NR. 07 anno XXV DEL 23 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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La terra dell’anima è… la vita

Intervista a Titino Carrara che all’Astra ha vestito i panni dell’avventuroso contrabbandiere Rossini

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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La terra dell’anima è… la vita

Martedì 26 gennaio al Teatro Astra è andata in scena, in prima nazionale, la pièce- monologo "La Terra della mia Anima- Memorie di un Gentiluomo di Malavita". Lo spettacolo, tratto dai romanzi dello scrittore Massimo Carlotto, racconta la vera storia dell'avventuroso contrabbandiere Beniamino Rossini. Un viaggio di vita che parte dal 1939, quando da ragazzini si andava a fare gli scherzi alle suore da dietro il muretto del convento, che si conclude nei primi anni '90 con la guerra nei Balcani. Una storia profondamente umana che viene accompagnata, alle volte, anche in maniera dolcemente scherzosa, dalle bellissime musiche inedite di Maurizio Camardi, in scena con i suoi strumenti. L'attrice e regista piemontese Laura Curino firma una regia spoglia, sobria, che lascia spazio al personaggio: pochi cambi di tonalità di luce, dal giallo ambra al complementare blu-viola. La scenografia si riduce a una sedia: la forza è tutta nel racconto, nella vivacità che viene espressa da Carrara mentre fa rivivere questo personaggio. Quella raccontata è addirittura meta-vita: Beniamino Rossini-Titino Carrara parla di quando, in prigione, leggeva delle sue vicende narrate nei libri del romanziere presente in sala e di quando, appassionandosi al jazz, aveva conosciuto l'opera dell'artista che sta musicando la sua vita in quel momento sul palco. Una storia di guerra, di illegalità ma quasi mai di violenta criminalità, anzi di profonda umanità, solidarietà, di amore al di là di ogni confine immaginabile per lui stesso: fa un figlio con una donna che non sposa perché vuole essere libero, dopo anni si accasa per poi perdere la testa per una trans che amerà come mai ha amato in vita sua. In tutta la sua storia c'è una difesa continua della vita, della dignità, del rispetto. Come dice lui: «Bisogna pensare in grande!». Tranne nel momento della morte, che quando arriva ci deve portare rispetto anche lei. Abbiamo intervistato Laura Curino, Titino Carrara ed è intervenuto il musicista Maurizio Camardi.


Laura CurinoLa musica che introduce il personaggio si alterna con le parole. Spesso si dice che il teatro è qualcosa di materialmente vivo: tavole, chiodi, costumi. La musica che ruolo ha per voi?
Laura Curino: «Il ruolo fondamentale del battito del cuore, del ritmo dello spettacolo. Abbiamo lavorato su tre livelli: quello prettamente musicale, con le meravigliose musiche di Maurizio Camardi, la musica di Titino in quanto voce, la pasta proprio della sua voce, e poi la musica del corpo, che accompagna le altre due, cioè come suona il corpo, che quasi va verso la danza».
Titino Carrara: «Quando parlo di spettacoli parlo proprio di una sorta di struttura musicale, una linearità. C'è uno sviluppo melodico e uno verticale nella composizione».
Carrara, in un' intervista, lei ha detto che la cosa più bella del teatro è la dimensione di verità, che bisogna esserne molto al di sopra per farla sembrare vera. La verità è qualcosa alla quale siamo molto vicini quando siamo bambini per poi allontanarcene man mano che invecchiamo o viceversa? Come si fa a esserne al di sopra?
T.C.: «Mah, sai, dipende dalla dimensione: la verità non è una sola. Basta che tu ti riesca ad orientare rispetto alle parole che devi dire, dare senso e credibilità alle cose che devi raccontare ed essere veri nell'esposizione. Non costruirci sopra castelli che non stanno in piedi, ma essere semplicemente aderenti a un'idea, a un principio che ti anima, non per dimostrare di esserci, ma standoci dentro veramente. Credo che sia tutto lì il nostro lavoro».
Il successo di spettacoli come questi, a livello nazionale penso a quelli di Marco Paolini, forse significa che il pubblico cerca spettacoli veri ed autentici che riportino al territorio e a personaggi caratteristici o avventurosi, che sono quasi dei punti di riferimento sia nei piccoli centri che in città anche più grandi. La gente cerca ciò che ha perso e che ancora ricorda con nostalgia. Oggi ci sono dei "tipi", dei personaggi o delle situazioni che un domani potrebbero essere rimpianti?
L.C.: «Rimpiangiamo ciò che ha fatto parte della nostra giovinezza e che comunque abbiamo perduto. I personaggi di domani saranno quelli che abbiamo conosciuto e che non ci saranno più. Parlando di tipi contemporanei, non so... potrei dire gli emo!».
Ma sono la versione trash dei dark degli anni '80!
L.C.: «Siamo SEMPRE versioni più trash di ciò che c'è stato prima, però siamo noi! Anche il nostro teatro è la versione trash, di quello di Aristofane, però siamo vivi, saremo più trash ma spesso siamo anche più divertenti. Virginia Wolf diceva che noi veniamo da alcuni grandi che speriamo di poter traghettare verso altri grandi: se noi che siamo in mezzo saremo grandi anche noi, sarà stato un dono e sennò avremo traghettato e basta e vedremo cosa troviamo dall'altra parte. Titino, Tu chi porteresti?».
T.C.: «A me piacciono quelli un po' diversi, al di là delle apparenze, quelli che hanno una loro particolarità e un loro carattere».
L.C.: «Magari ci metteremo i paradossi contemporanei e chiameremo l'opera Riccardo VIII: un nero diventato presidente e un tedesco diventato papa!».
T.C.: «È bello raccontare le storie di tutti i giorni, qualcosa che appartiene agli individui e su cui si possa riflettere».
L.C.: «Tu prima hai detto che il successo di questo tipo di teatro è dato dal fatto che la gente ama riconoscersi, ed è vero, ma è anche vero che la gente ama che tu la riconosca, perché vuole essere vista».
Maurizio Camardi: «È vero, è un'andata e ritorno».

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