NR. 20 anno XXIV DEL 25 MAGGIO 2019
la domenica di vicenza
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La bellezza su Instagram

Giovani e adulti a confronto

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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La bellezza su Instagram

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Questa settimana, per la rassegna di teatro “A brand new place” curata da Theama Teatro allo spazio AB23 è andata in scena il primo sharing dello spettacolo “Nuova Educazione Sentimentale- ovvero essere belli al tempo di Insatgram” di e con Martina Pittarello e Valentina Brusaferro. Creato in seguito a laboratori teatrali nei bienni di varie scuole superiori di Vicenza e con materiale raccolto dai social, lo spettacolo è una ricerca sul rapporto tra i giovani l’ambiente che li circonda, raccontato dando voce a chi li frequenta e deve o dovrebbe risolvere i loro problemi: la mamma, l’insegnante, l’estetista, la compagna per cui si ha una cotta, il coetaneo amico fidato, gli anziani, il rifugio nella tecnologia. Il protagonista è Samuele, un ragazzino di 15 anni.

 

La bellezza su Instagram (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nelle voci registrate una ragazza dice che non le piacciono le coppiette perché le sembra che la conditio sine qua non per essere una coppia sia la bellezza. Il protagonista Samuele si pone il problema dell’aspetto fisico, dell’essere apprezzati. Un problema che coinvolge moltissimo gli adulti: quanto vi siete riconosciute voi attrici e insegnanti, nei problemi dei ragazzi?

Martina Pittarello: “Questo pensiero di essere belli ce lo abbiamo tutti ma se si riesce a raccontarlo attraverso la propria storia si capisce che c’è qualcosa che può esser cambiato. In un laboratorio con le terze medie una ragazza raccontava che un ragazzino un po’ bulletto le ha detto che era brutta alle elementari e che era rimasta brutta. Abbiamo provato a farne l’eroina della storia: facendole ricordare, era venuto fuori che c’era un gruppetto di ragazzi, che nessuno lo voleva guardare e lui si è rivolto a lei. Abbiamo immaginato che lei a lui piacesse, che lei dicesse che doveva chiacchierare con la sua amica e che era lei a gestire la situazione. È utile anche all’adulto cercare di cogliere quei dettagli che ti possono far cambiare la storia e ridimensionare questo problema: qual è il motivo per cui uno ti dice che sei brutta? Raccontando una storia non sei succube del condizionamento. L’educazione dei sentimenti è anche ascoltare e provare a raccontarsi nei momenti di fragilità, condividerli e capire quanto c’è di stereotipi sessiti o di ruoli di genere".

C’è questa madre iperprotettiva che è comunque vittima di stereotipi sociali: riempie il ragazzo con cose utili ma alla fine quanto le serve essere così? La spaccatura generazionale e storica che stiamo vivendo lascia da soli i genitori.

“Gli adulti si sentono disorientati, inadeguati, spaventati e si innescano dei meccanismi di controllo. I ragazzi hanno dimestichezza con la rete: bisognerebbe andargli incontro perché comunque sono piccoli".

Una cosa che viene detta spesso è che i genitori non sono autoritari. Un licenziamento, un lavoro fluido: se tu hai gli stessi problemi di tuo figlio, sparisce il criterio di attendibilità dato dall’età.

“Una richiesta che i genitori non siano dei compagni e che diano delle regole, questo lo abbiamo un po’ sentito".

Lo avete fatto in più istituti. Di solito si fa una distinzione tra il tecnico e il liceo perché si presume che al tecnico ci siano persone che non hanno un’intenzione all’approfondimento culturale. Però, magari, possono essere più aperti di quelli del liceo perché il liceo ti dà una conoscenza ma forse lo stereotipo è più pesante poiché un ragazzo ha “addosso” un’aspettativa molto alta sul suo futuro: un genitore sa che dopo dovrà fare almeno altri 5 anni. Che riscontri avete avuto?

