NR. 21 anno XXIV DEL 1 GIUGNO 2019
la domenica di vicenza
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Il trio del ricordo

Notte a Santa Corona

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Festival Vicenza Jazz

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

CREDITS FOTO: Roberto De Biasio

 

Festival Vicenza Jazz (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il Festival Vicenza Jazz la settimana scorsa ha proposto un magnifico concerto notturno alla Chiesa di Santa Corona con il Trio Ammentos (in sardo vuol dire “ricordo”) e la cantante Diana Torto che hanno presentato delle canzoni ispirate e tratte dall’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master, celebre raccolta di poesie in forma di epitaffio pubblicata tra il 1914 e il 1915, poi tradotta in italiano da Fernanda Pivano nel ’43. Fabrizio De André si ispirò all’opera letteraria e con gli arrangiamenti di Nicola Piovani creò il concept album “Non al denaro non all’amore né al cielo” ripreso poi nel 2005 da Morgan, da richiesta della stessa Dori Ghezzi, con un progetto di cover filologica approfondita e fedele dell’intero album. Abbiamo incontrato Salvatore Maiore, contrabbassista del Trio Ammentos.

 

In che arco di tempo avete scritto queste canzoni dedicate a Spoon River?

Salvatore Maiore: “Sono partito circa 4 anni fa; il primo brano che abbiamo suonato è il primo che ho scritto ed è l’unico che ha un testo integrale con la traduzione di Fernanda Pivano. Dopo di ché abbiamo suonato un brano che nasce come strumentale, sempre mio, di repertorio del nostro trio; Diana ha questa capacità di interpretare i brani anche senza un testo. Tutte le canzoni sono state scritte utilizzando i testi originali delle poesie, con un riadattamento molto forte: una metrica impossibile, tutto è stato riadattato alle esigenze melodiche. Fondamentalmente sono state fatte delle riduzioni e sono state semplificate e perse delle cose più importanti che potevano aiutarmi a scrivere la musica. Le ho scritte nell’arco di 3-4 mesi, ero partito per scherzo, il primo l’ho scritto così, poi alla fine ho detto: “Beh, proviamo”. Poi in realtà ho dovuto fare un lavoro molto diverso e ho dovuto riscrivere completamene il testo, non certo à la De André, nessuna pretesa. Però diciamo che ho dovuto lavorare in maniera pesante sui testi".

L’antologia di Spoon River è stata pubblicata nel 1915, poi nel ’43 la Pivano la traduce. Negli anni ‘70 De André fa la sua versione che viene poi ripresa da Morgan nel 2005. L’antologia di Spoon River ritorna ogni 30-40 anni. È un caso oppure effettivamente ci sono dei contesti storici, degli avvenimenti per cui i musicisti…

“…Penso che affascini molto questo tema del poter parlare liberamente dopo la morte, il fatto di liberarsi, di poter dire tutto. Sai come nasce, no?”.

È ispirato a persone realmente vissute.

“Esatto, tant’è che veniva pubblicato ogni giorno sul giornale uno di questi epitaffi e c’erano persone che si riconoscevano. Erano un modo per poter liberarsi e dire tutto senza freni. Questo è un tema interessante, questa sincerità: magari arrivasse prima della morte, sarebbe meglio!”.

Festival Vicenza Jazz (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Che poi era quello che aveva colpito la Pivano e anche De André in qualche modo.

“Certo, poi De André era rimasto affascinato da alcuni personaggi e gli aveva costruito intorno, ovviamente, dei testi meravigliosi".

C’è una bella scena jazz italiana, però a scrivere testi in italiano non siete tantissimi. Quando una musica è molto caratterizzata, come possono essere il jazz o altre forme, quasi la lingua non ha importanza: a chi ascolta piace la musica, poi il testo lo va a cercare, magari cerca una traduzione, fa un approfondimento. Che tipo di riscontro avete nel pubblico internazionale sulla proposta in italiano?

“Mah in genere un riscontro sempre molto positivo. Quello che affascina è che l’italiano è una lingua molto musicale; questo è abbastanza originale come percorso, cioè scrivere in italiano, perché c’è una tradizione talmente forte e pesante che è impegnativo . Devo dire però che credo che la sfida sia abbastanza riuscita: all’estero l’italiano è sempre molto apprezzato. Poi le lingue affascinano per il suono, fondamentalmente, i contenuti appunto arrivano casomai dopo, però diciamo che è l’emozione che conta e che può creare una lingua, anche all’estero".

Voi siete sardi e in Sardegna avete una tradizione vocale molto importante. Al Sud hanno la pizzica, la taranta, la musica napoletana, magari al Nordest ci può essere un’influenza un po’ più balcanica. Ci sono dei tratti che sono caratteristici solo nostri nel panorama mondiale?

“Penso di sì, nel senso che sono tratti latini fondamentalmente, sono aspetti ritmici, soprattutto legati alla vocalità. Devo dire che la vocalità italiana è unica per cui di sicuro c’è questo; ci sono stati musicisti che hanno portato avanti: secondo me Enrico Rava è un rappresentante, forse il più importante, di un’espressione italiana del jazz. Spesso gli italiani si associano all’America Latina: c’è una grandissima affinità col Sud del mondo".

Quando ci sono una chitarra acustica e una fisarmonica subito si dice “musica mediterranea”: sono i critici che promuovono in quel modo creando un certo tipo di percezione nello spettatore, oppure…?

Festival Vicenza Jazz (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Beh sono i due strumenti della musica popolare nel Mediterraneo, senza dubbio, per cui c’è una ragione. In Sardegna uno dei più grandi repertori è proprio quello per chitarra e voce e poi organetto e fisarmonica, repertorio da ballo".

In più di una canzone di quelle che abbiamo ascoltato troviamo il fiore come metafora della delicatezza e della caducità della vita. Come mai proprio il fiore?

“Non so, in realtà penso sia un caso".

La musica è molto romantica, un jazz che ricorda uno stile quasi anni ’60 un po’ da colonna sonora, che evoca molto delle immagini. È un’ispirazione la musica da film?

“Guarda, di sicuro la qualità del trio strumentale è sempre stata questa, una grandissima forza evocativa, ha sempre avuto nei vari repertori che sono stati suonati questa carica. Ovviamente ho chiesto a loro di collaborare e suonare queste mie musiche perché sapevo che sarebbe uscita fuori questo tipo di emozione".

Nello spettacolo si parla sempre del problema del ricambio generazionale. Il teatro è l’ambito più difficile: di solito li si porta con la scuola poi si perdono e ritornano a 30-35. Nella danza qualche anno fa si vedevano tantissimi ragazzini perché guardavano Maria De Filippi. Nel jazz, da quello che ho visto in questi anni c’è un pubblico dai 30 in su. Esiste un interesse giovanile?

“Purtroppo i giovani adesso sono molto influenzati dall’immagine, il jazz non fa più di tanto attenzione a questo aspetto qui, non c’è energia per pensare a quello, si pensa alla musica e basta. Però quando poi ci si trova davanti ai giovani questa musica è sempre attuale, qualsiasi jazz tu suoni, perché è proprio la caratteristica di questa musica, essendo improvvisata, è fatta in quel momento per cui ha sempre la freschezza dell’immediatezza".



nr. 19 anno XXIV del 25 maggio 2019

Festival Vicenza Jazz (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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