NR. 41 anno XXVIII DEL 25 NOVEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Processo breve? Un disastro

Per Marco Peraro, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Vicenza, serve un progetto organico e radicale di depenalizzazione

di Tiziano Bullato
bullatot@tvavicenza.it

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Processo breve? Un disastro

La scorsa settimana ci siamo occupati di giustizia, pubblicando in anteprima il rapporto Cepej 2008, elaborato da una delle commissioni europee e diffuso dai magistrati dell'ANM nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. In quel rapporto era ben chiaro che i magistrati italiani, ben lungi dall'essere dei fannulloni, soprattutto nel rapporto con i colleghi europei, scontano difficoltà legate soprattutto alla quantità di personale e alle risorse messe a disposizione per il sistema giustizia nel suo complesso. Questa settimana abbiamo deciso di approfondire l'argomento sottoponendo alcune domande a Marco Peraro, sostituto procuratore a Vicenza e presidente della sottosezione locale dell'Associazione Nazionale Magistrati. Ne emerge il quadro di una categoria che è aperta al cambiamento, disponibile a discutere di depenalizzazione e accorciamento dei tempi del processo, ma non disponibile a veder vanificare indagini complesse. Nel frattempo il parlamento ha varato le norme sul "legittimo impedimento" che, in generale, vengono viste in modo migliore dai tecnici del diritto. Fatte salve le questioni di legittimità costituzionale, infatti, si tratta quantomeno di norme che non vanno ad incidere sul complesso impianto del processo penale. Ecco allora come viene impostato il problema nella discussione con un magistrato che, oltre a rappresentare la categoria, è impegnato a Vicenza in una delle indagini più complesse degli ultimi anni, quella che deve far luce su episodi di evasione fiscale nel settore del commercio del pellame, intrecciati con sospetti di corruzione e concussione commessi da un ex sottufficiale della Guardia di Finanza.

Marco PeraroIl rapporto Cepej 2008 permette di scoprire alcune verità circa il lavoro dei magistrati italiani: sono quelli costretti a far fronte al più alto numero di procedimenti, ma sono anche quelli che ne evadono il maggior numero nel confronto con i colleghi europei. Se ne deve dedurre che gli italiani sono troppo litigiosi o servono misure strutturali di depenalizzazione?

«Per iniziare a risolvere il problema della crisi della giustizia penale, sono diversi anni che sia i magistrati che gli avvocati ribadiscono l'esigenza di porre mano ad un intervento strutturale di depenalizzazione. La sanzione penale deve essere impiegata solo per gli illeciti più gravi, mentre per le altre infrazioni minori devono esser previste sanzioni amministrative. Per quanto riguarda la giustizia civile, il problema di limitare il numero delle cause appare di più difficile soluzione».

Lo stesso rapporto afferma che in Italia vi sono 14,8 magistrati ogni 100 mila abitanti: come in Francia e Spagna, ma la metà rispetto alla Germania (30,7). È pensabile che gli organici rimangano gli stessi mentre si chiede alla categoria uno sforzo ulteriore per ridurre i tempi dei processi?

«Ciò sarebbe realizzabile solo se la crisi della giustizia, sia civile che penale, dipendesse dalla scarsa produttività dei magistrati ma, così come emerge in maniera evidente dal rapporto da lei citato, così non è. La soluzione quindi va ricercata altrove. In primo luogo vi è il problema delle gravi carenze di personale amministrativo. Per fare un esempio il giudice può scrivere un numero elevatissimo di sentenze, ma se mancano i cancellieri che poi curino gli adempimenti esecutivi del deposito e della notifica alle parti, la sua attività rimane inutile».

Il rapporto fra numero di avvocati e numero di giudici pone l'Italia all'ultimo posto in una classifica stilata fra i 48 paesi dell'Unione Europea che partecipano allo studio Cepej. È ancora una volta solo un problema culturale o trova riscontro in un sistema penale e civile che premia la litigiosità, anche temeraria?

«Indubbiamente l'elevato numero di avvocati che oggi esercitano in Italia, frutto di una crescita esponenziale registrata negli ultimi decenni, influisce sul numero dei processi. Non solo perché più legali possono evidentemente seguire un numero maggiore di processi, ma anche perché una ampia offerta fa si che oggi l'assistenza legale sia divenuta più accessibile in termini economici».

In base ai dati in vostro possesso - a livello vicentino - quale percentuale di procedimenti attualmente in corso rischia di non arrivare nemmeno alla pronuncia di una sentenza di primo grado in caso di approvazione della normativa sul cosiddetto "processo breve"?

«Pur non disponendo di dati completi, la mia previsione è che gran parte dei processi pendenti davanti al Tribunale sarebbe a rischio estinzione. Ciò riguarda in particolar modo i processi celebrati davanti al Collegio, relativi a reati particolarmente complessi. Va a tal fine chiarito, infatti, come il termine di tre anni previsto per la celebrazione del processo in primo grado, comprendA la fase della celebrazione dell'udienza preliminare, per i reati che la prevedono e per la quale occorrono mediamente dai sei ai nove mesi. Ma vi è di più. Anche nel caso in cui si riuscisse a rispettare il termine di tre anni in primo grado, il processo sarebbe comunque a serio rischio di prescrizione in Appello, ove i processi, per il numero delle pendenze rapportate all'organico dei magistrati in servizio, vengono purtroppo fissati a numerosi anni di distanza dalla sentenza di primo grado».

In molte realtà di dimensioni medio-piccole, come quella vicentina, il benefico influsso deflattivo di riti alternativi, come abbreviato e patteggiamento, si era fatto sentire in maniera tangibile sulla durata dei processi. È prevedibile che la normativa sul "processo breve" influisca in modo determinante sulla possibilità che le parti trovino ancora conveniente una simile procedura semplificata?

«Sicuramente il cd processo breve, se verrà approvato, ridurrà notevolmente il numero dei procedimenti speciali in quanto gli imputati potranno essere invogliati a scegliere la via del dibattimento avendo concrete possibilità di venire prosciolti per l'estinzione del processo. La scomparsa dei riti speciali metterebbe definitivamente in crisi la celebrazione dei processi: quando è stato riformato nel 1989 il processo penale, con l'introduzione del rito accusatorio, il legislatore aveva detto chiaramente che il sistema che scaturiva dalla riforma avrebbe potuto funzionare esclusivamente se fossero pervenuti a dibattimento al massimo il 20% dei procedimenti penali».

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