“Non abbiamo ancora un panorama ma abbiamo capito che parliamo una lingua in cui non c’entra la capacità di elaborazione ma c’entra il volersi mettere in gioco. Anche noi siamo dentro a questo processo e ci avviciniamo sbagliando e togliendo ogni volta. Anche oggi abbiamo capito (e pensiamo) che il nostro è un lavoro di inclusione e comprensione, di essere meno vittime di quello che succede, che il social è fatto di questi impulsi, pulsioni ed emozioni che però non sono sentimenti , che ti trova in un continuo scontro in cui tutti sono succubi. L’alternativa è una comunicazione narrativa in cui vai a pescare nel profondo e nel contraddittorio, nella lentezza. Ci siamo interrogate su cosa voglia dire “educazione sentimentale”: non possiamo pensare al libro di Flaubert. Per noi e per i ragazzi è qualcosa da coltivare: noi lavoriamo molto con l’autobiografia e con il racconto di sé".

Avete collaborato con Giuliana Musso.

La bellezza su Instagram (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Si, avevo lavorato a un progetto di teatro di indagine a suo tempo, sul Dal Molin, è un’amica e ci ha aiutate a capire quale poteva essere una forma teatrale senza spiegazioni; il rischio, quando affronti queste cose, è di diventare didascalici".

Valentina Brusaferro: “Si crea subito muro se diventiamo didascalici".

Ho letto su un giornale nazionale di un’insegnante che si lamentava che tutte le lotte sociali che sono state fatte per l’uguaglianza delle donne, oggi, sono messe in discussione. Diceva di un’alunna di 12-13 anni che indossa il velo e che spiegava ai compagni che le chiedevano cosa vuol dire e perché lo porta, che le ragazze si devono coprire. Quando le hanno chiesto se lo devono portare anche i maschi lei ha risposto che loro non devono portarlo proprio perché sono uomini e loro possono fare quello che vogliono. I compagni, tutti contenti. Questa insegnante si interrogava sul fatto che una bambina dà per certo, scontato e quasi un privilegio il fatto di avere dei limiti. Voi avete riscontrato un dietrofront negli atteggiamenti di uguaglianza o la messa in discussione di ciò che viene insegnato come diritto?

M.P.: “Non ci siamo poste questo problema".

V.B.: “Abbiamo accantonato alcuni aspetti tra cui questo che è arrivato quasi subito: le diversità di culture e come possano coesistere in un Paese che ha questo tipo di democrazia e regole, quale fosse il confine. Ci siamo preoccupate di non scalfire la sensibilità di nessuno perché tanti ragazzini accedono alle informazioni tramite il web ma altri no, di non isolare queste ragazzine che incontriamo, che sappiamo che in casa hanno un codice e poi quando escono sono immerse in una società. Quello che abbiamo visto, nel nostro piccolo, è che forse sono più avanti anche loro perché rispetto anche al compagnetto gay o effemminato o alla ragazza un po’ più “grrr” magari sono vicini di banco, si parlano e si scambiano la penna. Nell’accedere a questo spettacolo si andavano a toccare delle cose e loro reagivano. Questo spettacolo si nutre tanto del pubblico, a differenza di altri. All’inizio arrivavano contenti che avevano perso l’ora di scienze poi sentivi la tensione".

M.P.: “Il silenzio lo abbiamo sentito tantissimo".

C’è una catarsi pazzesca.

V.B.: “Beh è forte. Una delle cose belle che ci hanno detto è stata che dovremmo trattare l’amore con i ragazzi stranieri".

M.P.: “Raccontare le storie di questi ragazzi che vengono da altri Paesi diventa una forma di integrazione. La narrazione di sé diventa un modo per andare oltre lo stereotipo perché siamo diversi ma raccontiamo delle storie simili: questa è la mia storia e devo essere in grado di raccontarla. C’era un capitolo che si chiamava “social”, ma è troppo difficile da gestire. Non abbiamo una produzione e il lavoro è veramente un work in progress. Ci interessava poter dire ai ragazzi che in rete si possono trovare cose interessanti e siti meravigliosi sulla parità di genere, sulla consapevolezza di sé, sui siti al femminile, tutti tenuti da giovani. La sessuologa che ci ha aiutate è giovane, ha 30 anni e lei fa le dirette e risponde a qualsiasi domanda le facciano. Io e ho guardate e sinceramente ci vuole un grossissimo lavoro per noi".



nr. 18 anno XXIV del 19 maggio 2019



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