NR. 08 anno XXV DEL 30 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Di grande bellezza narrativa
“Sul Grappa dopo la vittoria”

di Gianni Giolo
giovanni.giolo@tiscali.it

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PAOLO MALAGUTI

Rapporto intimo con la terra

La tragedia della guerra comporta per così dire l'espatrio, lo sfollamento, la deportazione in massa dalla propria terra in terre straniere più sicure e più lontane. I nostri eroi sono baraccati a Ravenna e dopo la vittoria tornano a casa: «Noi stavamo tornando, certo, ma ciò che ci scombussolava era la dolorosa presa di coscienza che non stavamo tornando indietro nel tempo, e che tutti eravamo invecchiati, avevamo perso dei mesi preziosi di rapporto intimo con la nostra terra, e nessuno ce li avrebbe più ridati, mai. Tornammo il cinque di marzo. Quando arrivammo all'osteria ai piedi della nostra Pieve ci rendemmo conto di cosa fosse accaduto in quei mesi di assenza. Tutto era come prima, ma tutto era diverso. Era come se un'ombra malefica, un veneficio avesse coperto ogni muro, ogni campo, ogni superficie con un'incantagione malvagia, ancor più malvagia in quanto gratuita, senza senso».

 

Go fat cose brute

Un libro, dicevamo, legato alla terra, ma anche alla casa, sentita come sede di affetti domestici, e alla famiglia. Altro grande protagonista, la figura dura ed enigmatica del padre che, ritornato dalla guerra, manda suo figlio sul Grappa senza accompagnarlo, senza dirgli una parola, perché, in un mondo sconvolto da una tragedia immane, le parole sono sempre un qualcosa di troppo che va celato e sepolto nel silenzio del cuore. Il giovane a scuola riceve il compito di scrivere sulla guerra con i protagonisti della guerra stessa e allora il figlio chiede al padre di parlargli della sua esperienza: «Mio padre legava le viti, e continuò a legarle. Mi dava le spalle e non vidi dalla sua espressione se la leggera vibrazione della voce me la fossi solo immaginata, o se derivasse dall'emozione: "Va a casa". Girai i tacchi, corsi per il campo e mi chiusi nella mia stanza a studiare greco... Mio padre gettò la zappa a terra, anzi la lasciò cadere. Si sollevò, si girò verso di me. Mi fissò in volto, fu l'unica volta che mio padre mi fissò in volto. "Ma de guera non te digo gnent. Gnent... A ghe xe stata... No ghe xe stat gnent, Gò fat cose brute, brute". Si girò verso la sua zappa. La raccolse, "Va da to mare". Questo fu il racconto di mio padre sulla guerra».

 

Sul Grappa

Terra, famiglia, il Grappa: i tre filoni e i pilastri fondanti di questo libro che si pone come ricerca della propria identità, e del proprio passato e del proprio senso della vita. Solo dopo la morte del padre il giovane capisce perché era stato mandato lassù sul Grappa a far bottino. Non certo per bisogni materiali, ma per apprendere non con le parole, ma con la propria carne ed esperienza, "con le proprie mani", cos'era stata e cos'era la guerra. Era un modo per farlo crescere e imparare ad andare da solo non sulle pendici del Grappa ma sulle vie impervie della vita: «In quella prima mattina di contatto brutale e quasi ferino con la guerra, avvertivo tutto l'immenso e pericoloso fascino del baratro aperto di fronte a me. Pendevo incerto sull'orlo di una voragine che aveva inghiottito generazioni intere, e ora, miracolosamente, si era inceppata, proprio mentre mi aggiravo sul suo labbro tumido di sangue giovane... Mi alzai. Ero in un gigantesco cimitero senza Dio né croci, ed ero solo. Chissà quanti altri ragazzi come me, in quel momento, cercavano, vagavano e scavavano a mani nude nella wasteland del Grappa. Era ora di rincasare».

 

nr. 14 anno XV del 17 aprile 2010

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