.OSA bravura e pregiudizio<br>una performance c (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)


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