NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Il Casanova malinconico

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Il Casanova malinconico

Secondo lei, oggi, si sta riuscendo a diffondere una cultura della danza come necessario mezzo di espressione tra i giovani, come possono esserlo la musica o il videomaking, per esempio?

«Diciamo che il balletto, generalmente, ha un suo pubblico. Chiaramente non riesce a prendere molto la platea giovanile. La trasmissione "Amici", che a me non piace, ha almeno avuto il merito di allargare il pubblico e creare interesse. Bisogna ammettere che spesso i giovani sono attirati da ciò che vedono in tv, e la trasmissione è servita a rendere meno nascosta una disciplina che era elitaria: io, alla scuola del Balletto di Toscana, ora ho 50 uomini che studiano danza, cinque anni fa ne avevo due. Il lavoro di Mauro Bigonzetti con Luciano Ligabue ha avuto anche questa funzione: Ligabue ha tutto un suo pubblico che magari non era mai stato al balletto. Diciamo che Casanova è più ricercato, ma è logico che lo spettacolo con Ligabue sia più popolare ed è servito moltissimo. Quest'anno questi due spettacoli hanno avuto sempre il tutto esaurito».

Che impressione vi ha fatto lavorare con delle canzoni così popolari?

«È stato bellissimo, lui ha collaborato moltissimo con noi ed è stato un bell'incontro per me».

Lei è figlia del pittore Silvano Bozzolini, post cubista. Possiamo dire anche spazialista? Quanto ha influito, sulla sua formazione personale, il linguaggio pittorico e come può essere sfruttata la commistione tra la cifra espressiva coreutica e quella pittorica, secondo lei?

«Erano gli anni dell'astrattismo ed è stata una cosa molto importante. Da ragazzina facevo classica e, alla mia epoca, tutti si amava il classico. Poi crescendo amavi anche il moderno. All'epoca non c'erano i video, per vedere la danza: o andavi alla Scala, o all'Opera di Roma, o al San Carlo. Quando venivano queste compagnie dell'est, per via dell'esempio di mio padre, le vedevo come ammuffite, con questo modo retorico di esprimere i balletti di repertorio. Amavo la danza classica e ho fatto anche balletti di repertorio, ma c'era già, comunque, un senso di modernità. Poi sono stata a Parigi, con mio padre, e ho visto anche molto contemporaneo: c'era questa voglia di andare avanti e questo mi ha aiutato a non fermarmi, a vedere lontano e ad amare tutto quello che poteva essere nuovo e diverso. Mentre tutti, negli anni '60, inneggiavano a Roland Petit, il genio, io trovavo la sua drammaturgia retorica: ognuno ha i suoi gusti».

Gli stilisti amano collaborare coi coreografi per la realizzazione di costumi. Forse la moda trova solo nella danza un terreno di sperimentazione veramente valido?

«Mah, no. A me la moda interessa e piace moltissimo e credo che sia una vera arte, soprattutto oggigiorno. Ha sempre rappresentato lo stato sociale e per me questo è importantissimo: rappresenta la società e parla. Parla nelle varie epoche in cui viviamo. Pensiamo alla minigonna: rappresentava un mondo che andava d'accordo con quello. Moda, stilisti e danza, penso sia un connubio bellissimo».

Beh, pensiamo a Gianni Versace e Béjart...

«Anche non necessariamente così famosi: noi abbiamo uno stilista che ha lavorato sia con Mauro Bigonzetti che per questo balletto, si chiama Kristopher Millar. Quando i costumi hanno un richiamo alla moda, possono essere bellissimi».

Spesso si dice che i veri artisti precorrono i tempi e che proprio per questo non vengono spesso capiti se non dopo molto tempo. Come si riconosce un vero artista da uno che magari ha semplicemente un grande bagaglio culturale e solo una certa predisposizione?

«Nella coreografia io lo vedo dallo stile. Per i danzatori è facile vedere chi è bravo e chi non lo è. Nella coreografia, invece, bisogna avere più occhio, esperienza e sensibilità: se uno non ha un gesto personale non è un coreografo è un artigiano, è diverso. Questo spettacolo lo guardi e dici: "Questo è Scigliano", perché lo riconosci. Nasce proprio dal modo di danzare che ha lui: questo corpo morbidissimo che poteva fare di tutto con le gambe e le braccia, più che fluido. Come se le parti del corpo stessero per sciogliersi da un momento all'altro per poi ricomporsi. Avere una cifra, per me, è molto importante. Dico sempre a tutti quelli che mi chiedono consigli per fare coreografia che, certo, la struttura, la forma e imparare queste cose è importante ma la cosa che conta è lo stile, sennò si ripete ciò che hanno fatto gli altri e non è molto interessante».

nr.05/15 del 13 febbraio 2010

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