NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Quando la danza diventa magia

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Russia national theatre

Nel film di Nikita Michalkov, "12", che è il remake di "La Parola ai Giurati" di Sidney Lumet, il regista rivisita la vicenda portandola da New York a Mosca: l'imputato è un ragazzo ceceno. Michalkov nei suoi film dà moltissima importanza alla musica e in questo film c'è una danza caucasica, ballata dal ragazzino, che poco alla volta cambia arrangiamento trasformandosi da folk a rock. In Europa occidentale ci sono molti gruppi rock che da alcuni anni stanno rivalutando il folk, e troviamo nuove commistioni tra generi, come in Francia il rap celtico di ispirazione epica. C'è la riscoperta di strumenti antichi oppure la scena heavy metal scandinava in cui molti gruppi adottano costumi e trucco di origine vichinga. In Russia i musicisti rock sono altrettanto attenti alla musica tradizionale?
«Già dall'epoca degli anni '20 c'erano molti autori, da noi, che sperimentavano. Quando facciamo il numero della Rivoluzione usiamo musica "industriale" coi rumori delle fabbriche eccetera. Alcuni di questi compositori facevano qualcosa che si avvicina molto al rock di oggi».

Con la caduta del Comunismo, c'è stato un ritorno alla religione. Nel rito ortodosso la musica e il canto hanno una grande importanza. Questo ritorno alla cultura religiosa ha favorito la ricerca nell'ambito della musica, dei testi e delle danze del passato?
«Sì, il ritorno alla fede cristiana porta a una nuova ricerca e a un arricchimento nell'ambito della musica sacra».

Il personaggio folklorico russo più famoso è la babayaga, conosciuta anche grazie alle opere di molti grandi autori della letteratura e della musica classica…
«La babayaga è una strega "per bambini" con una frusta».

È ancora in voga oggi?
«Sì sì, siamo cresciuti con questo personaggio».

Babayaga e Cheburashka … (personaggio simile a Topo Gigio n.d.r.)
«Sì! Sono i nostri ricordi».

Abbiamo visto un numero con la balalaika. Nel nostro immaginario è lo strumento dell'est per eccellenza. Che origine ha e quanto ancora incide nella produzione musicale oggi?
«La balalaika è uno strumento tipicamente russo, ha tre corde ed è stata inventata dal compositore russo Andreyev tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo e si può suonare anche come un violoncello. Prima c'erano altri strumenti più antichi sempre a tre corde».

Dal '700 in poi la Russia ha subìto un'enorme influenza dall'Occidente, che è poi terminata con l'avvento del Comunismo, durante il quale si è creata una vera e propria cultura russa moderna, quasi priva di influenze esterne. Oggi c'è un ritorno all'occidentalizzazione, che però molti vedono come un'invasione culturale. La Russia non ha voglia di globalizzarsi oppure si teme che l'influenza occidentale possa davvero disperdere le tradizioni?
«Io sono d'accordo con tutto quello che lei sta dicendo».

Nel vostro spettacolo avete usato spesso degli arrangiamenti moderni, come mai?
«Noi allestiamo sia spettacoli folkloristici che drammatici che balletti rock. Questo è uno spettacolo che ha un buon riscontro di pubblico sia in Russia che all'estero. Vogliamo avvicinare le persone di tutte le età, per questo usiamo vari generi utilizzando forme di teatro molto diversificate tra loro».

Il numero dedicato alla Rivoluzione è quello che più subisce l'influenza cinematografica della pubblicità e della grafica cartellonistica di propaganda. Avete addirittura creato un'industria meccanica solo con la coreografia e con la musica. L'impressione che noi abbiamo in Europa è che oggi, in Russia, non ci sia molto spazio per la danza contemporanea: le compagnie di balletto che incontriamo ci parlano spesso di restauro e valorizzazione dei titoli capisaldi della cultura coreutica russa e sembrano un po' diffidenti nei confronti delle nuove produzioni. La vostra compagnia, però, sembra smentire questa tendenza.
«Sì, noi volevamo mostrare la Russia sotto tutti i punti di vista delle varie epoche. Non basterebbero mille spettacoli per mostrare tutto, così come per la cultura italiana: ogni volta che torniamo in Italia vogliamo capirne di più».

Una piccola provocazione: il numero di charleston con le cantanti armonizzate a sei, non è un po' troppo antirivoluzionario?
«Nell'epoca socialista si ballavamo queste cose di nascosto, in cucina per esempio. Nonostante i divieti, i giovani restano comunque giovani e certe barriere si riuscivano comunque a rompere».

Durante i primi anni della Rivoluzione, mentre da noi prendeva sempre più piede il Futurismo, da voi c'era il FEKS , "La fabbrica dell'attore eccentrico", realtà performativa che mescolava filmati con teatro, arte circense, eccetera. In Europa, di lì a poco, sarebbe cominciata l'epoca del cabaret. Avete avuto un percorso simile anche in Russia?
«Sì, dopo la Rivoluzione, durante il periodo della politica economica nuova, si stava sviluppando una specie di nuova borghesia russa; si aprivano molti club. La cultura dei club poi, con lo stalinismo, sparì».

In questo spettacolo proponete un numero di danza contemporanea molto poetico e intenso, sulle musiche di una canzone di Yuri Shevchuck, leader del leggendario gruppo rock DDT. Lui è anche famoso come poeta e pittore. Per questo numero avete collaborato direttamente con lui?
«Sì, abbiamo anche portato in scena uno spettacolo di rock ballet che ha girato le più importanti città russe e che ha avuto molto successo. Si chiama "Ho ricevuto questa parte": lui è venuto nella nostra città e ha lavorato con noi per tre mesi scrivendo le musiche e il libretto».

Alla fine dello spettacolo si ha l'impressione che in ogni caso, nei decenni centrali del XX secolo, abbiate subìto comunque una qualche influenza proveniente dall'occidente e che abbiate "russificato" generi musicali come il swing o la musica americana in genere.
«Certo, le tendenze musicali subiscono l'influenza di un paese».

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