NR. 07 anno XXV DEL 23 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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“Io”, quando il teatro è ricerca

Apprezzata la comicità surreale del duo Flavia Mastrella e Antonio Rezza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Antonio Rezza

Venerdì 29 gennaio, il Teatro Astra ha ospitato lo spettacolo "Io" di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Promosso da Theama Teatro e Teatro Futuro, progetto dedicato al teatro di ricerca, lo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella rappresenta un genere di teatro che non ha nulla di convenzionale: dinamico e molto libero, sia nella ricerca dell'uso dello spazio inteso come forma di gioco scenico, che come espressione di voce, corpo e ritmo trascinante. Il pubblico ha apprezzato la comicità surreale di questi due artisti che lavorano in tandem da molti anni, esprimendosi in modi diversi ma complementari: Flavia Mastrella, mai presente in scena, porta i suoi quadri di stoffa al servizio della fantasia espressa fisicamente da Rezza.


All'inizio il video partiva, non partiva: chi rideva, chi tossiva, chi si è messo a miagolare. Un altro ha detto: "Ma lo spettacolo siamo noi!?" Queste reazioni fanno capire che chi assiste, sente un'ambiguità data anche dal fatto che non usi il sipario e si percepisce lo spettacolo, appena si entra in sala, anche se tu non ci sei.

Antonio Rezza: «C'è stato un inconveniente tecnico. Le proiezioni le facciamo certe volte, soltanto unite a questi due spettacoli, "Pitecus" e "Io", perché negli ultimi non c'entrano niente. Lo spettacolo inizia quando inizia».

Come mai?

«Eh, mi piace rimandare l'inizio».

Facendo delle ricerche sul vostro repertorio ho trovato un video in cui facevi riferimento ad Antonin Artaud, il quale diceva che lo spettacolo teatrale doveva essere incentrato sul corpo e sull'azione. Tu usi il corpo per esprimere delle idee che potrebbero nascere anche lì per lì. Sembra che ci sia un canovaccio ideale. Forse sono la tua fisicità e gli elementi che hai sul palco che fanno partire lo spettacolo e che lo portano avanti?

«Sembra così la prima volta che lo vedi poi, se lo rivedi, lo trovi identico e capisci che è scientifico. Non è improvvisato e le improvvisazioni sono depositate alla SIAE come parte del testo che si è aggiunto dopo. Io sfrutto gli spazi di Flavia, aspetto che lei faccia il suo lavoro. Non facciamo teatro, noi: facciamo ritmo. Non mi metto seduto a scrivere quello che poi devo fare col corpo, è una scrittura che viene dopo, non è una scrittura di scena».

Quindi registri?

«Registro, poi aspetto gli spazi di Flavia: senza quel quadro lì, non sarebbe venuta fuori la scena della doccia. Registro, rivedo, poi non lo rivedo nemmeno più, vado a memoria e la memoria mantiene solo le parti che funzionano. Senza il pubblico non riesco a farlo: quando vengono a vedere le prove, vedono tutt'altro. Faccio 60 prove invitando la gente: alla fine della sessantesima prova, di quella iniziale non è rimasto più niente. Lo spettacolo è sempre lo stesso, quando va in scena, ma non cresce grazie alla scrittura, cresce grazie alle prove. È una scrittura fatta col corpo, non come nel teatro della narrazione, che io odio profondamente».

C'è una libertà di espressione e di movimento devastanti e tu dici praticamente qualsiasi cosa: la gente ride perché magari pensa: "Ma come fa a dire e a fare queste cose?". Come riesci a dare libero sfogo alla fantasia e a trovare idee efficaci?

«Questo spettacolo è del '98, poi è stato detto ancora di peggio, gli ultimi tre sono ancora più integralisti. Io non so cos'è che dico che faccia ridere la gente e non credo che la gente rida perché si chiede che cosa sto dicendo. Ride perché c'è energia ma non è solo il riso: il pubblico si muove mentre vede lo spettacolo, non deve seguire un filo conduttore, non è una trappola. Tutto è musica: ti puoi distrarre, puoi non guardarlo e poi rientrare, è libero. Chi vede interpreta, io lascio libertà».

La tua è una libertà molto giocosa: ci sono questi colori vivaci, le stoffe morbide e tu ti muovi sul palco e ti esprimi con una disinvoltura che è simile a quella dei bambini.

«Esatto».

Però dici anche delle cattiverie e delle atrocità con la stessa libertà con cui le dicono i bambini piccoli: solo che se le dicono i bambini è innocenza, se le dicono gli adulti è dissacrazione e provocazione.

«Non credo che sia provocazione, non lo trovo così provocatorio questo spettacolo. È contro la nascita perché è giusto essere contro qualcosa che non dà alcun risultato, ma non è contro la nascita in modo premeditato. È uscito così durante l'esercizio del corpo, non c'è una volontà di dissacrare, sarebbe un gioco calcolatore, non c'è un calcolo».

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