NR. 13 anno XXVI DEL 28 MARZO 2021
la domenica di vicenza
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Lo spettacolo che parla
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di Elena De Dominicis
Traduzione di Eva ed Elena De Dominicis

elenadedominicis@virgilio.it

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Malandain Ballet Biarritz

La prima parte dello spettacolo è focalizzata su Ravel ed è ispirata al quadro "Las Meninas" di Velasquez. Malandain, lei ha dichiarato che non è interessato agli aspetti simbolici del quadro ma agli elementi pittorici che possono essere utilizzati nella coreografia. Cosa l'ha più colpito di questo quadro?

T.M.: «È un quadro molto bello ma estremamente complesso dal punto di vista intellettuale. Ci hanno scritto anche dei libri e non è che si capisca molto bene di cosa si tratti esattamente. È un'opera che si è molto evoluta nel tempo, è un esempio di "mise en abyme" (locuzione intraducibile, di origine araldica, usata sia nel campo letterario che delle arti figurative, che indica una tecnica nella quale un'immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all'infinito. Ndr). Questo si potrebbe adattare alla messa in scena, ma in una maniera molto intellettuale e non facilmente traducibile nel contesto di uno spettacolo di balletto. È qualcosa di più concettuale che io ho fatto: ho preso gli elementi tipici delle tele di Velasquez come cani, nani e personaggi a cavallo. Alla corte di Spagna spesso c'erano i nani, e mi sono ispirato a un racconto di Oscar Wilde, "Il compleanno dell'Infanta", a cui si rifà un po' l'"Alborada del Gracioso" di Ravel. Il racconto di Wilde è molto breve: un nano viene offerto all'Infanta di Spagna per il suo compleanno e anima la festa in cui tutti i bambini si divertono prendendosi gioco di lui. Dopo la festa, mentre i bambini si riposano, lui si aggira da solo nel palazzo, e viene attirato da uno strano personaggio che si avvicina sempre di più. Nel momento in cui lo raggiunge si rende conto di essere davanti a uno specchio e che quello che vede è la sua immagine riflessa. Trovandosi brutto capisce perché gli altri si beffano di lui e si uccide».

N.B.: «I critici spesso danno differenti interpretazioni al senso di questa "troubade" dove il buffone corrisponde al Leporello del "Don Giovanni". Ravel nel suo "Gaspard de la Nuit" si ispira al libretto di Luigi Da Ponte e si è visto che l'"Aubade" corrisponde al testo della Serenade che è nel "Gaspar de la Nuit". In questo caso si tratta non di un nano ma di un anziano che fa la corte a una ragazza che non ne vuole sapere. Questo è facile da ritrovare perché nell'orchestrazione c'è il suono del fagotto che dà un'atmosfera demoniaca nella parte che riguarda la strega. Il fagotto non è lì a caso. Il vecchio che si lamenta viene invece interpretato con un altro suono».

In scena ci sono le sculture di Manolo Valdes. La danza rappresenta il movimento e le sculture ciò che è immobile. Come si mescolano due linguaggi così diversi?

T.M.: «Non si mescolano, si osservano l'uno con l'altro. Mi sarebbe piaciuto, alla fine del balletto, far sembrare che le statue piangessero, o del sangue che cola, ma non era possibile; quindi sono testimoni vigili su ciò che succede».

Pittori e musicisti hanno spesso lavorato insieme per cercare punti di contatto tra queste due arti. Più volte si è cercato di tradurre in musica le immagini e vice versa. C'è posto anche per l'arte plastica all'interno della musica?

N.B.: «Beh quando si guarda o si legge qualcosa, ognuno lo interpreta secondo il proprio bagaglio culturale che dipende dalle esperienze personali e dal tipo di istruzione. Tra le arti ci sono dei prestiti di termini: in musica si usano dei termini legati al movimento che possono essere usati anche per la danza. La musica è comparabile alla scultura. Prima lei chiedeva se la scultura è una cosa immobile: io non ne sarei tanto sicuro da Calder in poi. Una volta chiesero a Mozart come componeva: lui rispose che le idee e i temi musicali gli arrivavano dentro al cranio, diceva proprio la parola "cranio", e lui non faceva altro che organizzarli nella sua mente. Ad un certo punto, nella sua testa, lui si ritrovava l'opera di fronte, finita, e diceva che questo era il momento più bello: quello in cui poteva contemplarla, girandoci attorno come se fosse stata una scultura. Questo momento è senza tempo. Non c'è un tempo materiale quando siamo di fronte ad un'opera d'arte, sia che si tratti di musica che di arti figurative. Si viene trasportati come su un altro pianeta e sembra che dall'inizio dell'esecuzione non sia trascorso il tempo. È la differenza che c'è invece con certe musiche per pubblicità per esempio, che sono finalizzate a farti comprare o vendere qualcosa».

Questo spettacolo è un lavoro molto importante dal punto di vista culturale e si ispira al modo di lavorare di Diaghilev. Oggi è sempre più difficile di portare in scena degli spettacoli come questi: è solo una questione di soldi?

T.M.: «Temo proprio di si».

nr. 09 anno XV del 13 marzo 2010

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