NR. 08 anno XXV DEL 30 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Lo spettacolo che parla
più linguaggi

Incontro con Thierry Malandain e Nicolas Brochot, coreografo e direttore d’orchestra per la “Serata Ravel-De Falla”

di Elena De Dominicis
Traduzione di Eva ed Elena De Dominicis

elenadedominicis@virgilio.it

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Malandain Ballet Biarritz

Martedì 2 e venerdì 5 marzo, il Teatro Comunale di Vicenza è stato cornice di una prima nazionale di pregio: la "Serata Ravel/De Falla", portata in scena dalla compagnia Malandain Ballet Biarritz con l'ausilio dell'Orchestra Del Teatro Olimpico di Vicenza che, diretta dal Mº Nicolas Brochot, ha eseguito dal vivo le musiche con l'intervento del mezzosoprano spagnolo Rosario Mohedano. Lo spettacolo, diviso in due parti, la prima intitolata "Il ritratto dell'Infanta" e la seconda "L'amore Stregone", si avvale di costumi semplici ma non banali. Il coreografo francese ha puntato sul rapporto non tanto tonale, quanto cromatico tra le luci e le ombre, tra colori di fondo e tessuti, creando un ritmo morbido e lineare tra due tinte complementari, il giallo e viola, e poi lilla e grigio scuro, che si contrappone a una coreografia articolata, fantasiosa, introspettiva e al tempo stesso ironica e misteriosa. Abbiamo incontrato Il coreografo Thierry Malandain e il direttore d'orchestra Mº Nicolas Brochot.

Questo spettacolo parla più linguaggi: quello della scultura, della danza e della musica con l'orchestra dal vivo. Qual è la relazione reciproca tra l'orchestra e i danzatori in scena?

Nicolas Brochot: «Prima di tutto bisogna ringraziare il teatro che ci ha invitati e la compagnia di danza

che ha prodotto lo spettacolo con l'orchestra. Per un danzatore può essere più difficile e cambia la qualità di ciò che ascoltiamo. Esiste un termine intraducibile, hapax, che è geniale: una volta che lo pronunci non dovrebbe più esistere perché si dice una sola volta nella vita. Tutto quello che concerne lo spettacolo è un hapax e quando finisce, le cose possono essere dimenticate. L'esecuzione non è come un disco che fissa le parti dello spettacolo. Il disco a sua volta non è come un quadro, perché il quadro lo si può guardare da più angolazioni. Nel disco il tempo musicale non cambia».

Thierry Malandain: «Oggi è un lusso incredibile poter associare il balletto all'orchestra. Una volta invece era normale. Lo abbiamo potuto portare in scena qui da voi, a Rouen e a Saint Etienne. Tre volte in una stagione è poco».

Sia Ravel che De Falla sono stati due autori importanti per la danza, la quale crea immagini grazie al lavoro dei danzatori. Quali sono gli elementi musicali più importanti per aiutare gli artisti in questo intento?

N.B.: «Io mi sono sempre rifiutato di essere definito creatore: io sono un artigiano, un "traghettatore" che adatta la partitura alle esigenze interpretative per trasmetterla al pubblico, come un prete con la messa, che interpreta le scritture e porta la buona novella. Credo che l'interprete occupi il posto dell'artigiano e che il mestiere di artigiano sia nobile: gli strumenti, l'apprendimento delle tecniche manuali e l'esercizio, il saper fare, sono cose straordinarie per un artista. La gente pensa che gli artisti siano persone con la testa tra le nuvole e invece sono dei grandi personaggi che hanno i piedi ben piantati per terra. Le immagini sono in funzione del paesaggio interiore dell'artista- creatore e qualsiasi cosa può far risuonare in lui delle cose: la musica, una luce in un momento della giornata, una frase su un giornale».

T.M.: «Tutta la musica può ispirarmi, potrei fare un balletto su delle canzoni di Edith Piaf, per me non sarebbe un problema. Il problema, oggi, è la percezione che vogliono avere i direttori dei teatri, più che il pubblico».

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