NR. 06 anno XXV DEL 16 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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Quando il futurismo entra in teatro

A Montecchio una serata ideata da Roberto Floreani e diretta da Pier Giorgio Piccoli che hanno messo assieme danza, scena, ironia e recitazione

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Vladimir Majakovskij

Giovedì 15, al teatro Sant'Antonio di Montecchio, si è svolta una serata futurista per celebrare gli 80 anni dalla morte del poeta russo Vladimir Majakovskij. Diretta da Pier Giorgio Piccoli e ideata dall'artista Roberto Floreani, la serata è stata una commistione tra danza, scena, ironia e una forma di teatro in cui la recitazione è appoggiata sulla vocalità, sul rumore, sul ritmo e sull'onomatopeicità. Una scenografia minima per lasciare spazio agli eventi e al dinamismo, all'azione e ai colori per concludere con la poesia "La nuvola in calzoni" di Majakovskij, recitata da Roberto Floreani, ispirandosi a Carmelo Bene. In occasione dell'intervista che segue, ci ha raccontato di aver fatto riferimento al celebre attore-regista, anche perché egli studiò per diverse centinaia di ore la cadenza originale che il poeta russo imprimeva alla declamazione delle sue stesse poesie.

Una serata futurista dedicata al poeta russo Majakovskij. Cos'hanno in comune le avanguardie russe rivoluzionarie con il Futurismo italiano?

Roberto Floreani: «Majakovskij, pur dicendo che non si poteva non dirsi futuristi, fa le prime cose futuriste nel 1912 e il manifesto futurista è del 1909, anche se in realtà sarebbe 1908. Sicuramente anche là c'è stato un fermento coevo a quello italiano, ma quando nel 1914 Marinetti va in Russia viene accolto molto male perché i russi non ne riconoscono la paternità. Ci sono delle differenze: l'atteggiamento dei russi tendeva abbastanza verso il nichilismo e a rivendicare una difficoltà mentre da noi c'era una vitalità assoluta e un ottimismo a tutti i costi».

In quel periodo si faceva molta ricerca anche a teatro: rimanendo in Russia c'era il FEKS, la Fabbrica dell'Attore Eccentrico. Quando si parla di teatro futurista, la prima cosa che viene in mente è una sorta di forte provocazione fine a sé stessa. Qualcosa non è stato capito oppure era veramente così?

«Non è che qualcosa non sia stato capito, è che è stato alterato per altri scopi: se noi pensiamo che, per esempio il "Living Theatre" arriva in Italia nel '66 e che il "manifesto del Teatro del Popolo Attore" è del '43 e viene fatto in Italia, quando uno pensa ai rispettivi significati, si rende conto che in realtà sono la stessa cosa. Poi il teatro futurista e la Serata Futurista, sono in realtà due cose diverse: la Serata Futurista ha un inizio e una fine, dal 12 gennaio del 1910 al Politeama Rossetti di Trieste, fino al 1914. Poi, naturalmente, i futuristi continuano a fare le Serate fino agli anni '30, ma in realtà il periodo è quello. La Serata Futurista è fondamentale perché dà quella coesione di termini e stili, si mette in pratica quella interdisciplinarietà di cui questa corrente è stata l'antesignana».

Russolo inventò un nuovo strumento, l'intonarumori. Lui era però un pittore. Spesso i pittori sono molto affascinati dalla musica al punto di cercare di tradurla in immagini. In cosa consisteva esattamente il lavoro di Russolo in questo senso? Cercava di trasformare le immagini in musica?

«Erano più anime: per esempio Fillia, che era un eccellente pittore del gruppo futurista torinese, scrisse il Manifesto della Cucina Futurista. Era con Marinetti ma l'idea era sua. Russolo non era un grande pittore: era sì uno della prima ora ma dopo la parentesi abbastanza prolungata nella pittura, non poi così eccelsa nell'ambito del Futurismo, scrisse il libro "L'arte dei rumori" dove anticipa anche di 40 anni le esperienze che saranno poi di John Cage che, nella musica minimalista, dice di aver studiato gli spartiti per pause di Russolo. Naturalmente oggi il concetto e il contesto storico sono diversi, fatto sta che i silenzi in musica li ha inventati Russolo, che è stato un grande musicista».

In questo spettacolo proponete anche dei numeri di danza. Come mai non si sente quasi mai parlare di danza e Futurismo?

«Le coreografie contemporanee sono in realtà dei veri e propri cloni di quelle di Giannina Censi. Ci sono delle scuole di danza, in Italia, che l'hanno avuto come coreografa da viva e che fanno spettacoli straordinari in tutto il mondo salvo che in Italia, perché sul Futurismo c'è stato un velo che ha falsificato tutto».

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