NR. 08 anno XXV DEL 30 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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La superstar che
non invecchia mai

A quarantanni dall’uscita del disco “Jesus Christ” proposta una versione rock del famoso musical. Intervista agli interpreti di Gesù e Giuda

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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La superstar che non invecchia mai

Il 28 e il 29 marzo, in occasione del quarantennale dell'uscita della prima versione su disco, al TCVI è andata in scena la famosa opera rock "Jesus Christ Superstar". Organizzato dalla Due Punti Eventi e dalla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, l'allestimento è stato proposto in versione inglese con l'orchestra Casanova Venice Ensemble. Le canzoni sono state introdotte dalla lettura di alcuni passi del Vangelo che hanno ispirato le varie canzoni. Abbiamo intervistato Vittorio Zambon, l'interprete di Gesù, Il celebre "cantattore" Vittorio Matteucci, che ha vestito i panni di Giuda, e il direttore d'orchestra, Mº Costantino Carollo.

Ricorre il quarantennale dall'uscita del disco. In questo allestimento si fa riferimento al film anche se però si notano delle piccole variazioni. Avete tenuto conto anche della prima versione del disco?

Vittorio Zambon: «Il film nasce come tale. Rispetto al musical le stesse partiture sono diverse perché sono ottimizzate per la messa inscena, dato che ci sono esigenze diverse».

Anche un ritmo diverso?

Costantino Carollo: «Diciamo che sono più rock».

L'assetto dell'orchestra è molto completo. Capita che alcuni allestimenti propongano un gruppo e quindi meno elementi. Cosa prevede la partitura?

C.C.: «Quando ci sono meno elementi è perché usano molte sequenze, lavorano molto con le tastiere ed è meno impegnativo. La partitura originale prevede un'orchestra addirittura più numerosa e non viene quasi mai eseguita per un motivo di spese».

Al di là dei tecnicismi vocali, sia la parte di Gesù che quelle di Giuda, sono importantissime sia dal punto di vista psicologico che da quello culturale. Dal punto di vista sia dell'interpretazione vocale che recitativa, come si affrontano parti di personaggi così fondamentali della nostra cultura?

Vittorio Matteucci: «Vocalmente, Giuda è un personaggio estremo, perché deve avere la forza e la presenza del baritono, cose che però non sono del baritono».

Quindi spesso canti sopra registro?

V.M.: «Eh si, spesso e volentieri e comunque c'è una base molto blues. La verità è che il primo a rappresentarlo è stato Carl Anderson, che è stato il più grande di tutti i tempi, ha dato un'impronta molto precisa rispetto a come doveva essere fatto questo personaggio: una grande intensità interpretativa e un'estensione spaventosa. Dal punto di vista culturale è sempre molto difficile perché è il traditore per eccellenza ma la visione che abbiamo noi e il regista Luca Lovato, nello spettacolo, è che Giuda sia parte di un disegno più ampio e più grande di lui e che anche il suo sia un sacrificio».

V.Z.: «È una parte sicuramente molto intensa: Gesù, nella versione di Lloyd Webber, è molto umano, al punto che inizia e finisce come un uomo: la resurrezione è omessa. Il fatto che non si rappresenti la fine della storia, lascia intendere che potrebbe non essere andata a finire così e che si lascia spazio all'interpretazione di chi la vede. Personalmente è interessante per me: rappresentare la resurrezione è un modo per alleggerire il sacrificio. Se lo pensiamo invece come un uomo che veramente ha sofferto, dal mio punto di vista, si rafforza l'intensità di un personaggio in cui si possono riconoscere anche tutte le altre persone del mondo che soffrono e che hanno patito le guerre. Questa cosa ha scatenato molte polemiche perché quest'aspetto del divino non viene manifestato in maniera palese e addirittura in molte sale parrocchiali non era nemmeno in programmazione».

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