NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Un vicentino novantenne
ricorda i fasti del Ventennio

Le memorie di Pio Chemello sulla sua giovinezza negli anni del fascismo quando si cantava l’inno a Roma musicato da Puccini

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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Le memorie di un vicentino novantenne

«Ho fatto per tanti anni l'industriale, ma ora mi dedico alla scrittura che mi dà tanta soddisfazione».
Così ci dice al telefono Pio Chemello, anno 1921, che fra un mese compie novant'anni e che nel suo bellissimo libro "Racconti esperienze versi" (Edizioni Vicentine 2010) ci dà uno squarcio storico-letterario della Vicenza della sua vita dagli anni del fascismo sino ai nostri giorni. Si incomincia con il racconto "A Roma... a Roma" che ci comunica l'emozione e l'entusiasmo del giovane Pio che faceva parte di un coro, allora famoso, diretto da Gino Visonà, «un impareggiabile maestro, cieco, di altissima sensibilità, ben noto e apprezzato ovunque». Si doveva partecipare al concorso nazionale di canto corale che si svolgeva nella capitale dell'Impero, ai tempi del fascismo. «Il progetto - scrive Chemello - era indubbiamente ambizioso, per l'impegno artistico e organizzativo che richiedeva, con la prospettiva di una preparazione lunga e laboriosa. Al concorso si dovevano presentare soprattutto madrigali, il primo genere di musica polifonica profana italiana: una composizione breve, generalmente a 4-5 voci, di contenuto a volte lirico, amoroso o pastorale, mai religioso. Nato timidamente nel secolo XIV, ma affermatosi a Firenze nel secolo XVI, il madrigale si sviluppò solo in Italia e quasi unicamente su testi italiani. Per il concorso erano obbligatorie le composizioni dei madrigalisti più celebrati, quali Pier Luigi da Palestrina, Luca Marenzio, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, Claudio Monteverdi, Orlando di Lasso, Adriano Banchieri, Orazio Vecchi, Marcantonio Ingegneri. Si cantava "a cappella", cioè senza alcun sostegno strumentale, il che richiedeva voci intonate ed educate alla perfezione». Finalmente arriva il giorno fatidico della partenza per Roma. Ma Roma è Roma e la grande città frastorna come un mulinello da capogiro i giovani cantori.

A Roma... a Roma

Tutto rimane nella memoria come un ricordo emozionante e appassionante, ma vago e quasi scolorito nel tempo. Roma: acquartierati come soldati su rozzi pagliericci e sfamati con rancio militaresco. L'Italia, con i suoi otto milioni di baionette, doveva prepararsi alla guerra e quei cori dovevano tutto sommato essere dei prodromi di competizioni, seppure canore, ma sempre competizioni per far emergere la superiorità della gioventù italica che si preparava ai gloriosi destini della patria. Pensate l'entusiasmo di questi giovani vicentini, marziali, in camicia e fez neri, giacca e pantaloni grigio-verde. Anche Meneghello rievoca quegli anni del ventennio, ma con superiore e intellettuale ironia, mentre Chemello si entusiasma non tanto della propaganda fascista, ma dei miti classici che sono validi per tutti i tempi. Sentite come descrive la prova canora: «L'esecuzione pubblica avvenne sotto il limpido cielo di Roma, presso il Foro Italico, nel più grandioso teatro all'aperto che si potesse desiderare, avente come palcoscenico lo Stadio dei Marmi, che era stato inaugurato nel 1934, a maggior gloria del Duce, con una capienza di 20.000 spettatori, fra i quali, spettatrici d'eccezione, 60 gigantesche statue lapidee di antichi atleti, in costume assolutamente "nature", poiché le foglie di fico non erano ancora germogliate».

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