NR. 07 anno XXV DEL 23 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Un Cyrano De Bergerac di… parola

Intervista con Massimo Popolizio interprete della commedia dove l’azione verbale è grande protagonista per descrivere l’amore e combattere i potenti

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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popolizio

La settimana scorsa al Comunale di Vicenza si è conclusa la tournée di "Cyrano De Bergerac". L'allestimento, fedele all'epoca in cui è stata scritta l'opera e non al periodo in essa descritto, è risultato molto elegante e originale. Bravissimi tutti gli attori ma i grandi applausi sono stati tutti per Massimo Popolizio, interprete protagonista. Lo abbiamo incontrato.

Questa commedia rappresenta, forse più di molte altre, l'elogio della parola: ritmo, accento, corpo in funzione di questo. Quali sono le altre realtà artistiche in cui la parola può dare tutta questa libertà a un attore?

Massimo Popolizio: «Hai ragione quando dici che il tema è quello della parola: è una commedia in cui tutti parlano d'amore, ne scrivono ma nessuno lo fa. C'è soprattutto un'azione verbale: l'autore attua la seduzione tramite la parola ed è attraverso di essa che Cyrano combatte i potenti e il sistema, la usa forse anche come fioretto e arma».

La commedia è stata scritta alla fine dell'800 e in un secolo è riuscita a colpire moltissimo l'immaginario degli artisti, sia nel cinema che nella musica. Cos'ha Cyrano che altri personaggi non hanno?

«È una specie di filosofo utopista, è vicino a Don Chisciotte: combatte contro qualcosa sapendo di perdere e fa dei propri difetti una forza. Non è tanto la storia d'amore: è una commedia di uomini, le donne sono solo 3, c'è una grande difficoltà di approcciarsi all'universo femminile. Cyrano non sa parlare d'amore davanti a una donna ma con un altro uomo per una donna. Questo è molto forte».

Alcuni critici letterari ritengono che, dal periodo romantico dell'800, ci sia in atto un equivoco secondo il quale gli eroi cavallereschi come Tristano, Paolo Malatesta del V canto dell'Inferno, o il Romeo shakespeariano, si esprimessero con parole forbite perché ispirati dall'amore. Prima del romanticismo, invece, si dava per scontato che questi eroi si esprimessero così perché erano degli intellettuali e che l'amore non c'entrasse molto.

«Mah, Cyrano è stato scritto alla fine dell'800 in pieno periodo positivista e Rostand risponde a questo con un poema in versi e con la tradizione, che è molto chiara: tutti i luoghi parigini che sono nel testo originale fanno parte di una topografia che ha a che fare con la loro cultura letteraria della Comédie Française. Sono luoghi simbolo che noi non possiamo riportare perché non verrebbero capiti e dobbiamo trasformare in altre cose. Poi la forza di questo testo è che è in versi, che è una cosa che noi abbiamo perso. È come se volessimo recitare Vittorio Alfieri, è nel nostro DNA».

Si ma Alfieri è molto "disperso": se lo si porta in scena la gente difficilmente regge.

«Eh lo so, però tutta la cultura attoriale dei tedeschi, degli spagnoli , dei francesi, si forma sul teatro in versi: loro fanno Schiller, Hugo, Lope de Vega. Questo ha un valore didattico. Non trovi tanti attori che sappiano recitare in versi: considera che quando facevo l'accademia io, c'era la lezione di versi, oggi non c'è più. Se devi fare Victor Hugo è dura perché sono tutte rime baciate e devi sapere come metterle. L'attore del passato che ricordiamo più dirompente, che è Carmelo Bene, diceva dei grandi versi e Gassman li diceva in un altro modo».

Branciaroli ci spiegò proprio questa cosa.

«Franco è un altro grande attore che sa fare i versi, loro erano della stessa matrice...».

Gassman dava corpo allo spirito e al personaggio, Carmelo Bene batteva la battuta: c'è il XXVI canto, quello di Ulisse e Diomede, dove Bene ti fa proprio vedere e sentire questa nave che si alza e sbatte contro l'acqua.

«Esatto: Franco lo sa fare benissimo, è quella matrice lì, non stiamo parlando di un teatro di finto psicologismo».

Come mai nella commedia avete messo delle influenze dialettali?

«Quel pezzo, in originale, è in dialetto guascone. Ogni attore mette il suo accento. In quella parte si racconta come si va sulla luna: Rostand l'ha presa dal Cyrano De Bergerac vero, che era un filosofo-mago- grande utopista. La situazione è che De Guiche non si deve accorgere di Cyrano dalla voce, Cyrano non si nasconde. Ci è sembrato più divertente e anche più astratto: lui ha gli occhiali scuri, l'altro la maschera, sembra quasi Beckett. È uno spettacolo in cui di solito si ride molto...».

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