NR. 07 anno XXV DEL 23 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Natura e storia, il teatro rende omaggio a Rigoni Stern

In scena “Sentieri sotto la neve” il monologo interpretato da Roberto Citran

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Natura e storia, il teatro rende omaggio a Rigoni

Lunedì e martedì scorsi, al teatro Remondini di Bassano, è andato in scena "Sentieri Sotto la Neve",  spettacolo di prosa in forma di monologo, interpretato da Roberto Citran che ne ha curato l'adattamento dal libro di Mario Rigoni Stern. La regia di Titino Carrara propone un allestimento minimalista e scarno che permette al pubblico di immedesimarsi maggiormente nella tensione del racconto sul ritorno a casa dalla guerra, per poi liberarsi nel finale commovente. Abbiamo incontrato Roberto Citran per un'intervista.

Roberto CitranLo spettacolo è tutto in forma di monologo, quasi una lettura scenica. Portare a teatro testi come questo  vuol dire mantenere viva la memoria che si affievolisce e rimane qualcosa di lontano, anche quando gli avvenimenti possono essere molto vicini nel tempo. Della prima guerra mondiale si parla sempre di meno. Per quanto tempo le persone riescono a sentire interesse verso certi eventi?

Roberto Citràn: «All'inizio c'è un riferimento alla Prima Guerra Mondiale: lui mette a confronto la sua generazione con quella di oggi e riflettendo sul fatto che a lui, da bambino, un evento così vicino gli pareva in realtà così lontano, si domanda cosa possano pensare i trentenni di oggi riguardo alla Seconda Guerra Mondiale, che è finita più di 60 anni fa. Studiare la storia è indispensabile per capire come l'evoluzione dell'uomo, i rapporti politici e gli avvenimenti di oggi, si siano in realtà messi in moto molto tempo prima».

Molti aneddoti però ci vengono tramandati oralmente e le persone in grado di farlo stanno scomparendo.

«Rimangono i libri e i film, ma un film mi può dare una versione mitizzata, perché segue canoni diversi dal racconto scritto. Io ho voluto rimanere il più fedele possibile alla scrittura di Rigoni Stern, per comunicare la profondità del tema nel modo in cui lui l'ha sviluppato, per dare più verità possibile a ciò che lui voleva comunicare: la sua esperienza».

La prima sera c'erano in sala i figli di Rigoni Stern, cosa vi siete detti?

«Ci conoscevamo già, non avevano ancora visto lo spettacolo e sono rimasti favorevolmente impressionati».

Il racconto è tutto incentrato sul passaggio tra la fine di tutto, il cammino di ritorno e un nuovo inizio nei posti amati. Una metafora della vita, dove la guerra è presente, ma sembra quasi che non sia riuscita ad abbrutire l'animo delle persone che l'alpino incontra lungo la sua strada. Tutti lo aiutano e alcuni sperano di avere notizie dei propri cari. In una delle ultime interviste, Rigoni Stern diceva che i sopravvissuti sono costretti a sopravvivere col senso di colpa nei confronti di chi è morto. Qui però non c'è questo tormento.

«C'è però tutto quello che hai detto nella prima parte. Dopo la premessa storica dei primi 20 minuti, ha inizio l'odissea dove c'è un ritorno lento alla vita che come un orologio scandisce il tempo: tra 40 minuti avrai la libertà, 39, 38 e così via. C'è una tensione nella scrittura che ti porta verso l'apertura, la rinascita. Lui ha avuto questa grande capacità intellettuale e questa grandissima forza d'animo che lo hanno sostenuto in tutti gli anni successivi, a differenza di altri. Il senso di colpa, i sopravvissuti, se lo portano dietro perché sono gli unici rimasti di una famiglia, di un quartiere».

Molti non erano nemmeno creduti.

«Ma certo! Come fai a credere ce ci sia un sistema del genere? La gente è abituata a una convivenza normale con le altre persone, a una solidarietà quasi naturale, non ci credi che la cattiveria umana possa arrivare a tanto. Lui ha incontrato solidarietà e questo l'ha portato a pensare che gente così esiste davvero».

Gli elementi naturali, nella poetica di Rigoni Stern, sono forse i veri protagonisti insieme agli eventi storici. Secondo lei che tipo di rapporto c'è tra la natura e la storia?

«Lui intreccia continuamente questi due temi e dice che la natura fa parte dell'essenza stessa dell'uomo. Lui si era accorto che cambiando il rapporto con la natura c'è stata un'evoluzione, nel tempo, che ha allontanato l'uomo dalla propria origine. Se l'uomo si stacca dalla natura rischia di allontanarsi da ciò che gli appartiene e di costruire un futuro distruggendo ciò che gli permette di arrivarci».

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