NR. 08 anno XXV DEL 30 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Quando il Concerto si fa Grosso… suona La leggenda New Trolls

Applaudito concerto della storica band genovese ospite di SchioLife. Intervista con Vittorio De Scalzi

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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new trolls

Venerdì 26 febbraio, al Teatro Comunale di Vicenza, si è tenuto il concerto de La leggenda New Trolls. Lo spettacolo, organizzato da SchioLife, ha visto salire sul palco il gruppo con la seguente formazione: Vittorio De Scalzi ( voce, tastiera, chitarra e flauto), Nico De Palo (voce e tastiera), Giorgio D'Adamo ( voce e basso), Gianni Belleno (voce e batteria). Il complesso, oltre ad altri musicisti, è stato affiancato dallo Gnu Quartet, quartetto d'archi molto applaudito.  Lo spettacolo ha suscitato molto entusiasmo nel pubblico, soprattutto per quanto riguarda le parti dedicate al Concerto Grosso n° 1 e n°2. Il gruppo ha annunciato la registrazione del Concerto Grosso n°3. Abbiamo intervistato Vittorio De Scalzi ed è intervenuto Nico De Palo.

Il primo "Concerto Grosso" fu scritto per voi da Bacalov, che poi lavorò con Fellini e successivamente vinse L'oscar per la colonna sonora de "Il Postino".   Nell'insieme, il  Concerto Grosso, ricorda molto Vivaldi, Bach, Mozart. Come mai in quegli anni di ricca contestazione e di rivoluzione culturale c'era questa ricerca verso la musica sinfonica, che forse rappresentava ciò a cui invece ci si voleva ribellare?

Vittorio De Scalzi: «Infatti è per quello che noi siamo entrati dentro la sinfonica ma con la nostra musica: alla fine degli anni '60 si sentiva il bisogno di rompere col passato per tirare una linea zero e ci abbiamo provato a modo nostro. Noi facemmo un Festival di Sanremo, nel ‘71, andavano di moda le famose accoppiate, cioè due artisti che cantavano la stessa canzone, che non sarebbe una cattiva idea da riproporre al festival, in futuro. Noi eravamo in accoppiata con Sergio Endrigo, che aveva scritto questa bellissima canzone romantica che si chiama ‘Una storia'. Noi gliel'abbiamo distrutta e ristrutturata e sentendo le due versioni ti rendi conto del nostro pensiero. Noi dovevamo distruggere e poi ristrutturare ed è stato anche il pensiero del Concerto Grosso; anche se lì non è che potevamo distruggere Vivaldi, semmai era lui che poteva distruggere noi!».

C'è anche molto dei Concerti Brandeburghesi.

«Assolutamente. Anche "La musica Sull'Acqua" di Händel ma potrei citarti tantissima musica dalla quale abbiamo attinto: noi non è che abbiamo creato da zero, siamo andati a calpestare un terreno che era già bello fiorito, abbiamo lasciato le nostre impronte e ce le portiamo dietro da 40 anni. Quando stasera il quartetto d'archi è salito sul palco, si è integrato nel tutto ed è nato qualcosa che non è né musica classica né rock ma che è la nostra musica. Questo ci distingue dopo tanti anni».

A parte episodi come "Bohemian Rhapsody", che però è forse più legata alla realtà dell'operetta, non c'è mai stato nessuno che ha ripreso le grandi opere liriche come invece è stato fatto per la sinfonica sia da voi che dagli Emerson Lake and Palmer con Mussorgskij, per esempio, con "La Notte sul Monte Calvo" e "I Quadri di un'Esposizione". Come mai, poi, non si è fatta una vera ricerca in chiave rock riguardo alla musica lirica?

«Prima di tutto vorrei dirti che nessuno ha mai interagito con la musica barocca come abbiamo fatto noi. Alcuni lo hanno fatto con la sinfonica ma molti hanno utilizzato le orchestre come accompagnamento per le loro canzoni. Noi invece ci siamo entrati dentro, che è diverso. Con la lirica può essere un'idea per il futuro, che qualcuno possa raccogliere. Se tu vai a vedere "Barcelona", lui ( Freddie Mercury, nda) canta questo pezzo bellissimo e anche il video è strepitoso: noi abbiamo fatto un esperimento nel disco "The Seven Seasons", con una cantante lirica, che ha cantato un pezzo che ho scritto io, dove avevo previsto questo tipo di intervento e devo dirti che è venuto bello».

Il progressive rappresentava la musica colta, fu definito rock sinfonico, era suonato da musicisti che si avvalevano di strumenti  impegnativi. Poi arriva il punk, che invece rivoluziona culturalmente questo approccio con la musica: con una sessione ritmica e una chitarra si poteva fare musica ugualmente senza essere preparati. Ora, punk e post punk sono cambiati al punto di aver perso completamente il mordente culturale  che avevano e si ritorna a cercare di lavorare con le orchestre sinfoniche. Come mai, soprattutto nel metal, si sente sempre più spesso questa necessità?

«Io sono convinto che se Beethoven avesse avuto le chitarre elettriche, con degli arpeggi tosti, le avrebbe usate. È proprio questo il punto: non ce le avevano ancora. Beethoven in particolare e Mozart sicuramente: ci sono degli spazi precisi, con dei fraseggi intrecciati, dove le chitarre ci stanno benissimo».

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